Confusione al NazarenoIl naufragio culturale del Pd che rifinanzia i torturatori e se la prende con i «buonisti»

In Libia tre migranti uccisi dalla guardia costiera, giusto all’indomani della manifestazione che protestava contro la scelta di rinnovarle i fondi. Zingaretti critica il governo, ma la «linea Minniti» è la posizione prevalente nel suo partito

PABLO GARCIA / AFP

La manifestazione contro il rifinanziamento della missione in Libia e della locale guardia costiera si era conclusa da meno di ventiquattro ore quando l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, intorno all’una di ieri pomeriggio, ha dato notizia della morte di due migranti (un terzo sarebbe morto poco dopo per le ferite riportate), uccisi nella notte dagli uomini di quella stessa guardia costiera che due settimane fa il Parlamento italiano ha deciso a larghissima maggioranza di rifinanziare. I migranti erano stati intercettati in mare e riportati indietro, ma quando alcuni di loro, appena messo piede a terra, hanno provato a scappare, i libici non hanno esitato ad aprire il fuoco.

All’indomani della manifestazione che protestava proprio contro la scelta di appaltare a simili soggetti il «controllo dei flussi», la notizia non poteva non inasprire i toni di un dibattito peraltro appena timidamente riavviato dalla manifestazione convocata lunedì da Luigi Manconi e Roberto Saviano. Dibattito riaperto ieri dall’intervista di Matteo Orfini a Repubblica.it, in cui il parlamentare del Pd imputava al suo partito il «fallimento di una strategia di gestione dei flussi migratori concepita dal governo Gentiloni con Marco Minniti ministro dell’Interno e proseguita con il Conte 1 e il Conte 2». E che Nicola Zingaretti sperava forse di chiudere subito con una nota in cui – pur non facendo alcun riferimento alla Libia, e tantomeno alle critiche dentro il suo partito – si mostrava assai preoccupato, e per una volta anche apertamente polemico con l’esecutivo sulla questione immigrazione. Il segretario del Pd, infatti, prima osservava come fosse «chiaro da mesi che gli effetti dell’epidemia, anche dal punto di vista economico e sociale, avrebbero posto in forma inedita questo tema», e poi ribadiva: «Per la verità sono mesi che poniamo questi temi. Ora ribadiamo, occorre lavorare affinché il Governo urgentemente e nella sua interezza affronti in maniera adeguata questa complessa materia».

Accertato dunque che il Pd sa e ripete da tempo che occorre intervenire, resta da capire in quale direzione riterrebbe di farlo. E questo, a osservare il dibattito degli ultimi giorni, obiettivamente, appare assai meno chiaro.

Certo non aiuta a chiarirlo lo sconfortante balletto sui decreti sicurezza, che prima andavano cancellati, poi modificati «sostanzialmente», ma intanto sono ancora là (anche l’ultimo tentativo di intervenire, annunciato come ormai indifferibile solo qualche settimana fa, è stato rinviato a settembre).

Ancora meno aiuta a fare chiarezza il ritorno in scena di Marco Minniti, che sabato al Foglio non solo insisteva sulla necessità di un «memorandum con la Libia» (visti i successi raccolti fin qui, verrebbe da dire), ma arrivava a dichiarare persino che «c’è un’evidente correlazione tra immigrazione e Covid». Formulazione odiosa non meno che equivoca di un principio banalissimo, e cioè la correlazione tra Covid e qualunque forma di contatto con l’esterno, dal momento in cui l’epidemia infuria in tutto il mondo.

E tuttavia, checché se ne dica, Minniti è una voce tutt’altro che isolata. Giusto ieri, sempre sul Foglio, il responsabile sicurezza del Pd, Carmelo Miceli, si è schierato al suo fianco con parole tanto appassionate quanto significative: «Io non ci sto a dire che l’immigrazione non è un problema. E dico anche, con buona pace dei buonisti, che bisogna rimpatriare chi non ha diritto di rimanere in Italia».

Parole significative non per il merito (che l’immigrazione comporti dei problemi lo dicono tutti; quanto al fatto che «chi non ha diritto di stare in Italia» debba essere mandato altrove, obiettivamente, a dirlo è, prima di ogni altro, la lingua italiana), ma per il modo, il fervore, in particolare quel secco «con buona pace dei buonisti». Dunque anche per il responsabile sicurezza del Pd, par di capire, non solo l’immigrazione è un problema, ma lo sono anche i buonisti. E chi sono dunque questi buonisti?

La domanda non è oziosa, perché quando Matteo Salvini se la prende con i buonisti tutti capiscono con chi ce l’ha: la sinistra che vuole cambiare i suoi decreti sicurezza, le ong che salvano vite in mare, vescovi e parroci che predicano il valore dell’accoglienza e della tolleranza. Dobbiamo dunque pensare che valga lo stesso anche per il Pd?

Dopo avere votato per il rifinanziamento della cosiddetta guardia costiera libica – peraltro in spregio a un voto dell’Assemblea nazionale che impegnava il partito a fare l’esatto opposto – sarebbe forse utile che i dirigenti del Pd chiarissero meglio il senso delle proprie posizioni e delle proprie parole. Perché a volte si ha quasi l’impressione che non lo capiscano più nemmeno loro.

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