Applausi spezzatiCosa succederà al pubblico in studio nei programmi televisivi

Nella solitudine imposta dal distanziamento sociale, gli show si sono raffreddati. Un bene per le trasmissioni di news, ma non funziona per l’intrattenimento. I più danneggiati sono i talent

A un certo punto non potevano esserci nemmeno gli ospiti in studio. L’arrivo della pandemia ha colto le trasmissioni televisive nel mezzo della stagione.

Impossibile pensare a cambiamenti radicali, servivano soluzioni di emergenza. E così il divieto di assembramenti ha costretto le produzioni a improvvisare: via il pubblico, niente ospiti (ammessi solo i collegamenti) e poche persone, non più del necessario, dietro le telecamere.

Il risultato? Platee vuote, niente applausi, silenzio. Per alcuni programmi è stato più facile. Quelli di informazione, per esempio.

Per certi versi, anzi, il fatto di far parlare gli ospiti da lontano ha favorito dialoghi più ordinati, meno sovrapposizione, più freddezza nei ragionamenti.

Sospendere la caciara, cui ci si era ormai abituati, può essere solo un fatto positivo. A soffrire di più, invece, è il settore dell’intrattenimento.

Come spiega a Linkiesta Mirco Cucina, autore televisivo (Tv Talk, ma anche L’Altro Festival, il post-Sanremo 2020, «l’ultimo assembramento che abbiamo fatto»), l’assenza delle persone in studio va a incidere sulla natura stessa di questi programmi.

«Non è soltanto una questione di format. Certi programmi si basano sul “clima” che creano. Per intrattenere devono essere avvolgenti, caldi, accoglienti».

È una chimica che si crea in studio, una combinazione che si instaura tra le persone che interagiscono, e che viene catturata e poi trasmessa agli spettatori a casa.

«Rimane anche a distanza di tempo, anche dopo un processo di lavorazione come la post-produzione». La cosa notevole, aggiunge, «è che proprio in questo periodo ci siamo accorti di quanto, almeno nei programmi di intrattenimento, questo aspetto dei corpi e della vicinanza fisica sia reale e tangibile». Stabilisce un contatto.

E allora che si farà per il futuro? Al momento, sia in Rai che in altre reti, si aspetta. Ma la situazione può avere anche risvolti positivi.

«È un’occasione per cambiare. Una sfida linguistica che ci può portare a creare cose nuove, con forme nuove, magari una televisione nuova». Anche se, certo, il pubblico «non può sparire. In certi programmi una sorta di “raffreddamento”, togliendo voci e applausi, può funzionare». Ma in altri casi no.

Da un certo punto di vista, è una violazione grammaticale. Il pubblico in studio è la parte in cui si riconoscono le persone a casa. Senza, è come spezzare un legame tra chi conduce il programma e chi lo riceve.

Sotto questo profilo, è meglio «pensare formati nuovi, perché limitarsi a rifare lo stesso programma soltanto togliendo il pubblico genera un effetto “pezza” che non sfugge a nessuno». Finora si è fatto così, ma era una situazione emergenziale. Per il futuro, si vedrà.

«Le soluzioni migliori, secondo me, sono quelle che hanno affrontato di petto la questione, l’hanno dichiarata e risolta.

Ad esempio, come ha fatto Cattelan: ha sostituito il pubblico in studio con un wall di persone connesse, si collegano a turni e sono presenti nella trasmissione. Oppure “Propaganda Live”, con i cartonati di persone famose». Ognuno ha seguito il suo stile.

«Sarà interessante vedere cosa succederà ai talent show. Quella formula soffre molto per l’assenza di pubblico. In sostanza, si tratta di ragazzi sconosciuti attorno ai quali costruiscono un abito da divo. Avere persone intorno, in questo senso, è necessario». Un’altra televisione, insomma, è possibile. E adesso è anche necessaria.

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Linkiesta Paper Estate 2020