Juan Carlos, la bionda, l’elefante e la valigettaDiventiamo repubblicani in Spagna? Sai che noia…

Quando si vive in una monarchia si accetta che ci sia un primus inter pares. Magari, a volte, anche un primus inter paria. Invece, gli spagnoli sentono che il loro eroe democratico, l’uomo che portò il paese oltre Franco, li ha trattati da primus inter pirla. Ma non per questo le istituzioni sono in pericolo

Pierre-Philippe MARCOU / AFP

Benvenuti in una storia spagnola, fin troppo spagnola, che potrebbe sembrare italiana, fin troppo italiana, con servizi segreti, retroscena e amori incrociati; un romano di nascita e un ex re ora fuggito non si sa bene dove, ma lontano dal paese che ha aiutato a diventare democratico.

Avrete già letto biografie noiose di Juan Carlos sui giornali, quindi andiamo direttamente al nocciolo: in questa situazione di discredito assoluto della monarchia, la Spagna può cogliere l’occasione e diventare una repubblica? Mai. Perché siamo monarchici? No. La Spagna non diventerà una repubblica perché siamo pigri. 

Prendete me stesso. Scrivo questo pezzo con 3 giorni di ritardo perché non volevo interrompere le vacanze. Con un Re che scappa del paese di nascosto dopo aver rubato a piene mani. Mi rendo conto di essere la caricatura giornalistica della siesta. Ma andiamo avanti prima che vi addormentiate voi.

Pedro Sánchez ha parlato ieri della vicenda e ha sbagliato tutto. Il che, per la verità, non stupisce nessuno. «Qui si giudicano le persone, non alle istituzioni», ha detto. Invece non è vero. Anzi, non è filosoficamente possibile disgregare il re dalla sua istituzione, dall’ambiente da cui proviene. Se c’è uno spagnolo che non può essere giudicato solo come tale è proprio il Re. Un monarca è allo stesso tempo persona e istituzione. Dalla nascita. Lui e suo figlio.  

La monarchia, in Spagna, non ha un carattere esecutivo né di governo, ma solo istituzionale. È soltanto immagine, quasi un’istituzione immateriale; composta da simboli, da bollicine. Insomma, molta forma e poca sostanza. Il che non è poco per una società liquida, una democrazia evanescente e una memoria corta come la nostra. 

E l’immagine di Juan Carlos, ora, sarà quella di una decadenza alla Craxi, magari scapperà in Repubblica Dominicana, in Portogallo o agli Emirati. Non importa dove. Lascerà un ricordo un po’ martire, un po’ ladro. Incensata da alcuni come “il falegname” della democrazia in Spagna, criticato da altri come un borseggiatore disonesto: non rubava portafogli a Plaza Mayor ma incassava tangenti Golfo Persico. Livelli diversi di crimini simili.

Podemos e gli indipendentisti sono gli unici che hanno caricato i cannoni contro Juan Carlos. In un modo così prevedibile da dimostrare quanto siano privi di talento. Destra e centristi lo hanno invece difeso. L’estrema destra va oltre, e accusa Pedro Sánchez di cercare di imporre la Repubblica, ma dimostra di non aver capito nulla di quanto accaduto, perché sono stati proprio i socialisti, da sempre amici di Juan Carlos, a pilotare l’uscita dalla crisi e a mediare con “la Casa Real” e Felipe VI. Tutto gestito, tra l’altro, senza dire una parola ai soci di Podemos. Come a dire: questa cosa si risolve fra adulti. 

La verità è che in Spagna non esiste un singolo tema politico che possa mettere d’accordo l’ottanta per cento della Camera tranne la monarchia. 

L’indice di gradimento dell’istituzione monarchica è al 40%, il minimo storico. E poi, siamo chiari, avere un Re non ha nessun senso tranne per il business del gossip. Ma non cambierà, la Spagna è fatta così. La tensione con gli indipendentisti è molto alta, e nessun leader può permettersi di aggiungere una crisi istituzionale alle crisi economica e sanitaria più dure della nostra storia.

Certo, è possibile che nelle prossime settimane ci sarà tanto rumore, qualche sindaco potrebbe decidere di togliere il nome di Juan Carlos I da un palazzetto dello sport o da una via pedonale, la Spagna si scannerà, i talk-show saranno felici, i siti dei giornali aumenteranno le visualizzazioni. Ma non succederà niente. 

I fatti li conoscete. Juan Carlos avrebbe intascato tangenti a valanga per anni, non solo per il treno ad alta velocità alla Mecca. Soldi tenuti all’estero e nascosti allo Stato. Mi dispiace deludervi, ma non è quello che indigna la Spagna: gli spagnoli sono arrabbiati per il “salseo”, cioè, tutti i dettagli svelati dalla ex amante del Re, Corinna. 

Per esempio, il sultano dell’Oman ha regalato a Juan Carlos un appartamento a Londra dal valore di 62 milioni di euro. Di questo si è parlato. Ovvio. Ma poco. Del fatto che dopo due anni, senza averci mai vissuto, abbia ceduto la casa a un suo amico che la ha poi rivenduta per 42 milioni a una società offshore delle Isole Virgine Britanniche, si è parlato. Ovvio. Ma poco. Quello che ha scioccato tutti è che Juan Carlos si sia scandalizzato quando ha saputo che avrebbe dovuto pagare le spese di condominio e ha chiesto al sultano di pagare anche quelle. 

