Lockdown, virgolaQuesto articolo non rispetta neanche una regola del linguaggio seo, e ne va fiero

Mica vorrete fare titoli spiritosi, accattivanti, coi giochi di parole, con le citazioni: dove credete d’essere, sulla carta? L’algoritmo è come l’araba fenice: che ci sia ognun lo dice, come sia nessun lo sa

Pixabay

Zanardi, non è che puoi scrivere di Zanardi?

Quando un qualunque giornale con una qualunque presenza on line ti manda un messaggio come questo, due cose sono chiare.

Una, che per quel che raccontano di lui immagino farebbe molto ridere Zanardi, è che, dopo un incidente orrendo e quando ancora non s’è ripreso, Alex Zanardi è un catalizzatore di traffico internet. È quel che di solito sono le principesse inglesi: il pezzo che pubblichi se vuoi essere certo che la gente ci clicchi. Il tema che i gestori dei siti considerano un investimento sicuro, come le immagini degli aperitivi durante la quarantena, o i video di Morgan a Sanremo. Farebbe piangere gente che non sappia ridere, ma per fortuna Zanardi è uno che sa ridere, e presto potrà ridere anche di chi ha fatto traffico spargendo il suo nome lungo tutta l’homepage (e magari reclamare i diritti d’immagine).

La seconda cosa chiara è che chiunque ti abbia suggerito di scrivere di Zanardi, o di qualunque sia il tema caldo della settimana, ha letto i manuali per la seo, l’ottimizzazione dei risultati sui motori di ricerca (search engine optimization).

Dicono, quei manuali, un sacco di robe orribili.

Che bisogna cominciare con la parola del giorno, e poi la virgola.

Lockdown, virgola.

Stati generali, virgola.

Premio Strega, virgola.

Che quella parola bisogna ripeterla molte volte nel corso dell’articolo, perché l’algoritmo non è un giornalista italiano (cioè: uno con la fobia delle ripetizioni) ma è un algoritmo, uno che per capire che l’articolo parla di Trump deve trovare ogni tre parole il nome Trump; non «l’inquilino della Casa Bianca», non «il presidente degli Usa», non nessuna di quelle definizioni in cui i giornali italiani, monològofobici (la definizione è dell’ex direttore del Sunday Times: di terrorizzati dalle ripetizioni ne hanno anche in Inghilterra), abbondano.

L’algoritmo non premia l’uso di “il rocker di Correggio”: devi dirgli Ligabue. Niente “il Boss”: Bruce Springsteen, oppure non ti indicizza. Confesso che questo dettaglio, essendo io appassionata di ripetizioni (la parola giusta è sempre e solo una, il sinonimo è un concetto delirante) e perseguitata da giornali che m’impongono perifrasi, è l’unico che mi rende simpatico l’algoritmo.

Che, per il resto, è mio nemico, tutti i manuali di seo lo spiegano.

Niente introduzioni, bisogna scrivere come fossero lanci d’agenzia, subito nel primo paragrafo dire il tema, anzi metterlo come prima parola, un po’ appunto come i lanci d’agenzia, che iniziano con «calcio, virgola», «televisione, virgola», e poi non si perdono in mille incisi, subordinate, parentesi, frasi di mezza pagina (di me, di me, sto parlando di me).

E poi il tema va nel titolo, mica vorrete fare titoli spiritosi, accattivanti, coi giochi di parole, con le citazioni: dove credete d’essere, sulla carta?

Insomma, nel magico mondo del seo il New Yorker dovrebbe essere introvabile su Google, e letto da nessuno. Con quei pezzi lunghi, con quell’impostazione che se la prende comoda, che ti racconta cose, mica ti gonfia a quaranta righe una notizia da due ripetendo molte volte lo stesso nome acciocché venga indicizzato per bene.

Ma l’algoritmo è – scusate – come l’araba fenice: che ci sia ognun lo dice, come sia nessun lo sa (scusate ancora). Pare, dicono, si sussurra che forse dipenda anche da chi ti condivide. Se ti linka qualcuno di autorevole, esso (l’algoritmo) passa sopra al tuo non essere scritto come una breve in cronaca, e forse t’indicizza. Ma solo se ti comporti bene e prometti di aver imparato dai tuoi errori e di non rifarlo: giuro di smettere con le perifrasi e di ripetere molte volte la parola chiave, croce sul cuore.

Già, la parola chiave. Quella che sta in tutti i pezzi del giorno, e che quindi l’algoritmo capisce subito che è da indicizzare.

Ma se hai uno scoop? Cioè se una notizia ce l’hai solo tu e la dai per primo, l’algoritmo come fa a sapere che ti deve indicizzare perché quella più tardi diventerà la parola del giorno? Non lo sa, e infatti indicizza quello che arriva dopo, e il tuo scoop lo ripete, e fa della tua parola la parola del giorno. Per evitarlo, è fondamentale scrivere delle stesse cose di cui stanno scrivendo tutti. Idee?

C’era la partita del Napoli, ieri sera. Ma veramente io volevo scrivere dell’americano che ha detto che anche tutte le opere d’arte che raffigurano Gesù vanno distrutte, perché sono segni del suprematismo bianco, l’hanno sempre rappresentato ariano e invece era un terrone, e insomma sembra ieri che volevano tirar giù Montanelli e ora siamo già all’abbattimento della cappella Sistina. T’ho detto che devi metterci la parola del giorno: non puoi dire che Gesù era scuro di pelle perché di Napoli?

(Se, tornando a casa, leggete una stronzata sull’internet, siate caritatevoli: non era un razzista, un violento, un guerrafondaio; era solo qualcuno che cercava di farsi indicizzare).

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