Il pasto macabroIl fantasma del reato e l’uso televisivo della giustizia

Il caso del piccolo Gioele e della mamma Viviana, nella sua tragica e dolorosa banalità, non ha niente di misterioso ma è stato trasformato nel classico giallo dell’estate, un fenomeno mediatico e deplorevole di cui sono responsabili giornali, televisioni, avvocati e magistrati

gaspar uhas, unsplash

Si, lo so, ai gialli dell’estate bisognerebbe farci il callo, come ai sabati col bollino rosso e il deserto cittadino del Ferragosto.

Eppure quest’anno c’è qualcosa di particolarmente ripugnante: la tragica morte di una madre e del figlio di quattro anni fa venire in mente la profezia di Freak Antoni per cui toccato il fondo invece di risalire puoi ancora scavare.

Una vicenda in cui non c’è nulla da capire: che cosa vuoi capire di una povera donna, dei suoi demoni, di sogni eccessivi che muoiono ogni giorno in un paesetto, di una vita da cui non evadi coi selfie sui social mentre il male ti divora la mente?

Che cosa ci sarà da scoprire nel suo vagare dopo un incidente senza chiedere aiuto agli automobilisti con cui si è scontrata, con un bimbo in braccio lungo un sentiero che si allontana dalla strada senza alcuna possibile meta che non sia la fine di un dolore infinito a cui non può sopravvivere nulla, neanche un figlio?

Basterebbe solo un po’ di pietà, ma il dolore che si compenetra richiede silenzio che mal si concilia in casi come questi con le smanie di chi, parenti, legali, poliziotti e magistrati vuole cogliere la possibilità del famoso quarto d’ora di celebrità di Andy Warhol, il treno della fama che passa una volta sola.

Il tocco finale, poi, è la comparsa sul proscenio dell’avvocato (quasi sempre in compagnia di un altrettanto famoso scienziato) da talk show, quel tipo di professionista che è più facile incontrare negli studi televisivi che in un’aula di tribunale, il cui compito principale è alimentare il dibattito sulle ipotesi, più che la discussione sulle prove concrete.

Di solito la sua comparsa, come quella delle rondini in primavera, preannuncia l’arrivo delle telecamere dei programmi di cronaca nera che ospitano abitualmente, guarda caso, gli stessi ricorrenti professionisti (legali, esperti, investigatori).

Il problema, grosso, non è solo lo scempio che si farà di quei poveri resti dati in pasto alla morbosità. Il fenomeno delle indagini mediatiche si porta appresso ben di peggio e crea un effetto preciso: l’apertura di reali e concreti procedimenti penali basati su ipotesi di reato del tutto fantasiose. Il fantasma del reato che diventa un vero processo.

Capita così che in paese devastato dai ritardi cronici della giustizia vi siano procure che trovano tempo da perdere e soldi pubblici da sprecare per indagini, perizie, intercettazioni puntualmente destinate al nulla probatorio e al saldo di costose parcelle agli esperti incaricati di dipanare un inesistente mistero.

Importante è trovare organi di stampa o televisivi (non necessariamente di primo piano, vi sono rotocalchi e trasmissioni votati alla scoperta di delitti veri o falsi) che alimentino il pettegolezzo, la saga del sospetto, indirizzino i social, e qualche legale ed esperto scientifico di nuove tecniche (di non ferrea deontologia) per montare il caso.

Alla fine si trova qualche procuratore disposto a riaprire o ad alimentare  il caso, magari disseppellendo cadaveri sepolti da decenni, ed è garantito il ritorno mediatico.

Tutto ciò costa: soldi ma non solo, anche il dolore di chi deve sottostare al sospetto e alla gogna magari dopo essere stata già vittima della vicenda. Pensate ai sospetti gettati in passato su poveri estranei e sulle stesse vittime nella vicenda Stasi o di Olindo e Rosa, ma ci sono casi di persone scampate a un omicidio o al femminicidio indagate per anni sul nulla, proprio loro che dovrebbero essere i soggetti vulnerabili da proteggere.

Tutto questo continua a ripetersi e anche quest’anno, dopo la pausa estiva si ricomincia: «Settembre, andiamo, è tempo di scavare». 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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