L’anno nero del vino italianoProduciamo le stesse bottiglie di prima ma il mercato non c’è più

Secondo le previsioni, le aziende del settore perderanno il 30-35% del fatturato. Un impatto che rischia di mettere in crisi tutta la filiera, e un problema grave a maggior ragione per un paese come il nostro, che ne ha fatto uno dei suoi simboli nel mondo

Unsplash

«Il vino non è più solo un bene di consumo, ormai è un fatto di convivialità. Con il distanziamento sociale il nostro settore è in crisi. Oggi rischiamo di perdere le posizioni guadagnate sul mercato globale». L’allarme arriva da una delle istituzioni del vino italiano. Sandro Boscaini, meglio conosciuto come Mister Amarone, è il presidente di Masi Agricola, l’azienda che ha portato il celebre vino della Valpolicella in 140 Paesi.

Tra gli ideatori del Vinitaly, Boscaini è anche il numero uno di Federvini, l’associazione di Confindustria che raggruppa i produttori italiani. «Il Covid – spiega a Linkiesta – ha avuto un impatto fortissimo, che diventa ancora più grave se consideriamo che l’uva non ha problemi di virus e continua la sua vita. Tra un mese e mezzo con la vendemmia ci presenterà il nuovo prodotto e si prospetta un’annata generosa. Ma noi abbiamo ancora le cantine piene».

L’industria vinicola è tra le eccellenze italiane nel mondo. Oltre 600 denominazioni e migliaia di etichette vendute ovunque: basti pensare che una bottiglia su due viene spedita all’estero. Più di 300mila aziende tra produttori d’uva, trasformatori e imbottigliatori. La pandemia ha bloccato un settore in forte ascesa. Il giro d’affari si attesta sui 13 miliardi di euro, metà dei quali generati dalle vendite fuori dal nostro Paese. Con il turismo fermo e le città d’arte vuote, si sono bloccate le forniture a ristoranti, bar e hotel. Sono crollate le esportazioni.

Oggi, spiega a Linkiesta Boscaini, a pagare il prezzo più alto della crisi post-Covid sono i vini di qualità. «Parliamo di quelli consumati quando si è in compagnia, in cene di rappresentanza o ai matrimoni. Si beve anche in casa, certo, ma non si aprono bottiglie importanti che si ordinerebbero al ristorante. E poi il nostro settore è legato al turismo, che ora è ridotto al lumicino. Ottanta milioni di turisti che l’anno scorso sono stati in Italia hanno comprato almeno una bottiglia di vino. Il turismo per noi è fonte di consumo, ma anche di indottrinamento. Senza contare l’indotto: le forniture di bordo sulle navi, sui treni e sugli aerei, ma anche i duty free negli aeroporti. Oggi tutto questo viene a mancare».

Gli Stati Uniti, il primo mercato assoluto dei vini italiani, sono ancora oggi alle prese con un’emergenza sanitaria pesantissima. Perfino Joe Bastianich, giudice di Masterchef, proprietario di 25 ristoranti e 40 ettari di vigneti in Friuli, ha dovuto mettere all’asta 30 mila bottiglie di vini italiani del suo locale di New York. Una collezione di etichette rare e pregiate, come il Barolo Giuseppe Rinaldi 1964 (lotto stimato dai 12 ai 18 mila dollari) o il Recioto della Valpolicella Classico Gran Riserva di Giuseppe Quintarelli 1983 (2800 dollari) o il Sassicaia, Tenuta San Guido 1985 (4200 dollari).

Unicredit ha stimato una perdita del 30-35% del fatturato per le aziende vinicole italiane. Con una crisi di liquidità che rischia di mettere nei guai tutta la filiera. Una sorta di effetto domino, come spiega ‘Mister Amarone’ Sandro Boscaini: «Il ristoratore non paga il distributore, che non paga il produttore, che a sua volta fa fatica a pagare le uve». Dai grandi ai piccoli, tutti hanno provato a tamponare aumentando le vendite online e nei supermercati. Ma non è bastato. Le preoccupazioni sono tante, in un settore composto soprattutto dai piccoli: le aziende che fatturano più di 50 milioni sono poco più di 30.

Le cantine hanno accumulato vino invenduto e ora si pensa di ridurre la produzione della prossima vendemmia, ormai alle porte. Bisogna equilibrare domanda e offerta per scongiurare l’abbassamento dei prezzi che svaluterebbe il prodotto. Così si corre ai ripari. «Noi abbiamo deciso di accantonare il 20% del prodotto con gli stoccaggi, posticipando l’immissione sul mercato delle bottiglie della vendemmia del 2020», racconta a Linkiesta Stefano Zanette, presidente del consorzio Prosecco Doc. Nel 2019 le bollicine venete avevano venduto ben 486 milioni di bottiglie, il 78% all’estero. In testa gli Stati Uniti, seguiti da Gran Bretagna, Germania e Francia.

