Terapie per il futuroCancellare l’invecchiamento e riparare il cervello: i nuovi limiti che la scienza vuole abbattere

Nel medio periodo gli obiettivi sono più contenuti: sconfiggere le malattie neurodegenerative e creare nuove cellule in grado di bloccare l’età. Queste spinte sollevano anche interrogativi etici, ma anche di identità

Sconfiggere la morte è impossibile. Per ora, si lavora per allontanarla, spingendo sempre più in là i limiti del corpo, della mente e della vita stessa (il tutto nonostante il bagno di umiltà imposto dal coronavirus).

I fronti su cui è stata impegnata finora la scienza medica sono numerosi, ma forse quello più affascinante riguarda l’idea del rinnovamento: in particolare, quello neuronale.

È intorno a questo tema che si concentra la consueta selezione di letture del Financial Times. Il volume più interessante è “The Future of Brain Repair”, opera del professore di neurobiologia dello sviluppo del King’s College di Londra Jack Price.

Uno sguardo «spassionato», cioè una guida «realistica» al mondo delle cellule staminali, troppe volte considerate l’avanguardia delle cure miracolose per qualsiasi malattia e ora, forse, l’elisir di lunga vita.

Tutto un settore che, in poche parole, si può considerare come una grande risposta alla sfida posta dal medico spagnolo Santiago Ramón y Cajal nel XIX secolo: le cellule cerebrali decadono senza essere sostituite, né riparate, aveva notato il professore, a differenza di quelle del sangue e di altri organi umani. Come mai?

È una loro particolarità, e anche la radice di una serie di malattie neurodegenerative. Ma è possibile ripararle? In questo senso, non si combatterebbero solo questi disturbi, ma anche il processo di invecchiamento, con tutto il decadimento fisico e cognitivo che comporta. Al momento, come è evidente no.

Price ricorda come la teoria abbia dimostrato, in realtà, alcune strade percorribili, insieme a strategie incoraggianti (il trapianto è stata quella più battuta). Ma è la pratica che manca. Il cervello è un mondo complesso, sia per la sua struttura che per le sue funzioni, che per il suo particolare sviluppo. E gli insuccessi sono stati numerosi.

Fin dagli anni ’80 si è tentato di curare il Parkinson con diversi trapianti di cellule in grado di produrre dopamine. Il primo tentativo in questo senso, condotto prendendo cellule da cervelli fetali o dallo midollo surrenale dello stesso paziente non ha funzionato. Anche i tentativi successivi, ad esempio condotti su bambini affetti dal morbo di Batten, hanno dato risultati deludenti.

Nonostante il bilancio di quanto avvenuto fino adesso sia piuttosto onesto – in sintesi: non ci sono terapie ancora efficaci e, al contrario, la presenza di «buchi nelle regole gigantesco» abbiano reso possibile il proliferare di cliniche senza scrupoli di cellule-staminali, in cui «i pazienti che si sottopongono a certe terapie giocano a una sorta di roulette russa», anche a rischio della vita – le promesse sono ancora alte.

La scienza è andata avanti, le speranze continuano a nascere e le nuove tecnologie possono dare una mano, magari virando le ricerche dal trapianto (e dai suoi insuccessi) verso nuove direzioni: convincere il cervello a fabbricare da solo le cellule di cui ha bisogno, riprogrammando quelle mature.

È un campo in cui «il successo finale sembra sempre dietro l’angolo», ma ci sono ragioni – sostiene Price – per essere ottimisti.

E anche questioni su cui varrà la pena ragionare: il cervello è il luogo dell’identità, della persona e della memoria. «La prospettiva della riparazione del cervello porta con sé anche paure ataviche: sarò la stessa persona se avrò cellule diverse nel mia testa?».

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