Omofobia sistemicaPerché la comunità Lgbti è diventata il bersaglio dei sovranisti polacchi in ogni elezione

«Da circa due anni il primo nemico da combattere sono diventati gli omosessuali, siamo stati istituzionalmente de-umanizzati, trasformati in uno strumento politico da agitare», racconta l’attivista Magda Dropek a Linkiesta

Afp

«Possiamo parlare domani? Oggi è il giorno per piangere». Marta Lempart è una delle attiviste in più esposte di tutta la Polonia, nel 2016 aveva creato lo Sciopero delle donne per protestare contro l’inasprimento di una legge sull’aborto già tra le più restrittive d’Europa. Da allora, come donna e come omosessuale, ha vissuto in uno stato di mobilitazione politica permanente, che l’ha portata ad affrontare quaranta processi diversi.

Non è servito a evitare la strettissima vittoria di Andrzej Duda al ballottaggio per le elezioni presidenziali del 12 luglio, dopo una campagna elettorale passata ad agitare una sola, grande minaccia immaginaria: la comunità LGBT. «Non sono persone, sono un’ideologia», aveva detto Duda in un comizio a giugno. «Non ho visto la generazione dei miei genitori combattere il comunismo solo per accettare un’ideologia che è ancora più distruttiva per l’essere umano».

È lo stesso clima di violenza verbale che aveva portato l’arcivescovo di Cracovia Marek Jedraszewski a parlare di «peste arcobaleno». È l’omofobia sistemica ai confini orientali dell’Europa: governo e chiesa, con l’appoggio neonazisti e ultras per le strade. 

Magda Dropek è un’attivista ed è concittadina dell’arcivescovo. Dal 2012 Organizza il Pride di Cracovia. Anche per lei questi sono giorni di lutto e di elaborazione. «Siamo tutti esausti, è la terza elezione dell’ultimo anno, in tutte i diritti degli omosessuali sono stati il principale argomento di conversazione. Sono triste, depressa, ma non sorpresa. Eravamo preparati».

Essere il primo bersaglio della politica della paura di un governo populista può essere fisicamente estenuante. È un obiettivo mobile e flessibile, nel 2015 i migranti erano il capro espiatorio nazionale sul quale aveva fatto leva il sovranismo.

Erano i giorni in cui Jarosław Kaczyński – attuale leader di Diritto e Giustizia, il partito che ha sostenuto Duda – diceva che c’erano 100mila musulmani pronti a imporre la sharia in Polonia. «Da circa due anni il primo nemico da combattere sono diventati gli omosessuali, siamo stati istituzionalmente de-umanizzati, trasformati in uno strumento politico da agitare, il nuovo nemico alle porte che avrebbe distrutto il paese».

In diverse occasioni la retorica xenofoba e quella omofoba si sono proprio saldate, Duda ha più volte parlato dell’omosessualità come di un’invasione culturale straniera per sradicare le radici cristiane del paese, esattamente come fatto con l’islam durante la crisi dei migranti. 

Per comprendere le prospettive degli omosessuali polacchi dopo la vittoria di Duda, bisogna capire come si è arrivati al 12 luglio. Non esistono dati sui crimini d’odio in Polonia, perché i crimini d’odio «non esistono», non vengono registrati come tali.

Uno degli episodi simbolo è stato il Pride di Białystok, accompagnato da tale violenza da essere definito lo Stonewall polacco. Poche centinaia di manifestanti erano state circondate da migliaia di neonazisti e gruppi ultras, che lanciavano pietre, bottiglie, petardi, ci sono state decine di feriti e la denuncia di Amnesty International.

Białystok si trova a nord-est, l’area dove Duda ha stravinto, ed è una delle tante amministrazioni locali polacche che nell’ultimo anno si sono auto-dichiarate LGBT-free, libere dall’ideologia degli omosessuali, con delibere prive di valore giuridico ma piene di violenza simbolica, praticamente la cornice legale delle violenze di strada. 

«Non sono legalmente vincolanti, non possono essere nemmeno impugnate. Non cambiano lo status legale delle persone, ma avvelenano il clima, danno legittimità alle discriminazioni, influenzano le decisioni pubbliche. E creano violenza, perché non puoi picchiare un’ideologia, ma puoi picchiare le persone che secondo te la rappresentano», spiega Hubert Sobecki, vice presidente di Stowarzyszenie Miłość Nie Wyklucza (L’amore non esclude), una delle associazioni più attive in Polonia.

A oggi le zone LGBT-free sono un centinaio, di ogni dimensione, piccole o grandi come Białystok. Un attivista ha creato un Atlante dell’odio per tracciarle, di fatto coprono un terzo del territorio polacco, un’area grande quanto l’intera Ungheria. La rivista Gazeta Polska ha anche distribuito gli adesivi da attaccare, per ribadire il concetto.

Con la voce calma di chi si è preparato mentalmente a un futuro complicato davanti a sé, Sobecki spiega: «Stiamo percorrendo la stessa strada della Russia di Putin: la paura che abbiamo oggi in Polonia è che sparisca completamente l’agibilità pubblica di associazioni come la nostra, di essere messi al bando nella società e nei media, diventare invisibili per legge». 

Quando sei invisibile, non perdi solo la possibilità di esprimerti e condurre le tue battaglie (in Polonia non ci sono matrimoni egualitari, unioni civili, politiche anti discriminazione) ma diventi un bersaglio ancora più facile da colpire.

Le elezioni presidenziali hanno lasciato in circolo un quantitativo di odio che sarà difficile da smaltire. «Anche se la campagna elettorale è finita, quel clima non svanirà, le bugie, i pregiudizi rimarranno, c’è un’intera comunità che metà del paese si è abituata a vedere come un capro espiatorio o sostenitori della pedofilia. Ci sarà un aumento della violenza, della depressione, dei suicidi», spiega Sobecki.

E tanti semplicemente se ne andranno. «Ho già parlato con tre coppie pronte a partire, per loro questa elezione era l’ultima possibilità che davano alla Polonia». Magda Dropek condivide la paura che un’intera generazione possa decidere di lasciare il paese: «Hanno paura, sono stanchi, perderemo persone istruite, che avrebbero potuto contribuire al futuro della Polonia. E la generazione dei più giovani rimarrà senza punti di riferimento».

Klementyna Suchanow, giornalista e animatrice dello Sciopero delle donne del 2016, condivide tutti questi timori e ne aggiunge un altro: «Finora abbiamo avuto una repressione soft, nei prossimi mesi arriverà quella più dura. Qui ci siamo preparando mentalmente a un’escalation di processi e di arresti».

Uno dei fronti più importanti della vita politica polacca degli ultimi anni sono stati i tentativi di Diritto e Giustizia di mettere fine all’indipendenza della magistratura, per metterla sotto il controllo diretto del governo, con un conflitto istituzionale tra il partito e la Corte Suprema che ha pochi precedenti nell’Unione Europea e il cui esito influirà anche sul destino legale degli attivisti. 

«Ogni giornalista europeo con cui parlo mi pone la stessa domanda», conclude Sobecki, «Come è possibile che accada questo in Europa? La mia risposta è sempre uguale: accade perché l’Europa lo permette. Evidentemente ci sono condizioni non negoziabili e altre invece che lo sono, come il rispetto di determinati diritti. Ci sono matrimoni e adozioni che in alcuni paesi valgono e in altri no. L’Unione europea è anche un’unione di valori? Probabilmente alla prova dei fatti non lo è».

Il Parlamento e la Commissione Europea hanno condannato le zone LGBT-free, minacciando di tagliare i fondi e promettendo di seguire da vicini la questione. «Per noi è importante sentire che a livello simbolico l’Europa non ci lascia indietro», spiega Magda Dropek, «Ma serve più coraggio, perché qui sta diventando una questione di vita o di morte».

Per Klementyna Suchanow il problema, oltre alla «lentezza burocratica dell’Unione rispetto alla rapidità dei cambiamenti», è anche culturale: «I politici dell’Europa occidentale non hanno ancora compreso il livello della minaccia che arriva da Est, non hanno realizzato quanto le aggressioni ai diritti in Polonia e in Ungheria, e la vicinanza con la Russia, siano pericolose. Ascoltano poco, parlano poco, studiano poco. I diritti dei gay polacchi sono solo uno dei segni visibili di qualcosa di molto più grande e inquietante». 

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