Come John BelushiIl Partito democratico e l’arte di dare la colpa a qualcun altro

I dem sono sempre pronti a puntare il dito contro Conte, Renzi, Italia viva, qualsiasi cosa. Intanto la loro credibilità è in calo e nessuno se ne assume la responsabilità. Quando arriveranno le regionali non ci si potrà più tirare indietro: se si perde dove si governa non può essere solo sfortuna

Pixabay

Ieri l’istituto di sondaggi Swg ha comunicato che il partito di Nicola Zingaretti è al 20 per cento con un lievissimo calo rispetto a una settimana fa (-0,3). Altri istituti lo danno più alto, altri più basso. Ma insomma più o meno, dal marzo 2018 – le ultime politiche – siamo lì, attorno al 20, un paio di punti sopra il risultato di Renzi, forse 3. Alle Europee del maggio 2019 il Partito democratico prese Il 22,7 per cento, quindi, secondo Swg di ieri, avrebbe perso 2,7 punti in un anno (e stando poi al governo, con tutta la visibilità e la forza che questo comporta).

Ma su questi numeri si fa una discussione semplicemente stucchevole: 19, 20, 21, 22, non cambia molto: la dimensione è quella. Non adeguata alle aspirazioni di chi vuole essere il baricentro della politica e forse nemmeno sufficiente ad essere competitivo. Per queste cose bisognerebbe avere altri numeri, che pure il partito di Veltroni, Renzi, persino Bersani ebbe.

Di questo punto crucialissimo non si discute mai. Come se si fosse introiettata una maledizione ad andare oltre, come se ci si fosse rassegnati a una dimensione nemmeno da Partito comunista italiano anni Cinquanta, come se – ma questo sarebbe strano davvero – ci si accontentasse di uno “zoccolo duro” del 20 per cento in vista di alleanze che, con questi numeri, finiscono inesorabilmente per essere subalterne. E come nella vita anche in politica non fare i conti con la dura realtà induce a patetici giustificazionismi.

Ora, discettare se il mancato decollo elettorale sia colpa di Renzi che «se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato» – come Togliatti sfotteva il transfuga Elio Vittorini – o di Calenda, che ha portato via Richetti, ricorda il celebre elenco di scuse di John Belushi nei Blues Brothers («Ero rimasto senza benzina. Avevo una gomma a terra. Non avevo i soldi per prendere il taxi. La tintoria non mi aveva portato il tight. C’era il funerale di mia madre! Era crollata la casa! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette!»), scena davanti alla quale il pubblico rideva e ride molto, come sempre avviene quando ci si impapocchia con le giustificazioni.

È chiaro infatti che le scissioni sono l’effetto di un problema politico e non la sua causa e se perdi pezzi è responsabilità tua, almeno in buona misura, se non vogliamo addirittura sostenere che se Matteo Renzi avesse davvero rappresentato piombo nelle ali dei dem, oggi che se n’è andato quel partito dovrebbe spiccare il volo, cosa che non è (e peraltro il volo non lo spicca nemmeno Italia viva).

Ma la questione non si ferma qui, perché la “giustificazionite” appare una sindrome, certo non nuova, che alberga da qualche tempo al Nazareno.

E così, se non si riesce a trasferire sul territorio l’intesa di governo non è perché si dimostra una volta di più quanto i grillini non intendano minimamente considerarsi un pezzo del centrosinistra ma, dice il Partito democratico, per una sorta di improvvisa irresponsabilità.

Tutti stanno vedendo, tranne il Nazareno, che l’intesa che ha fatto nascere il governo Conte II si sta dimostrando per quel che è, un accordo parlamentare e non un patto politico di respiro strategico. I più pragmatici fra i dem (anche ministri) lo dicono a mezza bocca, gli antigrillini alla Giorgio Gori lo affermano apertamente chiedendo un cambio di linea.

Ma niente, c’è sempre una giustificazione anche a proposito dei problemi del governo: o è la lentezza di Conte, o il protagonismo di Conte, è Renzi che si mette di traverso, no, è Renzi che fa asse con Conte, tutto e il contrario di tutto. Un’autocritica, mai.

Fa impressione che uomini esperti come Zingaretti o Franceschini scoprano solo adesso che i candidati scelti dal Partito democratico in Puglia o nelle Marche non appaiono in grado di aggregare altre forze, pur sapendo da sempre che Michele Emiliano per Italia viva è invotabile, e così anche per Maurizio Mangialardi, inviso pure ai grillini.

Lo sapeva, il Nazareno, che i nomi dovevano essere altri, che so, il sindaco di Bari Antonio Decaro (ieri primo nella classifica nazionale del Sole24Ore) o il senatore Dario Stefano, o un esponente della società civile. Ma di fronte alla Emiliano machine il Partito democratico ha chinato la testa, e adesso rischia. E se perderai, tanto più dove hai governato, non sarà stata colpa della sfortuna. Sarà stata colpa tua.

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