A caval doNatoPerché Trump vuole spostare 9.500 soldati americani dalla Germania

Nonostante le frizioni, Berlino rimane il partner privilegiato degli Stati Uniti che però da tempo chiedono un impegno maggiore ai singoli Paesi del Patto atlantico. La Polonia intanto spera di ottenere da Washington protezione in funzione anti-russa, proprio come il resto dell’Europa orientale

AFP

Il presidente americano Donald Trump ha annunciato l’intenzione di ridurre di un terzo il numero delle truppe degli Stati Uniti di stanza in Germania: 9.500 soldati lasceranno il paese più popoloso dell’Unione europea per essere ricollocati in altri territori.

Sebbene molto inferiore rispetto ai numeri della Guerra fredda, quando il paese arrivò a ospitare più di 200 mila unità americane, la presenza militare Usa in terra tedesca – 35.660 unità – era stata fino a questo momento la più ingente dopo quella in Giappone.

Con le eccezioni di Brema e del suo porto, il contingente Usa si concentra soprattutto nel quadrante occupato dagli americani durante la Seconda guerra mondiale e presidiato negli anni successivi: i land della Baviera e dell’Assia e la parte orientale dell’odierno Baden-Württemberg.

Proprio nella capitale di questo land, Stoccarda, si trova il quartier generale dello U.S. European Command (Eucom), il comando militare Usa incaricato di coordinare le operazioni in Europa, Russia, Groenlandia e Israele. Washington non ha basi nel territorio dell’ex Ddr.

Per gli Usa mantenere una presenza così cospicua nello Stato più importante del Vecchio continente risponde a vari obiettivi strategici.

Primo, evitare che Berlino rispolveri velleità egemoniche e si lanci alla conquista del continente, magari di comune accordo con Mosca. Uno scenario che ai contemporanei può sembrare remoto, ma se è remoto è in gran parte proprio per la funzione deterrente che svolgono queste truppe.

Secondo, capitalizzare l’ideale collocazione geografica della Germania per monitorare alcuni settori chiave: Europa orientale in primis, ma anche Medio Oriente. Da nessun posto si controlla – e si contiene – la Russia meglio che da qui. Per i due decenni successivi al crollo del Muro di Berlino questa necessità era sembrata sempre meno urgente, un retaggio impulsivo della Guerra fredda.

L’annessione della Crimea e l’invasione del Donbass da parte di Mosca del 2014 hanno invece cambiato drasticamente lo scenario, spingendo subito Washington a inviare in Europa ulteriori truppe e mezzi.

Terzo, sobbarcarsi il grosso degli oneri per la sicurezza del continente in modo da permettere all’Ue di dedicarsi a commercio ed economia, approfondendo gradualmente la propria coesione interna anche sul piano politico – pur senza costituire un reale avversario dell’alleato transatlantico. Questo il punto più controverso, nella visione di Trump.

Ricordata questa centralità strategica, si può facilmente comprendere come l’improvvisa decisione del commander-in-chief abbia suscitato parecchi malumori, anche nelle gerarchie militari Usa, che hanno reagito all’annuncio con un eloquente silenzio.

Come per altri ambiti (il disimpegno da Siria e Afghanistan, il tentato avvicinamento con la Russia, la gogna pubblica di quasi qualunque alleato), la linea isolazionista di Trump in politica estera incontra la resistenza di ampi settori del Dipartimento di Stato e del Pentagono.

Il magro bottino raggranellato dalle spettacolarizzate sortite del presidente repubblicano sulla scena internazionale si spiega anche con l’ostruzionismo praticato da questi attori, che ha notevolmente depotenziato le iniziative della Casa Bianca e mantenuto la politica estera americana nel solco della tradizione elaborata nei decenni molto più di quanto le invettive di Trump a mezzo Twitter abbiano suggerito.

A pochi mesi dalla chiusura del mandato, il presidente non sembra aver molti successi da esibire. Alcuni “accordi storici”, come l’intesa con la Corea del Nord e la trattativa coi talebani per la pace in Afghanistan, si sono rivelati fallimenti storici.

Tuttavia, anche nel caso del parziale ritiro delle truppe dalla Germania, sarebbe riduttivo ricondurre azioni muscolari del genere alle bizze di Trump. La sua disperata ricerca di modi per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica domestica dalla sua gestione improvvisata della pandemia in patria è sì un fattore determinante, ma il presidente è un soggetto molto più razionale di come venga solitamente descritto.

Il suo utilizzo strumentale della politica estera come mero strumento per attrarre consensi in patria non deve far dimenticare che molte delle istanze che difende sono questioni che già altri presidenti hanno sollevato, pur con toni meno virulenti, negli ultimi anni.

Come accaduto spesso durante la presidenza Trump, anche il tempismo di questa scelta si presta alla dietrologia. È verosimile che il ritiro delle truppe sia stato deciso anche come reazione al gran rifiuto espresso dalla cancelliera tedesca Angela Merkel alla prospettiva di partecipare fisicamente al G7 di Camp David questo mese.