Quest’anno le perdite segnano un meno 4%. Il prosecco ha resistito alla pandemia. Zanette spiega: «Abbiamo limitato i danni, la nostra presenza nella grande distribuzione ha compensato le perdite della ristorazione, in Italia e all’estero. E poi c’è un altro dato: anche se bistrattato dai grandi critici e da certa stampa che non lo considerano ‘nobile’, il prosecco ha un rapporto qualità-prezzo favorevole che ha aiutato i consumatori in questo periodo di crisi».

Le paure più grandi? «Una recrudescenza del virus, che ci metterebbe in ginocchio, e l’ipotesi di nuovi dazi da parte degli Stati Uniti». Infatti il Dipartimento del commercio statunitense ha iniziato la procedura pubblica di consultazione per la revisione delle tariffe e della lista di prodotti europei colpiti da dazi dopo la disputa sugli aiuti al settore aeronautico.

Intanto la situazione è difficile per molti. Gli incassi calano, ma le spese restano quelle di sempre. «I vigneti e le cantine non si sono mai fermati, nemmeno durante il lockdown, hanno bisogno di una cura quotidiana», dice Giovanni Manetti, presidente del Consorzio Chianti Classico. Una realtà che risale al 1716 quando il principe Cosimo III de’ Medici fissò i confini della denominazione. Oggi il marchio del Gallo Nero conta 515 produttori e nel 2019 ha venduto 36 milioni di bottiglie in 160 Paesi. Gli Stati Uniti, neanche a dirlo, sono i primi bevitori.

Per riequilibrare domanda e offerta, quelli del Chianti Classico hanno deciso che l’annata 2019 sarà immessa sul mercato solo nel 2021. Poi, per dare liquidità alle aziende, insieme al Monte dei Paschi di Siena il Consorzio ha varato il pegno rotativo. «I produttori – racconta Manetti – possono ottenere un prestito bancario a 12 mesi mettendo a garanzia il vino presente nelle proprie cantine in fase di maturazione. Alla scadenza dei dodici mesi, si può mantenere il credito svincolando la partita di vino e vincolando una stessa quantità dell’annata successiva».

Per rispondere alla crisi post-Covid il governo è intervenuto con la riduzione volontaria delle rese, permettendo alle aziende di diminuire la produzione della prossima vendemmia e ottenere un contributo in denaro per ogni ettaro. «È un provvedimento giusto – spiega il presidente del Chianti – ma serve rapidità. Da settimane stiamo aspettando il decreto attuativo. È un ritardo insostenibile, non possiamo programmare gli interventi in vigna».

Un’altra misura adottata dal governo è la distillazione di crisi: la trasformazione in alcol del vino prodotto in eccedenza, remunerato con fondi pubblici. Che spesso però non riescono a coprire nemmeno le spese sostenute dal produttore. Circa 150 milioni di litri di vino italiano diventeranno gel disinfettante e permetteranno di liberare le cantine in vista della prossima vendemmia.

Il presidente di Federvini Boscaini aggiunge: «Non è sufficiente distruggere il prodotto, dobbiamo salvare le nostre posizioni sui mercati stranieri. Produttori aggressivi come Australia, America Latina e California sono pronti a prendere il nostro posto. Dobbiamo forzare il riavvio dell’export con una vera promozione del made in Italy. Invece noi ci presentiamo frammentati, ognuno va con la sua azienda ma manca una strategia di valorizzazione del nostro vino all’estero». Basti pensare a un dato: per molti piccoli produttori il Vinitaly, il salone internazionale del vino che si tiene a Verona, rappresenta il 70% delle vendite annue.

La pandemia ha riaperto la questione delle potenzialità del vino italiano. Che non sempre riesce a fare sistema e a raccontarsi fuori dal nostro Paese. Secondo Oscar Farinetti, patron di Eataly ma anche produttore di Barolo coi marchi Fontanafredda e Borgogno, «ci vorrebbe un ministero del vino, questo prodotto è talmente importante da meritare un’organizzazione statale dedicata. Intanto il nostro Ministero dell’Agricoltura dovrebbe pensare meno all’assistenzialismo e più al marketing».

L’imprenditore piemontese, al telefono con Linkiesta, non ha dubbi: «Dobbiamo dedicare questo tempo a meditare su come rappresentare il vino italiano nel mondo. Dobbiamo costruire una nostra identità. Abbiamo molte biodiversità, bisogna riuscire a raccontare al mondo l’idea che quello italiano è un vino pulito, con il minor residuo chimico, con la sua identità green e un percorso di conversione all’agricoltura biologica che oggi ci fa produrre vini di altissima qualità.

Secondo Farinetti «possiamo raddoppiare il nostro fatturato nel giro di cinque o dieci anni lavorando sul prezzo medio del prodotto. Oggi produciamo più vino dei francesi, ma il nostro fatturato è meno della metà che Oltralpe». Covid permettendo, il futuro è tutto da scrivere. «Abbiamo due terzi del mondo che ancora non beve vino e prima o poi comincerà a berlo, le potenzialità sono enormi e noi dovremo posizionarci».

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta