Gli apology videoChiedere scusa su Youtube è il nuovo format per gli influencer pentiti

La celebrità ha dei costi, come saper individuare gli errori e domandare perdono. Di fronte alle imprevedibilità del politicamente corretto, è bene che gli (ormai) professionisti della rete sappiano come muoversi

Jenna Marble

È ormai un nuovo genere. Ci sono le classifiche dei migliori, di quelli peggiori, di quelli più credibili e di quelli che non sembreranno mai sinceri. Gli “apology video”, cioè i “video di scuse” sono ormai una realtà consolidata, anzi: un vero e proprio format.

Non è un caso che James Charles, guru di bellezza e creatore di contenuti su Youtube, lo inserisca tra gli strumenti che ogni influencer, o aspirante tale, deve saper padroneggiare. Fa parte del lavoro.

Anche perché prima o poi capita, si fanno errori. E soprattutto, visto che la rete non dimentica, una volta che le mode passano e le temperie culturali cambiano, sarà necessario prendere le distanze da ciò che si era detto e fatto in passato e che ora non va più bene.

Un buon video di scuse, scrive il Financial Times, è preceduto da un certo lavoro. Lo sfondo deve essere il più neutro possibile (per non creare distrazioni, certo. Ma anche per non far venire in mente ai follower tutta la ricchezza accumulata dall’influencer).

Niente effetti visivi o sonori, zero giochini. La camera resta ferma, lo sguardo fisso in primo piano. Si consiglia una espressione contrita, comunque seria. Perché il momento è solenne, o almeno deve sembrarlo.

Due buoni esempi, anche piuttosto recenti, sono quelli di Jenna Marble e di Shane Dawson. La prima, una 33enne che ama vestirsi in modo colorato e si circonda di cagnolini, ha chiesto scusa per essersi vestita come Nicki Minaj, famosa cantante nera americana e per aver fatto battute sugli asiatici. Finale: annuncia il suo addio da Youtube.

Shane Dawson, 31enne complottista ed esperto di altri influencer, ha deciso di dare una svolta alla sua vita. Basta razzismo, per cui si scusa, compreso un episodio di blackface. Non lascia la piattaforma, però, anche se Youtube ha sospeso la monetizzazione delle visite ai suoi canali.

È la parte che fa più male, quella dei soldi. Se i canali perdono visite o, peggio ancora, non possono più sostenere pubblicità, i ricavi per gli influencer crollano, determinando a volte anche la fine della loro carriera.

Per le piattaforme video (ma non solo) il 2020 è un momento di riequilibrio. Si cerca di fare ordine e, forse, anche un po’ di pulizia. Reddit ha chiuso il gruppo dei fan di Donald Trump, Youtube ha annunciato la decisione di mettere al bando i canali dei suprematisti (con un po’ di ritardo) e al momento è riuscita a evitare il boicottaggio della pubblicità. Non male: nel 2019 i ricavi derivanti dalla pubblicità solo di Youtube erano più di 15 miliardi di dollari, un decimo del totale del gruppo Alphabet.

Ma il problema rimane: Youtube (e tutte le altre piattaforme) devono ogni giorno inventarsi una posizione di equilibrio tra responsabilità e neutralità.

È innegabile che, o con post o con video, favoriscano la diffusione di contenuti controversi, assecondino ideologie pericolose e non neghino spazio e tribuna a gruppi complottisti, paranoici, spesso razzisti.

È una questione di soldi, dal momento che i contenuti generati dagli utenti sono in grado di generare ampie quantità di traffico, da cui derivano i ricavi finali che in molti casi viene celata sotto la più nobile definizione di “neutralità”, ma è anche una questione di neutralità stessa, tutto sommato, che nella maggior parte dei casi andrebbe tutelata.

A ciò si aggiunga anche il rischio di ritorsioni da parte degli utenti che si vedono oscurati. Chiudere pagine pericolose ma popolari è sempre, per chi ci guadagna sopra, una scelta difficile.

Ma l’impressione è che, anche grazie alla pressione delle proteste, sempre più popolari, che si sono diffuse in America e nel mondo, in qualche modo impareranno a farlo.