Un nein frustrante per Trump, che aveva individuato nel vertice un’occasione mediatica golosa per comunicare al mondo come gli States fossero di nuovo un luogo sicuro, nonostante la diffusione del coronavirus nel paese resti tuttora allarmante. Ma le ragioni di un provvedimento in apparenza così impulsivo sono molto più profonde.

I costi di mantenimento della Nato sono una voce rilevante della lunga lista di squilibri che Washington lamenta da anni nei fora multilaterali e nei summit con gli alleati. Fino a tempi recenti, l’Alleanza atlantica era implicitamente riconosciuta come un veicolo della potenza Usa, sicché si accettava trasversalmente quel segreto di Pulcinella che l’istrionico presidente repubblicano ha invece denunciato urbi et orbi: meno di un terzo dei trenta membri alloca alla Nato le risorse previste, cioè il 2 per cento del proprio pil.

Nel 2019, oltre agli Usa (3,42 per cento) raggiungevano o superavano questa soglia, soltanto Bulgaria (3,25 per cento), Regno Unito (2,14), Grecia (2,28), Estonia (2,14), Romania (2,04), Lituania (2,03), Lettonia (2,01) e Polonia (2). Tutti gli altri restavano sotto la soglia pattuita del 2 per cento, alcuni di molto: Italia e Germania, per esempio, si fermano rispettivamente a 1,22 e 1,38 per cento; Belgio, Lussemburgo e Spagna non arrivano all’un per cento.

Nell’era dell’America First di Trump, scroccare la difesa a Washington presentandosi al contempo all’elettorato domestico come anime belle che non intendono investire finanze pubbliche per la difesa non è più un’opzione praticabile.

Al netto delle modalità crude con cui viene evocato dall’attuale dirigenza americana, la pressione cui Trump sottopone i propri maggiori alleati risuona con il sentimento di molti cittadini americani. Il presidente interpreta la Nato come un fornitore di servizi (sicurezza) e, nella sua logica commerciale-diplomatica, fatica a capire perché questi servizi debbano essere offerti gratuitamente, perlopiù a clientes come la Germania che spesso bacchettano un così generoso benefattore.

Non è casuale che tra gli unici otto partner Nato che spendano quanto richiesto, sei appartengano all’Europa orientale. Gli Stati emersi dal blocco comunista vivono ancora un forte sentimento di russofobia, il timore esistenziale che la Russia li invada e li riduca allo status di province periferiche, come frequentemente avvenuto negli ultimi cinque secoli.

Nella memoria storica dei tre Stati baltici e della Polonia, soprattutto, la minaccia russa è una costante, un tratto fondativo della propria identità nazionale. Proteggersi dall’incombente vicino orientale è quindi un imperativo della propria politica estera: vista da Varsavia, Vilnius, Tallinn e Riga, Mosca è il principale nemico strategico. Sempre e in qualunque forma.

Questa divergente attitudine genera un divario cardinale tra gli Stati dell’Europa occidentale, tendenzialmente inclini a considerare guerre e invasioni un vizio del passato, e quelli dell’Europa orientale, ancora troppo scottati per volersi disinteressare di questioni bellico-militari. Questi ultimi sgomitano per accreditarsi come alleati affidabili e obbedienti presso la Casa Bianca.

Tra loro è solitamente la Polonia, lo Stato più esteso e popoloso del quadrante orientale dell’Ue, a coltivare l’ambizione di diventare la migliore amica degli Usa, sfruttando ogni occasione buona per provare a prendere il posto dell’odiata Germania, seconda solo alla Russia nella classifica degli storici nemici del paese – per simili ragioni storiche, si veda il patto Molotov-Ribbentrop (1939).

Letto l’annuncio di Trump, il premier polacco Mateusz Morawiecki ha subito richiesto che parte del contingente americano che saluterà la Germania venga dirottato nel proprio paese, inanellando solo l’ultima di quella lunga sequela di aperture filoamericane in cui la Polonia si è cimentata con entusiasmo a partire dall’insediamento di Trump.

Da almeno due anni Varsavia invoca l’apertura di una base Nato sul proprio territorio, che lambisce Bielorussia, Ucraina e anche Russia (l’exclave di Kaliningrad). Per corroborare la propria richiesta, i funzionari polacchi hanno addirittura proposto per questa struttura la denominazione di “Fort Trump”.

Un passo in tale direzione è avvenuto lo scorso settembre, quando i due alleati hanno siglato un’intesa per aumentare il numero delle truppe distaccate in Polonia. E il mese scorso l’ambasciatrice Usa nel paese centro-europeo ha addirittura ventilato la possibilità che esso possa accogliere le testate nucleari che la Germania sembra voler dismettere.

Al momento non sembra comunque probabile che alcun paese Ue possa scalzare Berlino dal primato di cui gode agli occhi degli strateghi Usa. Pare invece probabile che si accentui ulteriormente la divisione tra i 27 su temi tanto fondamentali quanto trascurati come difesa, impegni militari e proiezione internazionale.

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