Tifo e statisticaEcco come John W. Henry ha fatto tornare grandi il Liverpool e i Boston Red Sox

La strategia e il successo di uno degli uomini di affari più vincenti di sempre è il rispetto. Per vincere non c’è bisogno degli effetti speciali, basta ricordarsi la storia, scegliere le persone giuste a cui delegare le decisioni, non sprecare soldi inutilmente e utilizzare bene i numeri

Afp

Liverpool e Boston hanno diverse cose in comune: i docks, il forte senso di appartenenza dei loro abitanti e – ciò che più conta in questa storia – la maledizione che per decenni ha colpito le due più importanti squadre cittadine. Da una decina d’anni, Merseyside e South End condividono anche un riservato signore americano che, grazie alla passione per il baseball e ad uno straordinario talento per i numeri, ha infranto la maledizione riportando il Liverpool e i Red Sox sul tetto del mondo.

John W. Henry è cresciuto in una fattoria dell’Arkansas e già da ragazzino possedeva una sorprendente predisposizione per la statistica e per il calcolo delle probabilità. Un interesse inizialmente circoscritto al calcolo delle medie di battuta e di corsa dei suoi giocatori di baseball preferiti che è finito per diventare il mezzo con cui guadagnarsi da vivere, prima contando le carte da blackjack ai tavoli di Las Vegas e poi prevedendo l’andamento delle materie prime sui mercati. A 31 anni Henry ha lanciato il suo primo hedge fund, che ha contribuito a renderlo così ricco da permettergli di investire nella sua passione d’infanzia.

Nel 2002 Henry ha comprato tramite il suo Fenway Sports Group (FSG) una delle franchigie più importanti dell’MLB, i Boston Red Sox, caduti in disgrazia dopo che nel 1920 il proprietario decise di cedere Babe Ruth ai New York Yankees.

Da allora i Red Sox non sono mai più riusciti a vincere. Una maledizione che si è interrotta nel 2003, quando Boston ha conquistato le World Series dopo più di ottant’anni di digiuno. Il primo di una serie di trionfi (gli altri sono arrivati nel 2007, nel 2013 e nel 2018) ottenuti – ancora una volta – grazie ai numeri.

Henry è sbarcato a Boston convinto che le statistiche si potessero applicare con successo anche allo sport e ha scelto di affidare la rinascita dei Red Sox a Theo Epstein, che a soli 28 anni è diventato il più giovane general manager nella storia dell’MLB. Epstein ha costruito il roster affidandosi ad un approccio numerico basato non tanto sul talento dei giocatori quanto sulla loro funzionalità all’interno del sistema.

Seguendo questo principio, Epstein ha scelto di non spendere una cifra astronomica per acquistare Alex Rodriguez, una delle superstar del gioco. Una decisione apparentemente folle, che si è però dimostrata corretta, visto che a fine stagione i Red Sox si sono aggiudicati il titolo senza di lui.

Le ragioni del successo del Liverpool sono molto simili. Nel 2010 il Fenway Sports Group di Henry ha rilevato i Reds da un’altra gestione americana (quella di Tom Hicks e George Gillett), disastrosa sia dal punto di vista sportivo sia da quello finanziario. Fuori dalla Champions League e ad un passo dall’amministrazione controllata, Henry ha acquistato il club per 300 milioni di sterline, una cifra ridicola se paragonata al valore attuale (per alcuni superiore ai due miliardi di sterline).

La strategia che ha portato all’acquisto del Liverpool è la stessa che ha guidato FSG durante l’operazione Red Sox: un brand dall’enorme potenziale commerciale con un passato glorioso che – nonostante gli ultimi, disastrosi risultati – gode dell’amore incondizionato dei propri tifosi. E se a Boston l’epicentro della passione è Fenway Park, a Liverpool c’è Anfield.

Lo stadio è il luogo fisico da cui Henry e FSG hanno deciso di partire, non cedendo alla tentazione di costruire un impianto più moderno e capiente. La tradizione è un asset dal valore incalcolabile su entrambe le sponde dell’Atlantico, da preservare ad ogni costo, anche alzando il prezzo dei biglietti. Il secondo passo è stato affidare la squadra alla persona giusta. A Boston il trucco è riuscito immediatamente. A Liverpool no. È stato necessario aspettare fino al 2015, quando a Melwood è arrivato Jürgen Klopp. A scegliere l’allenatore tedesco ci ha pensato Michael Edwards, il direttore sportivo dei Reds.

Edwards è l’alter ego britannico di Epstein, l’uomo a cui la proprietà ha delegato le scelte di mercato. È stato lui ad inaugurare quella strategia dei piccoli passi secondo cui la squadra andava costruita senza fretta, di anno in anno, non facendosi prendere dalla frenesia di voler rincorrere a tutti i costi i big spender rivali, Manchester City e Manchester United su tutti. Per Edwards, al Liverpool non servivano grandi nomi ma giocatori funzionali al progetto di Klopp.

Musica per le orecchie di Henry, che non è mai voluto uscire dai paletti fissati dal Financial Fair Play. Così, nel 2016 sono stati acquistati a prezzi di saldo Sadio Mané e Gini Wijnaldum, seguiti un anno dopo da Mohamed Salah ed Andrew Robertson. Con i proventi della cessione record di Coutinho al Barcellona, Edwards ha rinnovato i contratti di Trent Alexander-Arnold e Roberto Firmino, oltre a mettere una prima, enorme toppa in difesa comprando Virgil van Dijk, seguito 12 mesi dopo da Allison Becker. Due acquisti costosissimi, finanziati dalle entrate garantite dagli accordi televisivi e, soprattutto, dai risultati sportivi sempre più importanti.

Oggi, trent’anni dopo l’ultimo titolo nazionale, il Liverpool è “Champions of everything” grazie alla rara capacità di Henry e del suo FSG nel gestire con lungimiranza i propri asset sportivi. Ciò che era riuscito a Boston, ha funzionato anche a Liverpool. Per vincere non c’è bisogno degli effetti speciali di New York o di Londra. Basta rispettare la storia, scegliere le persone giuste a cui delegare le decisioni strategiche e non sprecare soldi inutilmente.