Agli spagnoli ha fatto male scoprire che Juan Carlos è umano, e ricordare che ognuno di noi ha le sue meschinità: le ha anche il Re, e sono sicuramente peggiori di tutti noi plebei. Ma il punto è che non vogliamo mai sapere quanto i regnanti sono simili a noi, perché quando uno vive in una monarchia accetta che ci sia un primus inter pares. Dopo le prime informazioni sui soldi di Juan Carlos all’estero, la sensazione è che forse era stato un primus inter paria. Adesso invece si guarda a Juan Carlos come un primus inter pirla

La Spagna non è mai stata appassionatamente monarchica (chissà, forse i Borbone hanno avuto anche la loro responsabilità) ma juancarlista. Era proprio Juan Carlos, con la sua personalità estroversa, popolare a essere riuscito a costruire una “corona” su misura, lontana dagli scandali di Buckingham Palace.

Possiamo allora diventare felipisti dopo essere stati juancarlisti? Impossibile. È già preso. Non il re, il soprannome. Felipe González, primo ministro socialista per quattordici anni dal 1982 al 1996, si è accaparrato tutte le possibile variazioni: felipismo, felipista… A volte le scintille della storia non accendono fuochi per dettagli così banali. Non ci sarà un secondo felipismo.

E poi, il Re in carica, continua a cercare di nascondere lo scandalo, a cercare di non farne parlare, non capendo che una monarchia, nel ventunesimo secolo, non può nascondersi fra le tenebre oscurantiste del suo passato. Il suo primo passo, rinunciare all’eredità di Juan Carlos e sospendere l’indennità che lo Stato versava all’ex Re, è stato strategicamente preso il 15 marzo. Cioè, il giorno dopo il lockdown e la dichiarazione dello stato d’emergenza. Da allora, niente. 

Non è che uno si aspetta dal sereno Felipe VI una sfuriata su Twitter sul modello di Donald Trump. Pur capendo che la monarchia, come la Chiesa, ha i suoi ritmi, questo silenzio è anacronistico e offre il miglior ritratto di un’istituzione che non sa più a cosa serve. La sua unica funzione, la ragione della sua esistenza, è essere impeccabile. Far parlare bene di lei. O, al contrario, creare una serie infinita di scandali, come gli inglesi, per compensare con prodotti cinematografici di altissima qualità come The Crown su Netflix. Cioè, far parlare di sé, e basta.

Un Re non può permettersi una cosa soltanto, come sa bene Juan Carlos, essere noioso. Felipe è bravo, ma adesso ha bisogno di un colpo di scena. Vedremo se lo capisce.

Giuliano Ferrara ha scritto sul Foglio che, appunto, Juan Carlos è stato sempre impeccabile per gli spagnoli, come dimostra l’abdicazione che ha permesso a Felipe di diventare sovrano. E che, in fondo, tutto lo scandalo non è altro che una specie di crisi isterico-moralista della Spagna. Ha ragione, ma siamo fatti così, Giuliano. Nessun leader politico è stato distrutto pubblicamente come Cristina Cifuentes (Partito popolare), ex presidente della regione di Madrid. Perché aveva rubato miliardi? Certo che no, aveva rubato due creme al supermercato. E c’era la registrazione. Che poi era anche un discount, mica Marionnaud. Figuriamoci, la storia era ancora più bella, tanto da indignare tutti.

«Chi ha meno di quarant’anni mi ricorderà soltanto come quello della bionda, dell’elefante e della valigetta». Questa frase, detta non più di tre settimane fa a un caro amico, sintetizza tutte le paure di Juan Carlos I.  

La bionda, alia Corinna zu Sayn-Wittgenstein, alias principessa fake, che parlava con i servizi per raccontare le vicende del Re, ha ricevuto più di 60 milioni di euro da Juan Carlos. Lei credeva fosse un regalo. Juan Carlos invece la stava usando come prestanome. Fino al giorno in cui lui le ha chiesto di restituire il “regalo”. Cosa che non si fa nemmeno per un dvd. Figuriamoci per più di 60 milioni di euro. 

L’elefante è quello ucciso in Botswana da Juan Carlos, nel 2012, nel pieno della crisi economica. Il Re si è rotto l’anca durante un safari da 50 mila euro, al quale era andato con Corinna. È l’unica volta che Juan Carlos ha chiesto scusa. «Non succederà mai più», aveva detto, con le stampelle, all’uscita dell’ospedale. Ancora Juan Carlos. Come se niente fosse.

La valigetta è il simbolo definitivo. Il Re, come regola, mandava in giro suoi prestanomi a prendere i soldi delle banche svizzere. Ma a volte voleva andarci di persona e riempire la valigetta di banconote. Immaginate la scena: «Buongiorno, Juan Carlos, re di Spagna, che vento c’è stamattina a Ginevra! Sì, prego, due milioni. In contanti». 

Juan Carlos è uno furbo. E ha capito che quando uno è fatto di simboli, muore anche di essi. La bionda. L’elefante. La valigetta. Quanto conta fondare una democrazia in confronto a questa triade?

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