Ricchi e poveriA chi vanno (davvero) i soldi delle canzoni in streaming

ll sistema attuale aumenta, in termini di ricavi, il divario tra i musicisti famosi e quelli che non lo sono (o che occupano nicchie come jazz e classica). Esiste un modo per riequilibrare la situazione? Forse sì

Manny Carabel / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / Getty Images via AFP

Per alcuni è l’unico modo per salvare la musica, la soluzione definitiva, la panacea. Altri sono più scettici, ne riconoscono i meriti ma ne vedono anche i limiti.

Si tratta del modello “User-Centric Streaming Payment” (UCPS) per la distribuzione dei ricavi delle canzoni ascoltate, appunto, in streaming. Una formula tecnica (prima che magica), per addetti ai lavori, che si può riassumere più o meno così: i soldi del tuo abbonamento a una piattaforma di musica, insieme ai ricavi generati dai tuoi ascolti, finiscono secondo eque percentuali agli artisti che hai davvero ascoltato. “User-Centric”, insomma, perché mette al centro l’utente, con le sue scelte, le sue attività e le sue preferenze.

Oggi l’approccio utilizzato dalle maggiori piattaforme di streaming musicale è diverso, segue un principio “pro-rata” e funziona così: si considera il totale dei ricavi e lo si distribuisce in proporzione al numero degli ascolti effettuati per ogni artista (certo, tolta prima la percentuale che la piattaforma sceglie di trattenere per sé, in genere il 30%).

Ne consegue che, se Apple Music ricava 100 milioni di dollari in un mese e le canzoni di Sting costituiscono l’1% degli streaming di quel mese, allora Sting (e i suoi autori) ricevono un milione tondo. Detto in altre parole, l’1% dei soldi messi da ciascun utente finisce nelle tasche di Sting. Chi viene ascoltato di più, riceve di più. O meglio: chi può conteggiare più ascolti in streaming esce vincitore.

Le conseguenze sono evidenti: la prima è che i soldi degli abbonati finiscono, o possono finire, ad artisti che non si è mai ascoltato che addirittura non si conoscono neppure. O che si odiano. È giusto? Il dibattito è aperto.

La seconda, invece, è più sottile: come, si fa notare da più parti, il modello pro-rata penalizza chi realizza brani più lunghi. Più che un problema di stile è una questione di genere. La musica classica e il jazz ne escono danneggiati, dato che ogni loro traccia (dal movimento di una sinfonia a una jam session) dura di più di una canzone media. Il totale del numero di streaming, a parità di minuti ascoltati, è più basso.

È, insomma, il solito vecchio problema: come tagliare la torta. Il modo in cui lo si fa riflette concenzioni, culture intenzioni e soprattutto interessi. E non tutti, nel settore della musica in streaming, amano l’attuale sistema pro-rata.

Alcuni musicisti, in particolare, hanno più volte sollevato la questione anche sottolineando le ricadute sul piano musicale.

Le canzoni sono cambiate: più brevi, concentrano in pochissimi minuti materiale catchy pensato per essere ripetuto più e più volte. Ogni brano diventa un tormentone, insomma, progettato con lo scopo di accrescere il numero degli ascolti (quantitativo) nel giro di poco tempo.

Nel modello “pro-rata” a dominare è il grande fan, l’ascoltatore incallito, quello che dedica alla musica ore e ore. L’utente casuale, meno costante, che fa partire meno tracce e meno brani genera meno ricavi. Anche se entrambi pagano lo stesso abbonamento.

Questa situazione ha portato anche a storture più gravi, cioè vere e proprie “fabbriche” di streaming, meglio note come “truffe bulgare”: magazzini pieni di device che effettuano streaming a ripetizione di una stessa canzone per accrescere il numero degli ascolti.

In un universo “User-Centric” questo trucco non avrebbe senso perché non porterebbe nessun vantaggio (in linea teorica, se tutti impiegassero lo stesso tempo ad ascoltare canzoni non ci sarebbe nessuna differenza tra “pro-rata” e ““User-Centric””.)

Per i sostenitori di quest’ultimo modello, insomma, far dipendere la distribuzione delle risorse dalle scelte degli utenti sarebbe, prima di tutto, più giusto nei loro confronti.

E in secondo luogo, permetterebbe di aiutare quei gruppi e musicisti del sottobosco che al momento vengono schiacciati dalle grandi star e dalle major più importanti.

Oltre al mondo del jazz, esiste un universo di musicisti sperimentali, o anche solo locali, che avrebbero solo da trarre benefici da questo cambiamento. Sarebbe a loro avviso un modo per riequilibrare le storture di un mercato sbilanciato sugli artisti più celebri.

Su questo secondo aspetto, va detto, le cose non stanno proprio così. Il crescente interesse per il sistema ““User-Centric”” ha portato a una serie di studi che hanno messo a confronto le due posizioni, cercando di evidenziare pregi e difetti di entrambi. Il più autorevole (e anche il più citato dagli esperti) è quello del 2017 commissionato dall’Associazione dei musicisti finlandesi su dati forniti da Spotify.

Secondo la ricerca, al momento lo 0,4% degli artisti concentra il 10% dei ricavi totali. Ma in un eventuale passaggio al sistema “User-Centric” la fetta scenderebbe al 5,6%: non sarebbe una rivoluzione, insomma.

Considerati come un dato aggregato, poi, i piccoli artisti ne sarebbero avvantaggiati, ma di poco. Ma anche tra loro ci sarebbero comunque differenze, e alcuni ne uscirebbero addirittura con le ossa rotte.

Del resto la stessa cosa era stata detta in alcuni studi precedenti, tra cui quello del 2014 del norvegese Arnt Maasø, dove si analizzavano gli effetti di un approccio UCPS per gli artisti locali. A livello di quota di mercato, agli artisti più importanti toccava il 76% in un ambiente “pro-rata”, mentre con lo ““User-Centric”” si scendeva al 75%. Nulla.

Due mesi dopo, uno studio simile è stato condotto anche in Danimarca, con risultati identici. Insomma, la grande redistribuzione tra grandi e piccoli è una chimera.

Ciò non ha impedito al gigante francese dello streaming Deezer, che vanta sette milioni di abbonati, di annunciare, nell’ottobre 2019, una sperimentazione sul modello UCPS, i cui risultati non sono ancora noti.

Anche la Apple Music (ma senza dirlo a nessuno) avrebbe condotto delle ricerche in questa direzione. In un modello “User-Centric” – avrebbero scoperto – alcuni generi marginali come il jazz avrebbero molti più introiti.

Spotify, al contrario, si è schierato per il no: con un approccio basato sull’utente la struttura di profilazione sarebbe più complessa e costerebbe di più, con la conseguenza di dover aumentare le trattenute sui dividendi.

Una risposta che convince poco Damon Krukowski, musicista dei Galaxie 500 ed esperto del tema: «I dati di ogni utente sono vengono già raccolti: per le raccomandazioni musicali e per la pubblicità. Perché mai non potrebbero essere convogliati per una ripartizione dei ricavi?».

Lui sulla questione “pro-rata” o ““User-Centric”” è scettico, dal momento che – come dimostrano gli studi – la differenza sarebbe poca. Eppure, da più parti qualcosa si sta muovendo e non è detto che sia un male.

Gli utenti ne uscirebbero più responsabilizzati (e la fine delle truffe sarebbe già un buon passo in avanti) e i musicisti minori ne sarebbero, in qualche modo, più coinvolti. Quello che si sceglie conterà.

Non sarà la rivoluzione, non sarà la quadratura del cerchio, ma un nuovo modo per tagliare la torta, con un coltello (forse) più efficace.

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