Il filosofo e gli schiaviPerché studiare Aristotele ci aiuta a capire i limiti della Cancel Culture

In una accorata difesa sul New York Times, la filosofa Agnes Callard analizza il linguaggio della contemporaneità. E mostra perché e in che modo la libertà di parola sia in difficoltà

Sarebbe possibile “cancellare” Aristotele? Secondo la filosofa e docente Agnes Callard, visti i temi che corrono, i presupposti ci sarebbero anche.

Come spiega sul New York Times, nella pagina delle opinioni, il filosofo greco non ha mai condannato la schiavitù. Anzi, l’ha difesa, teorizzata, giustificata e integrata nella sua visione del mondo. Non ha nemmeno criticato la posizione subalterna della donna nella società. Al contrario, l’ha considerata naturale, biologica, indiscutibile.

Per lui il concetto di “dignità intrinseca” dell’essere umano non aveva senso. Esistevano individui che avrebbero raggiunto il pieno sviluppo dell’umanità e altri no. E tra questi metteva anche i lavoratori manuali, in qualche modo considerati inferiori.

Insomma, se «la cancellazione consiste nella rimozione di una personalità storica da una posizione di preminenza, quella di Aristotele avrebbe delle giustificazioni».

Però, aggiunge, farlo sarebbe un errore. Per tante ragioni, tra cui quella che, in fondo, l’antico maestro di Alessandro Magno è molto utile da studiare anche oggi, nonostante le sue idee vadano ben oltre il concetto di “microaggressione”. Non è, riassume, «un nostro nemico».

La domanda a questo punto sorge spontanea, e se la fa anche Iain Murray su National Review: “Ma perché mai stiamo anche solo prendendo in considerazione l’ipotesi di cancellare Aristotele?”.

La sua importanza storica è indiscutibile, il suo contributo al pensiero enorme: dalla logica alla biologia, fino all’estetica, la politica. La stessa parola “metafisica” è nata dopo di lui. Come si fa a “cancellarlo” senza dover per forza riscrivere la storia dell’Occidente?

Il punto vero è che, con la scusa di difendere il filosofo antico, Agnes Callard ne approfitta per parlare di altro. Soprattutto, per fare una lunga divagazione sul tema del discorso politico contemporaneo.

Qui, nota il significato letterale scompare e rimane vivo quello allusivo, il “messaging”, dal forte contenuto retorico, dove cioè più che la parola conta il messaggio sottinteso.

«Per esempio, le frasi come “Black Lives Matter” e “All Lives Matter” sono entrate a far parte nella nostra lotta di potere contemporanea in profondità tale che nessuno, che ne conosca il contesto, potrebbe mai utilizzarle o anche solo percepirle come letterali. Ma se un alieno venisse dallo spazio, del tutto inconsapevole del contesto, e le pronunciasse entrambe, nessuno troverebbe niente da eccepire. Perché, con un alieno che si esprime, il contesto sarebbe del tutto rimosso».

Ecco, allora: questo è il modo in cui, consiglia, si dovrebbe leggere Aristotele: è lui l’alieno. «Il suo approccio all’etica era empirico, cioè basato sull’osservazione. E quando si guardava intorno vedeva un mondo dove c’erano gli schiavi, dove le donne erano sottomesse e i lavoratori manuali disprezzati».

Per cui, «quando lo leggo, io vedo la sua visione del mondo. Tutto qui. Non colgo intenzioni malefiche, o motivi sottaciuti. Non lo interpreto come un segno del suo carattere» – che comunque non era molto piacevole, dicevano i contemporanei – «o come un tentativo di portare avanti un messaggio pericoloso da combattere, o da silenziare, per poter difendere le persone più vulnerabile». Senza darlo troppo a vedere, insomma, la filosofa ha riportato in campo il concetto di “contestualizzazione”.

Ma non si ferma qui e aggiunge. «Quello che rende vera la libertà di parola è la possibilità di non essere d’accordo senza sentire ostilità». Questo «non c’entra con quello che diciamo, ma con il “come” lo diciamo». O in senso letterale o in senso allusivo.

La “Cancel Culture”, insomma, si basa proprio su quest’ultimo aspetto: interpreta ogni affermazione come una allusione, che può essere identificata come ostile o come amichevole, a seconda delle implicazioni e, soprattutto, del contesto.

È, di fatto, la lingua della lotta politica, il sistema comunicativo dell’ideologia, il modo di esprimersi dello scontro di potere.

A differenza del linguaggio letterale, che è quello della scienza, quello allusivo non cerca di stabilire una verità ma di sostenere un punto di vista.

In tutto questo, è evidente, Aristotele c’entra poco. Quello che emerge, dietro il pretesto di difendere il filosofo, è una raffinata analisi della lingua della “cancel culture” e, in generale, del dibattito contemporaneo. «Non dico che trovarsi in disaccordo, in modo amichevole, con Aristotle possa aiutare a migliorare i contrasti, molto più duri, con i nostri contemporanei».

Ma «credo che possa aiutarci a capire quale potrebbe essere l’obiettivo di un possibile miglioramento». Cioè poter parlare in senso letterale, senza il timore di venire giudicati (e condannati) per, appunto, le possibili implicazioni.

 

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