La morte del contestoIl problema non è la blackface, ma le facce di bronzo che si pentono nel 2020

L’ondata di scuse delle celebrità che hanno girato almeno un video con il volto pitturato di nero non è spontanea. Il makeup razzista è sempre stata una cosa orrenda ma i bianchi dello show business americano se ne sono resi conto solo dopo i linciaggi su Twitter e Google

Wikimedia Commons

«Le idee non sono più quel che ti fa vincere le campagne elettorali. Tantomeno i valori. Oggigiorno, a venire eletto è quello più bravo ad attirare l’attenzione. Se P.T. Barnum fosse vivo, sarebbe il nostro prossimo presidente».
«Non mi è mai piaciuto il circo. Quei poveri elefanti». 

(Dialogo tra un candidato presidente e Gwyneth Paltrow nella seconda stagione di The Politician)

La prima volta che la maggior parte di noi ha visto una blackface era il 2000, ed era una blackface atipica: neri con le facce dipinte di nero, in un contesto contemporaneo, l’idea d’un dirigente televisivo nero che pensava, anabolizzando gli stereotipi razziali, di farsi cacciare, e invece creava un gran successo (non vi dirò come finisce, ma se avete visto Quinto potere sapete cosa aspettarvi).

Bamboozled è stato il più clamoroso insuccesso di Spike Lee («La definizione di “classico di culto” per me è: un film che nessuno è andato a vedere quand’è uscito», ha detto il mese scorso), ed è un film che sembra girato in questa primavera del loro discontento. Questa primavera in cui ovunque, nell’intrattenimento americano, c’è l’incubo della blackface; o la sua versione in sedicesimo: l’appropriazione culturale di travestirsi da una razza che non si è per una festa in costume.

Gli americani non hanno Carnevale ma hanno inventato Halloween – ammollandolo pure a noi che quindi ora abbiamo due festività di travestimenti ogni anno – eppure ritengono inaccettabile che ci si travesta da altro da sé. La campagna elettorale nella seconda stagione di The Politician ha il suo momento di massima difficoltà quando spunta una foto del candidato che, a sei anni, era vestito da pellerossa a una festa di Halloween. Non sapevo, ero ignorante, dice lui nell’unico discorsetto accettabile se non si vuole essere rimossi dalla scena pubblica americana: non puoi dire «Oh, era Halloween, se uno non si traveste da quello che non è cosa si traveste a fare?».

(The Politician non inventa niente: l’anno scorso fece scandalo una foto del primo ministro canadese, Justin Trudeau, travestito da arabo a una festa di Halloween; qualche settimana fa il direttore d’un giornale di cucina si è dovuto licenziare perché la moglie aveva instagrammato una loro foto in cui giocavano ai portoricani; Totò verrebbe probabilmente additato al pubblico ludibrio per appropriazione culturale del francese «Noio volevòn savuàr»).

La primavera del discontento dello showbiz americano ha registrato più caduti a sinistra che altrove. Prima c’è stato Jimmy Fallon, che si è scusato perché – quando non era il conduttore più innocuo e più visibile della seconda serata televisiva, ma solo un giovanotto del cast del Saturday Night Live, il varietà del sabato sera – aveva imitato Chris Rock, pittandosi perciò la faccia di nero.

La blackface, come nei minstrel show della prima metà dell’Ottocento, quando i bianchi si pittavano la faccia per fare i ruoli dei neri, e quei ruoli erano derisori, e non era certo una derisione equa, visto che all’epoca in America c’era lo schiavismo. Solo che, quando Fallon si pitta la faccia di nero, è il 2000, e lui è un nessuno (condurrà infine un suo programma nove anni dopo), e Chris Rock, l’oggetto della (mitissima) presa in giro è un comico infinitamente di maggior successo di lui, che ha già un proprio programma (su Hbo).

Manca completamente quel dislivello (punching down, colpire chi sta più in basso, lo chiamano gli anglofoni quando discutono di ciò che non va fatto nella comicità) che rendeva esecrabile la blackface. Ma, poiché abitiamo l’era della morte del contesto, e sappiamo memorizzare solo fischi di Pavlov molto semplici, abbiamo scartato tutto il meccanismo e memorizzato solo «blackface no, blackface brutta e cattiva».

Dopo Fallon, come birilli sono caduti tutti i riferimenti della comicità liberal. Jimmy Kimmel, diretto concorrente di Fallon (vanno in onda alla stessa ora, uno su Nbc e uno su Abc), si è scusato per aver imitato un giocatore di basket, Karl Malone, negli anni Novanta: anche qui, giovane comico che cerca di emergere imita star affermata – siamo sicuri che quello nella posizione di forza sia l’imitatore?

E poi Tina Fey, che nel suo 30 Rock (serie televisiva che piaceva alla gente che piace) aveva varie puntate con personaggi in blackface, e ora ha chiesto ai servizi di streaming di togliere quelle puntate dal catalogo. 30 Rock è finita nel 2013. Forse, invece di scusarsi perché la blackface è sempre stata una cosa orrenda e non so come ho potuto non capirlo prima, i multimilionari bianchi dello showbiz americano potrebbero prendere in considerazione una riflessione: forse, non nei segregazionisti anni Cinquanta ma nel 2013, cioè l’altroieri, non ci sembrava una cosa così grave. Non eravamo terrorizzati di venire linciati su Twitter o che nei risultati su Google venisse per sempre fuori che siamo razzisti.

Forse il problema non è la blackface ma il 2020. Poco più d’una settimana fa il Washington Post è riuscito a battere il proprio primato di scemenza. Il primato gli apparteneva da quando aveva mandato un tizio a scartabellare negli appunti – soggetti scartati e altri frammenti – di Woody Allen, e il tizio ne aveva concluso che si vedeva dai film che scriveva che Allen era un pedofilo (ovviamente i giornali italiani ripresero l’impresa non per dire «come diavolo si sono ridotti i giornali americani» ma per dire «il Washington Post ha uno scoop: Allen è un pedofilo»: invero inspiegabile che non vendano).

Il nuovo picco di scemenza è un pezzo (lunghissimo, dieci cartelle di puro delirio) su una festa avvenuta due anni fa a casa d’un vignettista del giornale. In quei giorni una conduttrice molto di destra aveva detto che non capiva il problema se uno voleva pittarsi la faccia di nero, e un’ospite (era Halloween, è sempre Halloween che porta guai) aveva pensato d’irriderla pittandosi a sua volta la faccia di nero. La gag era dichiarata: la signora aveva un cartellino sulla giacca con scritto «Mi chiamo Megyn Kelly» (il nome della bianchissima conduttrice).

Un’ospite contatta il Washington Post e dice d’essere rimasta traumatizzata e di non pensare ad altro da due anni. Non sa, l’ospite, chi fosse la signora, giacché era, l’ospite, un’imbucata alla festa. Ma il giornale ricostruisce (il giornalismo investigativo applicato alle cause più dementi) tutto, sputtana la signora, la fa licenziare (stiamo inventando una nuova economia, basata sui posti di lavoro creati licenziando gente con fedine morali opache) per essere andata a una festa truccata in modo da traumatizzare una che a quella festa neppure era invitata.

L’articolo era così assurdo che persino i giornalisti americani se ne sono indignati. Ieri, sul New York Magazine, Olivia Nuzzi e Josh Barro hanno raccontato la vicenda, e la sintesi minima della loro ricostruzione è: il Washington Post aveva paura si sapesse che la tizia era andata da loro con la storia della blackface e di passare per censori se non la pubblicavano. Avevano paura che su Google, alle ricerche “Washington Post”, spuntasse la voce “razzisti”. Un’epoca che vive nel terrore dell’algoritmo e, nel dubbio, preferisce rovinare la vita a qualcuno che finire in un sottinsieme di fedine morali imperfette. 

«Si dà il caso che io abbia un master in studi afroamericani».
«Insomma ti sei scopata un negro all’università». 

(dialogo tra una bianca e un nero in Bamboozled)

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