Il dilemma degli intellettualiTroppo facile abbandonare Milano adesso, quando è diventata uguale a una costosa provincia

Nel 2019, quando la città era cool e vincente (anche troppo), aveva cominciato a far presa l’idea snob di lasciarla. Con la pandemia, si è ritrovata svuotata di persone e vittima di una retorica sulla rinascita altrettanto insopportabile. E noi non sappiamo che cosa fare

Miguel MEDINA / AFP

Come tutte le persone perbene, ho passato il 2019 a dire «no ma io da Milano me ne vado». Da questa città che somiglia sempre meno alla Giulia Maria Crespi e sempre più a Guido Nicheli, ma come si fa a volerle bene quando a incarnarla non è la Franca Valeri che ti spiega Montenapo (che i forestieri chiamano Montenapoleone) ma Beppe Sala che mette i cuoricini alle soubrette.

Era il 2019, e mai avremmo immaginato che la situazione si sarebbe aggravata, e che Beppe Sala si sarebbe fatto fotografare mentre leggeva libri di Beppe Sala, facendoci venire una struggente nostalgia dei cuoricini alle soubrette.

Era il 2019, e non ne potevamo più di questo posto divenuto, santiddio, cool, il luogo in cui tutte le provinciali si volevano trasferire, tutti gli smaniosi pensavano avrebbero trovato il successo, tutti i romani in trasferta ti chiedevano di portarli alla Fondazione Prada, e tutti i romani non in trasferta pensavano che noialtri residenti passassimo le giornate a rimirare il Bosco Verticale.

Era il 2019, e avevamo nostalgia di quando i romani dicevano che la cosa più bella di Milano era il treno per Roma, e lo dicevano ogni volta sentendosi evidentemente spiritosissimi, ma erano comunque meno patetici di quanto lo fossero adesso, in questo 2019 in cui ci chiedevano in continuazione se sapessimo di qualche lavoro in città, perché loro volevano proprio trasferirsi.

Era il 2019, e la città non era quella in cui avevo traslocato undici anni prima, di sicuro non lo era il quartiere, di sicuro non lo era casa mia, che allora era circondata dal nulla e luminosa come Malibu, e ora le avevano costruito davanti piazza Gae Aulenti coi suoi grattacieli aspiranti newyorkesi, il che è perfetto se vuoi scrivere un racconto sulla gentrificazione e sulla rarità italiana d’una città che ti cambia intorno, ma meno perfetto se ti piaceva essere inondata di luce.

Era il 2019, e ancora non avevamo le parole perfette per dirlo, le avrebbe trovate Stefano Bartezzaghi intervistato da Simonetta Sciandivasci nel 2020: Milano che «fa di tutto per entrare nel giro grosso, come Robert Redford nella Stangata».

Poi è arrivato il 2020, che se fosse la regina d’Inghilterra (e se non fosse troppo impegnato a farsi fotografare mentre legge sé stesso) Beppe Sala potrebbe dire essere il suo annus horribilis.

Quando eravamo giovani e così ingenue da credere Einaudi fosse la casa editrice di Cesare Pavese e Natalia Ginzburg, Einaudi decise che occorreva fare quella cosa impresentabile che è fatturare. Lo fece con un volumetto di battute, giacché erano tempi in cui per scippare le battute altrui non avevamo Twitter.

Battute di autori prestigiosi, o almeno così erano attribuite (sospetto che alcune se le fossero inventate i curatori, e sotto ci avessero poi messo qualche nome autorevole, contando sulla pigrizia grazie alla quale nessuno di noi avrebbe verificato).

Quando eravamo giovani e così piene di complessi da citare autori i cui nomi evocassero buone letture, lauree in lettere, e fitti retroterra culturali, io citavo spessissimo Majakovskij. Senza averlo mai letto, naturalmente. Ne citavo una battuta comparsa in quel libretto di battute Einaudi.

Con una certa qual coerenza nella cialtroneria, neanche da adulta mi sono presa il disturbo di studiarne l’opera alla ricerca della fonte della frase che ho più citato nella mia vita.

La battuta, che spiega egregiamente il problema di noialtre che ce ne stavamo andando da Milano e poi è arrivato il 2020, fa così: «Gli intellettuali sono i primi ad abbandonare la nave che affonda: subito dopo i topi, ma molto prima delle puttane».

Come si fa ad andarsene adesso, coi negozi chiusi, i tavoli nei ristoranti distanziati, quell’aria triste che c’è in giro, come si fa ad andarsene adesso che Milano è così malconcia e sconfitta che sembra Novara? (Ester Viola ha scritto su Twitter che in queste condizioni Milano sembra una Benevento più grande, e – giacché di tutte le suscettibilità fesse quella campanilista è sempre la più fessa – l’hanno insolentita, invece di apprezzare lo sforzo nazionalpopolare nella scelta della provincia più impresentabile, invece di capire che stava dicendo di non aver paura di Benevento in sé, ma di Benevento in noi. Meno male che quando Guccini cantava «una provincia come una sconfitta, meno che essere una minoranza dignitosa» non c’erano gli offesi dei social).

Intanto i milanesi hanno ripreso ad andare a Roma per lavoro, e tutti (tutti, tutti) vanno a visitare i Musei Vaticani, dove l’assenza di turisti ha improvvisamente azzerato le liste d’attesa, e ho visto più post di Instagram dai Musei Vaticani nell’ultimo mese che in tutto il resto della mia vita.

Vanno a Roma e ti dicono che è spettrale e bellissima, il centro deserto, senza turisti, finalmente si respira. Come se il problema di Roma fossero i turisti e non i romani.

Come se il centro di Milano non fosse parimenti sguarnito, solo che i milanesi non fanno le vasche in questo centro come i romani non le fanno nel loro (o almeno: non i milanesi e i romani con cui parlo io; forse neanche gli altri, considerato il numero di negozi non ancora riaperti).

Qualche settimana fa ho portato una giornalista romana a cena dal mio ristoratore preferito milanese. Lei gli spiegava, con la sicumera con cui Jodie Foster spiegava l’Africa in “Carnage”, che la sua chiave per raccontare questo virus era che finalmente avrebbe spazzato via gli orrendi spacci di pizza al taglio che infestavano Roma nord; lui, paziente, le rispondeva che no, questa non era quel genere di crisi, non ripuliva dal sovrappiù mediocre e anabolizzato: questa era il genere di crisi che faceva chiudere i ristoranti stellati.

In questi giorni guardo l’altrove su Instagram. Guardo i video dalla Romagna, dalla Sardegna, da tutti i posti che sembrano avere come geolocalizzazione «Crisi? Quale crisi? Virus? Quale virus?», e un po’ è anche lo specifico di Instagram – far sembrare tutti ricchi, tutti allegri – ma insomma non vedo una mascherina che sia una, un distanziamento che sia uno, un coperto perduto di ristoratore in crisi che sia uno.

Altrove, sembra che le vacanze – la più grande invenzione italiana è l’estate, dice Lorenzo Jovanotti – abbiano spazzato via tutto, e poi se domani c’è una ricaduta ci si penserà.

Qui, vi dirò, in questa Milano che sembra improvvisamente una provincia – una provincia come una sconfitta, una provincia coi prezzi da metropoli – non riusciamo a scegliere se essere topi, puttane, o intellettuali.

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