La pentita dei raschiamentiNota antiabortista propone il voto del capofamiglia, la sinistra si focalizza sul dettaglio più fesso

L’americana Abby Johnson, una fanatica trumpiana, sostiene che alle elezioni «l’ultima parola spetta al marito». E noi, anziché ignorarla, la prendiamo sul serio, ci indigniamo e facciamo scattare il riflesso condizionato del «come ti permetti di implicare che la famiglia sia per forza composta da una moglie e un maritoooo».

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Spesso le belle frasi sono bugiarde. Le ripetiamo senza accorgercene, forse è proprio quella la misura d’uno scrittore bravo: farci citare una stronzata solo perché suona bene. La più bella frase bugiarda della storia della letteratura la scrisse Francis Scott Fitzgerald, e fa così: nelle vite degli americani non esiste il secondo atto.

L’americana di cui parliamo oggi non l’avete probabilmente mai sentita nominare. Partiamo quindi dalla sua omologa italiana: Costanza Miriano.

Cattolica di quelle che fanno le manifestazioni contro l’aborto, che su Facebook raccontano che se i figli si svegliano di notte le chiedono se debbano dire di nuovo le preghiere prima di riaddormentarsi, che loda Tania Cagnotto perché «cosa vuoi che sia un oro olimpico rispetto a un bambino? Niente di niente!!!!» (puntesclamativi come nell’originale).

Costanza Miriano non assomiglia alla gente che piace (che infatti ama irriderla: la gente che piace trova spassosissimo che i cattolici siano cattolici, la capacità di stupirsi della gente che piace tende a infinito). Costanza Miriano non assomiglia a me. Costanza Miriano non assomiglia, probabilmente, a voi che mi leggete (a meno che non mi leggiate per incazzarvi, attività che ha un suo fascino).

La Costanza Miriano d’America si chiama Abby Johnson, ha quarant’anni, è una nota antiabortista e l’altra sera ha parlato al congresso del partito repubblicano. Tra le altre cose, Abby crede che, in un «nucleo familiare benedetto da Dio», «l’ultima parola spetti al marito». Circa l’impianto di riscaldamento, termosifoni o sotto il parquet? Circa la scuola cui mandare i piccini, classico così poi da grandi se la tirano o alberghiero così poi da grandi non ci tocca mantenerli? Circa la villeggiatura, albergo o casa in affitto? Macché: circa il diritto di voto. Abby crede che, alle elezioni, debba vigere una pratica denominata «voto del capofamiglia», che se sono in disaccordo l’ultima parola spetti a lui, che la moglie debba onorare il marito, «che assurdo concetto biblico!!» (anche a lei piacciono i puntesclamativi).

Chissà se Abby ha letto Costanza, il cui “Sposati e sii sottomessa” (che, mentre noi sghignazzavamo, vendette quarantamila copie) è il titolo che pare sintetizzare alla perfezione il Johnson-pensiero.

L’indicibile è che sì, possiamo anche passare le giornate su Twitter a scandalizzarci, a dire che è un’inaccettabile proposta retrograda che fa fare un secolo di passi indietro alle donne (le americane hanno diritto al suffragio appunto dal 1920: anche dalle loro parti, la mitizzazione della Costituzione non tiene conto che le costituzioni sono perlopiù documenti retrogradi scritti da gente che non aveva l’acqua corrente).

Possiamo protestare, berciare, e avere tutte le pavloviane reazioni che abbiamo quando qualche conservatore la spara così grossa che al massimo dovremmo ridere, e invece lo prendiamo sul serio e c’indigniamo (da quando non laviamo più i panni al fiume, abbiamo troppo tempo libero).

Ma nel nostro cuoricino di tenere femminucce pensiamo: finalmente potrei riposarmi. Decidi tu, caro, stasera ho mal di testa. Eleggi il cretino che preferisci, tanto ormai.

Abby, molto più spiritosa delle giornaliste americane che se ne indignano, chiosa «come sono anti-femminista», e quelle, pronte a divorare i croccantini di Pavlov, dicono che implicare che il capofamiglia sia un uomo è «eteronormativo e cis». A volersi far cancellare dal consesso sociale, sarebbe da rispondere che è semplicemente normale evocare una famiglia media, cioè un uomo e una donna, perché persino in quest’epoca in cui possiamo cambiare genere sessuale una volta a settimana e dichiarare al mondo che il nostro affetto stabile è un unicorno e nessuno deve osare ridere di noi, persino ora esiste una cosa che si chiama «normalità», ed è data da ciò che è più comune e diffuso, dalla maggioranza, una maggioranza così fuori moda che perlopiù le famiglie sono ancora fatte da uomini e donne (ma solo per la scarsità di unicorni in un mercato orrendamente eteronormativo e cis, sia chiaro).

Per inciso, sarà un buon giorno quello in cui i commenti da sinistra decideranno di non focalizzarsi sempre sul dettaglio più fesso e irrilevante e, a una donna che dice che vuole vivere in una Gilead (il luogo dov’è ambientato Il racconto dell’ancella) in cui a decidere per lei sia il capofamiglia, ovvero il marito, rispondere qualcosa di meno imbecille di «Come ti permetti di implicare che la famiglia sia per forza composta da una moglie e un maritoooo».

È evidente che Abby è una specialista dello spararla grossa. Dei suoi otto figli, uno, Jude, è di razza mista. E cosa decide di fare, la signora Johnson, nel pieno del casino razziale dopo l’assassinio di George Floyd? Di raccontare agli spettatori di YouTube che lei ha deciso «di dare la precedenza alla statistica rispetto all’emotività», e di rendersi conto che Jude diventerà un ragazzone grande grosso e nero, e che quindi sarà intelligente da parte della polizia stare più attenta a lui, visto che statisticamente sarà più propenso a commettere dei reati. (Chissà cosa pensa dei fotomontaggi di Di Maio con la faccia nera).

È altrettanto evidente che non siamo capaci di non dare ad adulti che si comportano come treenni in cerca d’attenzione quello che cercano: attenzione, appunto. E infatti sono qui a scriverne. Sarei una pessima educatrice di treenni.

Il secondo atto di Abby non vi farebbe mai immaginare il primo. Nel suo primo atto, Abby era la direttrice d’una clinica di Planned Parenthood, l’organizzazione che si occupa di garantire alle americane di poter abortire in sicurezza (si fa per dire: è un paese dove fuori dalle cliniche abortiste ti sparano).

Adesso che è una prolife (si sono arrubbati le parole, e di qua ci siamo fatti fregare come fessi: se sei per l’aborto sei contro la vita? Ma in che senso? Sei per gli zombi?), Abby racconta la fantasiosa storia di come vide la luce assistendo a un aborto in cui l’embrione si ribellava, dell’odore dei pezzi di bambino (cioè: di feto) e del fatto che quelli che lavorano lì cazzeggiano chiamando una certa sala operatoria «la stanza dei pezzi di bambino», evoca orrori e dottori cattivi che le dicono che più donne abortiscono più loro guadagnano, ed è tanto più credibile in quanto ci ha lavorato in mezzo. Francis, sono una tua devota fan, ma di questa cosa non avevi proprio capito niente: nelle vite degli americani non solo esiste il secondo atto, ma è l’unico che conta.

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