Fantasia al potereServono lezioni brevi e il coinvolgimento degli studenti per non uccidere l’università da remoto

Il remoto non può supplire all’esperienza teatrale di un grande docente, però può consentire di abbattere altri ostacoli. Ma il semplice trasferimento da una parte all’altra non funziona, anzi stanca e scoraggia

Si parla di divisori in plexiglass tra i banchi, accessi scaglionati, doppi turni incrociati (metà a casa, metà in classe) come negli anni ’60 quando l’Italia era strapiena di bambini. Tornare a scuola a settembre sarà molto complicato e nessuno al momento sa davvero che cosa dovranno aspettarsi le famiglie, prostrate da mesi di convivenza forzata, tutto che accade nello stesso posto lavoro-istruzione-vita domestica.

In qualche modo a fine estate gli studenti di elementari, medie e superiori dovrebbero riprendere posto nei loro edifici, mentre per l’università si parla insistentemente di lezioni in remoto fino almeno a dicembre. Così fosse, un vero handicap per le matricole (vedremo poi i numeri dei nuovi iscritti) e in generale per una micro-generazione che rischia di arrivare alla laurea con altre regole in corsa, un’anomalia che potrebbe costare cara in termini di preparazione, motivazione, apprendimento.

Mi spiego meglio, portando a esempio la mia esperienza di docente in Accademia e all’Università. Appena una settimana dopo il lockdown molti di noi erano già pronti a cambiare modalità e trasferire il corso del secondo semestre sullo schermo del computer. Almeno, ci siamo detti, non perderemo il ritmo e riusciremo comunque a fare lezione. All’inizio ho registrato un certo entusiasmo, gli studenti sempre presenti, stimolati a interagire attraverso le chat, qualcuno persino a voce anche se di molti di loro non ho mai visto la faccia, le piattaforme in generale funzionano bene nonostante qualche sovraccarico di rete.

In aprile le prime crepe: se il meccanismo può andare per piccoli gruppi, quando hai iscritti in contemporanea 80 studenti la sensazione è di perderli per strada, non sai se seguono davvero o nel frattempo fanno altro, non capisci quanto davvero resti loro delle due ore canoniche di lezione e, soprattutto, sovente ti sembra di parlare da solo a uno schermo vuoto e ti chiedi se ci sia ancora qualcuno dall’altra parte.

Chi come me insegna da 30 anni, con immutata passione e reale spirito civile, è essenzialmente un professore performer che ha ereditato stile e linguaggio dai maestri fin dal tempo della propria università. Non avessi assistito alle lezioni di Gianni Vattimo, Gian Renzo Morteo, Guido Davico Bonino, Gianni Rondolino, Barbara Lanati, Giorgio Ficara, Enrico Crispolti, Luciano Bellosi, Gian Paolo Caprettini (l’elenco è ben più lungo) oltre che persona assai meno colta non avrei imparato i trucchi del mestiere, primo tra tutti come si fa a intrattenere per almeno due ore una platea di studenti che alla prima incertezza vanno altrove con la mente (ok, negli anni ’80 non esistevano gli smartphone ma ci si poteva distrarre ugualmente).

Sono gli stessi studenti, peraltro, a chiedere insistentemente il ritorno alle aule. Così non fosse nell’immediato, l’occasione è comunque buona per provare a cambiare qualcosa nei metodi e nelle tecniche, a cominciare da slot temporali molto più brevi perché oltre 45 minuti l’attenzione al computer non è che si perde, si frantuma proprio. Bisognerebbe avvicinarsi, insomma, al sistema anglosassone che prevede lezioni brevi seguite da esercitazioni, dove gli studenti dovrebbero a loro volta imparare a fare ricerca (non copiare i dati dal web), elaborare ed esporre.

Ciò rappresenterebbe quantomeno un’ottimizzazione, un’abitudine al coinvolgimento, il giocare un ruolo attivo fin dall’inizio. Peraltro gli studenti italiani spesso dal tema di maturità (che quest’anno salta) alla tesi di laurea non scrivono più una riga, sarebbe alquanto opportuno che l’emergenza favorisse l’insegnamento e la pratica di tale tecnica dimenticata.

Nonostante le più basse percentuali in termini di occupazione, sono convinto che una nostra università d’eccellenza (e ce ne sono diverse) sia preferibile agli studi nel mondo angloamericano, troppo asettico, scarsamente approfondito – mia figlia Giulia dopo due mesi di King’s College a Londra è voluta tornare alla Sapienza di Roma perché in Inghilterra imparava poco – e nonostante la sciagurata riforma del 3 più 2, quando invece si sarebbe dovuto piuttosto ridurre il liceo a 4 anni. In particolare le nostre facoltà umanistiche mantengono la tradizione di docenti illustri, accattivanti, competenti e i ragazzi sovente si iscrivono a determinati corsi proprio per ascoltarli e imparare.

Il remoto non può supplire all’esperienza teatrale di un grande docente, però può consentire di abbattere altri ostacoli. Ad esempio nelle mie lezioni di storia dell’arte potrei invitare direttori di musei stranieri o artisti internazionali per arricchire l’offerta formativa. Se prima non si poteva perché le risorse finanziarie delle università sono molto limitate e gli spostamenti fisici costano, ora la rivoluzione è a portata di mano, a patto di non contare sempre e solo sulla gratuità, che le cose che non si pagano non valgono niente.

In attesa comunque di tornare in aula, penso a corsi articolati su una pluralità di contenuti in remoto. Usare nuovi strumenti per nuovi sistemi di apprendimento perché il semplice trasferimento da una parte all’altra non funziona, anzi stanca e scoraggia. Si possono fare insomma altre cose aspettando di tornare a fare quelle di sempre senza poi dimenticarci che una buona università oggi deve affiancare alla lezione in presenza occasioni davvero particolari che solo il remoto può garantirci.

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