Il peso delle paroleConte abusa del termine rivoluzione senza saperne il significato

Il linguaggio si evolve nel tempo e i concetti che usiamo oggi potrebbero aver bisogno di vocaboli che decenni fa non esistevano. Ma usare un’espressione per indicare qualcosa che non ha niente a che fare con quel che ha voluto dire per milioni di persone in passato non ha alcun senso

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Le parole, o meglio il significato che le parole assumono nell’uso che gli umani ne fanno cambiano nel tempo. C’è una storia dei significati che cambiano e una storia dell’uso che si fa delle parole. Lo ha insegnato un grande storico, Reinhart Koselleck, di cui consiglio la lettura di un libro molto piacevole: “Il vocabolario della modernità” (Il Mulino). Il cambio del significato delle parole e dell’uso che se ne fa riflettono e spiegano anche il cambiamento dei comportamenti umani.

È evidente, in questi giorni se si riflette sull’abuso della parola rivoluzione. Oggi di rivoluzione parla addirittura il presidente del Consiglio Giuseppe Conte annunciando una legge sulla semplificazione burocratica che sarà, se andrà bene (si spera), degna del termine riforma. D’altronde dice anche che la storia è dalla sua parte. Ma questo meriterebbe altre considerazioni.

Se penso al secolo trascorso siamo partiti da “rivoluzione” intesa come conquista violenta del potere, qualcosa che implicava anche una guerra civile, un rovesciamento dei rapporti di potere che giustificava la violenza come necessità.

Tutto quel periodo storico fu dominato dalla contrapposizione “rivoluzionari vs riformisti”. Rivoluzione era violenza, rottura, discontinuità, scelte (di vita) irreversibili. Riformismo significava democrazia o almeno egemonia e non dittatura (del proletariato). L’ultima volta che si fecero davvero i conti con quel significato di rivoluzione fu nel contrasto alle Brigate Rosse, a quella folle idea che la violenza terroristica avrebbe acceso un processo insurrezionale.

D’altronde anche quel significato era stato una “evoluzione” storica. Lo aveva assunto con la Rivoluzione francese prima e quella Bolscevica dopo, passando da Mao, Fidel e Pol Pot. Dal significato di Copernico e Galileo, cioè fare un giro completo e tornare al punto di partenza, era diventato il contrario: non poter assolutamente tornare da dove si era partiti.

Ecco, oggi rivoluzione non significa più trasformazione irreversibile, presa del potere violenta, insurrezione popolare o proletaria, svolta epocale. Nelle parole del presidente del Consiglio se va bene rivoluzione significa approvare qualche legge che abbia almeno gli stessi effetti di quelle che l’hanno preceduta. E il bello è che questo uso viene accettato dal sistema dell’informazione, dal discorso pubblico e diventa senso comune.

La vera rivoluzione in atto è quella relativa all’uso e al significato delle parole del ‘900 a cominciare dalla parola rivoluzione e dal suo contraltare riformismo. Il cambiamento interessa tutte le categorie politiche del ‘900, rende evidente il loro logoramento, la loro inutilizzabilità pratica.

Non si tratta di annullare le differenze tra destra e sinistra. Si tratta di riconoscere che se si usa la parola rivoluzione come fa il presidente Conte si parla di qualcosa che non ha niente a che fare con quello che quella parola ha evocato per milioni di persone negli scorsi decenni nei quali essi si sono formati, hanno parlato di politica, hanno compiuto scelte che avevano impatto sulla politica. E si tratta anche di prendere atto che se si usa il termine riformismo il risultato è equivalente.

Quando si dice che bisogna cambiare linguaggio perché le parole con le quali si descrive la realtà non corrispondono più a quello che le persone vivono (a come le persone vivono le parole, cioè come le usano) si dice questo. Non si possono descrivere problemi nuovi con parole vecchie. Non possiamo che usare le vecchie parole per descrivere i nuovi fenomeni. Ci vuole tempo perché si affermino nuove parole o nuovi significati.

Il modo con il quale gli attori politici parlano dei problemi italiani, quello che le persone vivono nella loro quotidianità, non corrisponde al loro vissuto. I concetti che usano per descrivere i problemi richiamano categorie che non significano più quello che le persone che ascoltano vivono. Richiamano linee di frattura per far schierare le persone che non sono adeguate alla realtà, non la descrivono.

Anche in questo sperimentiamo difficoltà inedite che producono smarrimento. Esiste un grande problema di cultura politica, di capacità di descrizione e interpretazione della società contemporanea. Certo da tangentopoli prima, e con l’affermazione del populismo grillino poi, è successo qualcosa che ha fortemente condizionato la qualità del personale politico ma non può essere ridotto tutto a limiti contingenti degli attori politici. Troppo semplice.

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