Risiko marittimoCina e Turchia alla conquista dei porti del Mediterraneo 

L’espansione turca è iniziata da tempo attraverso i crescenti investimenti nelle infrastrutture portuali, mentre la presenza cinese è aumentata grazie anche all’influenza e alla cooperazione con alcuni Paesi strategici. A legare Ankara e Pechino all’Italia è Taranto, che ospita la compagnia Yilport con una concessione portuale di 49 anni e investimenti garantiti per 400 milioni di euro

MARCO BERTORELLO / AFP

La Turchia ha di recente manifestato un forte interesse per l’area mediterranea, come dimostrano la messa in discussione delle Zone economiche esclusive di Grecia e Cipro nonché l’accordo per la cooperazione militare-economica raggiunto con il presidente del Governo di Accordo nazionale libico Fayez al Serraj. Ma l’espansione turca nel mare nostrum è iniziata già da tempo attraverso i crescenti investimenti nelle infrastrutture portuali. Una strategia di soft power impiegata già dalla Cina, che ha inserito il Mediterraneo nella Via della seta marittima e che ha ugualmente aumentato la propria presenza e influenza grazie alla cooperazione marittima con i Paesi mediterranei. 

Nel 2013 il presidente cinese Xi Jinping annuncia il faraonico progetto della Nuova via della seta (o Road Belt Initiative, Bri), il cui obiettivo è collegare l’Asia all’Europa e all’Africa via terra e via mare aumentando gli interscambi commerciali tra i continenti e permettendo così alla Cina di espandere la propria influenza. Oltre ai più noti progetti infrastrutturali terresti, Pechino ha sapientemente investito anche sul trasporto marittimo e lo ha fatto ancora prima della presentazione ufficiale della Nuova via della seta. Una delle più importanti acquisizioni cinesi risale infatti al 2008, quando la China Ocean Shipping Company investe 4,3 miliardi di dollari per l’acquisto di due terminal del porto greco del Pireo con un usufrutto esclusivo per i 35 anni seguenti. Da quel momento in poi l’ascesa di Pechino è lenta, ma costante.

Un’altra tappa importante della strategia cinese è datata novembre 2015, quando ormai la Bri è stata pubblicamente annunciata e il Governo cinese ha già iniziato a stringere accordi con i singoli Stati per il suo sviluppo. L’Amministrazione oceanica statale e il Ministero degli Esteri di Pechino organizzano il “Forum di cooperazione marina tra Cina e paesi dell’Europa meridionale” (ossia Italia, Grecia, Portogallo, Spagna, Cipro e Malta), i quali negli anni successivi firmano con Pechino dei Partenariati di cooperazione marittima globale che prevedono tra l’altro investimenti nelle infrastrutture portuali dei rispettivi Paesi, oltre che nelle reti di trasporto e nel turismo. 

A guidare l’avanzata cinese nel Mediterraneo sono principalmente tre grandi compagnie: Cosco Shipping Ports, China Merchants Port Holdings (CMPort) e Qingdao Port International Development (QPI). Sia Cosco che CMPort possono attingere a una linea di credito agevolata, mentre la prima ha accesso anche al Silk Road Fund, il fondo di investimento da 40 miliardi della Banca cinese di Sviluppo per la realizzazione della Nuova via della Seta.

Queste tre aziende hanno quote rilevanti nei porti del Pireo (Grecia), Valencia e Bilbao (Spagna), Marsiglia (Francia), Vado Ligure (Italia), Casablanca e Tanger Med (Marocco), Ambarli (Turchia), Port Said (Egitto), Cherchell (Algeria), Haifa e Ashdod (Israele). Una rete che copre quasi tutto il Mediterraneo e che garantisce alla Cina una presenza significativa in un’area particolarmente strategica dal punto di vista commerciale. 

Ad investire sui porti del Mediterraneo per aumentare la propria presenza nel mare nostrum è anche la Turchia grazie all’azienda Yilport Holding (appartenente al più grane Gruppo Yildirim) che si occupa principalmente di logistica. Come sottolineato recentemente da Limes, l’obiettivo della Turchia è puntare su investimenti nella logistica per lasciare ad altri – come ad esempio la Cina – il settore del commercio. I due Paesi, pur perseguendo lo stesso obiettivo, hanno adottato strategie diverse e complementari, che permetterebbero loro di fare fronte comune per favorire i rispettivi interessi nell’area mediterranea. 

A legare Ankara e Pechino e a renderli potenziali partner nella corsa al Mediterraneo è anche la presenza della Yilport nella Ocean Alliance, il gruppo creato dalle compagnie Cosco Shipping Lines, Cma Cgm, Evergreen e Orient Overseas Container Line per far fronte ai danni causati dall’emergenza coronavirus. Il gruppo Yildirim ha infatti quote della società marsigliese Cma Cgm, che si occupa di trasporto container. 

Della compagnia turca Yilport si è tornati a parlare di recente in merito al porto di Taranto: l’azienda ha ottenuto una concessione di 49 anni e promesso investimenti per 400 milioni di euro per lo sviluppo del San Cataldo Container Terminal, precedentemente nelle mani della taiwanese Evergreen. Le aspettative dell’Autorità portuale in merito all’acquisizione turca sono tra l’altro molto alte considerando la crisi economica che ha colpito negli ultimi anni la città di Taranto e in particolare l’area portuale. 

Lo scalo ionico garantisce invece alla Turchia una posizione strategica di accesso al mar Mediterraneo: Taranto si trova sulla rotta tra Gibilterra e il Canale di Suez e grazie al collegamento del porto con le reti stradali e ferroviarie italiane permetterebbe alle merci di raggiungere anche il resto del Paese e la stessa Europa.

Ma Taranto non è l’unico porto gestito dalla Yilport che affaccia sul mare nostrum: la compagnia turca si trova anche nel porto maltese di Marsaxlokk, per cui il suo arrivo nel terminal tarantino non fa che rafforzare la presenza nell’area mediterranea e più in generale la sua competitività. La compagnia ha già delle basi nell’oceano Atlantico (Portogallo e Spagna), Pacifico (Ecuador e Perù) e nel Nord Europa (Svezia e Norvegia). 

In futuro ci si aspetta che la Turchia continui ad investire nelle infrastrutture portuali, anche alla luce del ben noto desiderio del presidente Recep Tayyip Erdogan di espandere la propria influenza nel Mediterraneo e trasformare il Paese in un hub regionale. Un progetto che potrebbe realizzarsi anche grazie alla crescente presenza nell’area mediterranea della Cina, ben lieta di poter contare su infrastrutture altrui per espandere i propri commerci. 

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