Mettersi in scenaCosì è nata “I May Destroy You”, la nuova serie di Michaela Coel che sa turbare e divertire insieme

Dopo il successo ottenuto con “Chewing Gum”, l’attrice e scrittrice britannica è partita da una difficile esperienza personale per analizzare il mondo del sesso, del consenso e della via giusta (se c’è) per guarire da un trauma

Theo Wargo / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / Getty Images via AFP

Scrivere fino a quando si riesce. Scrivere per vuotare il sacco. Scrivere, infine, finché non si trova la forma giusta. E il risultato sono capolavori. “I May Destroy You”, serie tv di 12 episodi della Hbo-Bcc, pensata, realizzata e portata sullo schermo dall’attrice e scrittrice britannica Michaela Coel, è tutto questo.

Una messa in scena del trauma dell’assalto sessuale che ha subito, raccontato attraverso il personaggio di Arabella (scrittrice che è anche una sorta di alter ego), ma anche indagine della sessualità e del tema/problema del consenso nel XXI secolo, contornata da immancabili problemi finanziari, difficoltà relazionali, continue chiamate e messaggi agli ex (The Independent la interpreta come una serie sugli effetti degli smartphone) con cui si cerca di razionalizzare la propria esistenza. Arriva dopo 191 bozze e mesi di lavoro.

Michael Coel, insomma, è tornata e lo ha fatto alla grande. Ha mantenuto il piglio di “Chewing Gum”, lo show del 2015, che l’ha lanciata (con tanto di Bafta vinto) facendo conoscere a tutti il suo stile capace di mescolare, come scrive l’Economist, «orrore e allegria».

All’epoca l’obiettivo era raccontare, attraverso il personaggio di Tracey Gordon, una ragazza 24enne di Londra cresciuta in una famiglia molto religiosa, il rapporto con il sesso e la perdita della verginità tra sensi di colpa e desiderio (e diverse avventure divertenti).

Fu giudicato una delle produzioni più interessanti e fresche dell’epoca – ben prima di Fleabag, giocava a rompere la quarta parete con gli spettatori. Ma anche perché arrivava come culmine di tutta la sua storia, sia professionale che personale.

Il ritratto esemplare che le dedica il New York Magazine ne ripercorre le tappe: la nascita in una famiglia di immigrati (che si separano subito) dal Ghana, la vita in un quartiere working-class, la casa mai di proprietà («A scuola di recitazione, una volta, ci chiesero di dividerci tra chi possedeva il suo appartamento e chi era in affitto»), il talento che si rivela con la danza, l’ingresso in una chiesa pentecostale («La mia prima poesia era dedicata a Gesù»), l’ingresso alla Guildhall School of Music and Drama e la scoperta, reale, del razzismo: l’insegnante che la considera «rabbiosa e aggressiva», sia sul palco che fuori, e la divisione che si forma – per classe e censo – tra gli altri studenti.

Per lei quella scuola era stata la prima occasione reale per conoscere persone upper-class e, al tempo stesso, misurare il suo potenziale: la capacità di resistenza e il saper dominare la fragilità.

Per l’esame finale, scriverà un “duologo” per lei e il suo amico (anche lui nero) Paape Essiedu, utilizzando il gergo, lo stile e i modi di dire dei ragazzi dell’East End.

È da lì che prende le prime mosse “Chewing Gum”, come monologo per lei da sola, poi come commedia e alla fine come serie televisiva, su richiesta della Retort, società controllata della Fremantle. Era elettrizzata, anche se le cose, per quanto riguardava i rapporti con la produzione, andarono malissimo.

Fu messa ai margini, non le venne mai dato il ruolo di produttore esecutivo ma solo di co-produttrice. Fu una manifestazione di razzismo, ma anche una sorta di dimostrazione di potere, costellata di episodi sgradevoli, tentativi di bullismo, litigi.

Se ne ricorderà nel 2018, quando fu invitata a parlare all’Edinburgh International Television Festival. In quell’occasione raccontò la violenza sessuale che aveva subito, ma si dilungò anche sul modo in cui le fu tolto ogni potere durante la realizzazione di “Chewing Gum”.

Scelse con cura le parole: “razzismo” e “microaggressione” avevano ormai perso presa da tempo, ormai logore. Lei preferì usare “mancanza di cortesia” e “misfit”, per indicare i ragazzi neri. Fu un sasso lanciato nello stagno del mondo dello spettacolo inglese. E proprio per questo, «molto poco inglese».

Dopodiché arriva una seconda serie di “Chewing Gum”, la parte in Black Mirror (due episodi: “Caduta libera” e “Uss Callister”), una comparsata in “Black Earth Rising”e, alla fine, il nuovo spettacolo: “I May Destroy You”.

L’esperienza, racconta, le aveva insegnato che questa volta non avrebbe accettato nessun’offerta che non fosse stata corretta, secondo lei. Per questo scarta quella di Netflix, che metteva sul piatto un milione ma senza concederle percentuali sul copyright. E ne approfitta per levarsi dalla CAA, la sua agenzia, che invece premeva per accettare l’accordo.

Alla fine vincerà la Bbc (la Hbo si aggiunge dopo), che al contrario le fornisce «tutto quello che volevo»: ruolo nella produzione, totale controllo creativo e tutti i diritti. E lei accetta.

Quello che resta, dopo mesi di pensiero, scrittura (e riscrittura), negoziazioni, idee e ricostruzioni, è uno spettacolo che somiglia, sempre secondo il New York Magazine, «a un viaggio nella sua coscienza».

Il punto iniziale, come già detto, è l’aggressione, che Coel aveva subito una sera al bar. Il suo drink doveva essere stato drogato.

Quando si risveglia, nell’ufficio di produzione di Fremantle, dove passava le notti a lavorare, il telefono era distrutto e in testa continua a girare l’immagine di un uomo con maglietta rosa e narici infuocate. Non era una fantasia piovuta da chissà dove, ma tutto quello che le rimaneva di una violenza.

Coel allora prende tutto questo, lo scrive e lo recita nei panni di Arabella, in un viaggio, sia interiore che esteriore, che cerca di dare un senso a ciò che non sembra averlo. Accanto a lei, di nuovo Paapa Essiedu, nei panni di Kwame (e anche lui subirà una violenza). «Non è una serie facile da vedere», dichiara al New York Times l’attore.

Se le sue battute disinnescano l’orrore, l’analisi personale e i rapporti con gli ex sembrano condurre al cosiddetto “consent drama”, ma ogni volta si cambia strada: l’intenzione non è parlare di ciò che è corretto fare, o di criticare le istituzioni della società, bensì scoprire come si fa a riparare se stessi quando ci si ritrova distrutti. E non è semplice rispondere.

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