Da Costantino ai giorni nostriLo storico star dei podcast spiega come si fa a raccontare l’Italia

Marco Cappelli ha creato un prodotto da 500mila download, un seguito di 30mila fedelissimi, un progetto decennale, trasformando una passione in un successo, sulla scia di quello del professor Barbero, e confidando su intuito e capacità di marketing

FABIO MUZZI / AFP

Ha 500mila download, un pubblico di 30mila follower (anche se non è semplice conteggiarli) e interazioni social vivacissime. È tra i 50 podcast più seguiti in italiano, il secondo in assoluto nel suo settore. E la cosa curiosa è che parla di storia.

Il titolo, del resto, è chiaro: “Storia di Italia”. Lo ha ideato, prodotto e curato Marco Cappelli, che dalla sua non può contare, parole sue, «né sui galloni dell’accademico né sull’esperienza del tecnico di radio» (nella vita, per dire così, lavora nel marketing di una multinazionale all’estero).

Restavano solo la passione e, come spesso capita, un certo fiuto. «In Italia, avevo notato da tempo, mancava quasi del tutto il podcast storico narrativo. Si tratta di un format che, in Inghilterra e in America, ha un successo inimmaginabile».

Prodotti come “The History of Rome”, di Mike Duncan, hanno raggiunto il miliardo di download. Sono popolarissimi anche “Hardcore History” di Dan Carlin, o “The British History Podcast”, di Jamie Jeffers. «Nei Paesi anglosassoni la storia è uno degli argomenti di maggior successo».

Lui lo ha importato. Dopo il lancio nell’ottobre 2018, ha subito scalato le classifiche. «Sopra di me – lo dico con orgoglio – c’è solo il professor Barbero, vero e proprio mostro sacro». E, va detto, quello del professore torinese non è nemmeno un vero podcast, dal momento che si tratta «della registrazione delle sue conferenze».

“Storia d’Italia”, invece, è autentico. Parte dalla Battaglia di Ponte Milvio, nel 312, e punta ad arrivare al 2020. «La scelta del punto di partenza non è stata semplice. Da un lato, volendo raccontare l’Italia, la cosa più ovvia sarebbe stata partire dalla preistoria, passando per Roma, la Repubblica e l’Impero. Dall’altra, però, sarebbe stato quasi fuorviante: il mondo latino non è (solo) l’Italia, è piuttosto la civiltà del Mediterraneo. Per questo ho scelto di cominciare dopo, più avanti, quando l’impero aveva cominciato a disfarsi».

Non però dal fatidico 476 dopo Cristo, data simbolo della fine, «ma un po’ prima. Anche perché era interessante raccontare i fatti che avevano portato a quel crollo, spesso poco conosciuti».

E così, dopo due anni di narrazione e 61 episodi, è arrivato a «Giustiniano», cioè due secoli dopo.

Non è troppo poco? «Ho messo in conto che posso impiegare anche dieci anni. Quello che importa è la qualità del prodotto. Il mio obiettivo è avere la qualità dell’accademico tramutata in un racconto accattivante».

Ma appunto: come si racconta la storia? Soprattutto nell’antichità, i fatti sono spesso poco chiari. Le indicazioni non sempre collimano, le cronache sono di parte (come sempre), i punti oscuri abbondano. Che si fa? «Potevo scegliere due strade: o quella del narratore onnisciente, che propone una strada sola, oppure cercare di rendere conto di tutti i dubbi e delle difficoltà interpretative. Come è ovvio, ho imboccato questa seconda direzione. È più complesso, riporto le teorie più accreditate, cerco di riunirle in più blocchi e, alla fine, mi permetto di dare la mia opinione».

Il pubblico, a guardare i numeri (anche se l’Italia, per gli ovvi limiti della lingua, ha un mercato ridotto), apprezza.

«Quella del podcast è una stagione ancora all’inizio, almeno qui». Per ottenere un certo seguito – e qui parla l’esperto di marketing – servono pochi ingredienti, «ma molto buoni. Prima di tutto, direi che si deve parlare della propria passione. È importante: si sente se l’argomento interessa davvero o no. È sbagliato – o inefficace – cercare di seguire i temi di successo. Bisogna fare ciò che piace».

Dopodiché «serve un progetto editoriale ben definito. Stabilire la frequenza, la lunghezza, lo stile. E soprattutto chiedersi: “Di cosa si parlerà?”. Bisogna domandarselo più volte, cercando di andare sempre più nello specifico».

La regola è che il podcast «è l’opposto della televisione». Più il prodotto è definito nel dettaglio e più ha possibilità di fare presa.

Ultimo punto, dopo logo («deve essere chiaro») e microfono («deve essere buono»), è la presenza social.

«È necessaria. Non servono solo come vetrina, o punto di aggiornamento delle nuove uscite. Bisogna impiegarli come integrazioni, aggiungendo informazioni, riferimenti e contenuti in più».

È la disciplina dell’engagement, insomma, nella sua purezza. L’importante è che sia sempre al seguito «dei contenuti». Il podcast è un lavoro «che richiede impegno, fatica e continuo aggiornamento». Il risultato finale, se il processo è quello giusto, viene premiato.

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