I moralistiSe non fate carriera è perché siete pippe, non perché vi arrubbano il futuro

Lettori non paganti si indignano con Michele Serra perché a chi gli chiedeva di farsi da parte per lasciare posto ai giovani ha risposto in modo cortese. Quando la risposta avrebbe dovuto essere: noi ci siamo inventati giornali e riviste, voi TikTok, quindi perché aspirate a fare il redattore ordinario di Repubblica?

Che tu sia una catena di supermercati californiana o un editorialista milanese, comunque abiti nel 2020, l’epoca che è un perpetuo film con Alberto Sordi. 

Nel Moralista, Sordi è il segretario generale dell’Organizzazione Internazionale per la Moralità Pubblica. Censura ombelichi dai manifesti pubblicitari, chiude bar in cui i bambini vanno a giocare a biliardino su richiesta dei comitati di madri preoccupate; insomma: fa nel 1959 tutto quel che sessant’anni dopo si sarebbe fatto sui social. 

Tre giorni fa, Michele Serra ha risposto nella sua rubrica di lettere sul Venerdì a un sessantacinquenne che si diceva felicemente pensionato e chiedeva perché Serra e altri vegliardi non si facessero da parte facendo largo ai giovani. L’elenco di pensionabili fatto dal lettore era abbastanza lunare, andando dai pochi nomi per cui qualcuno continua a comprare i giornali (Natalia Aspesi), a gente che ormai da anni fa apparizioni da venerato maestro (Maurizio Costanzo, Renzo Arbore). 

Leggendolo, mi sono sentita di nuovo trentenne. Forse i più anziani tra i miei quattordici lettori ricorderanno infatti che, all’inizio di questo secolo, ci sono stati anni in cui quello sul ricambio generazionale era il dibattito in cui s’era incartato il paese. Da una parte una grande chiesa, che andava da cattolici di destra a scrittori del Pigneto di sinistra, secondo la quale per i trentenni e i quarantenni non c’era spazio perché i più anziani non si facevano da parte. Dall’altra una minoranza (eravamo forse in quattro controcorrentisti) che argomentava che il potere, per definizione, non è una cosa che ti viene concessa, ma una cosa che ti prendi. Che i ruoli andavano scippati, mica elemosinati, se uno proprio ci teneva a prenderseli. 

Il dibattito venne brasato dalla realtà: a un certo punto un trentanovenne si prese la presidenza del consiglio, e i suoi coetanei furono finalmente troppo imbarazzati per continuare a frignare che a noi fratelli piccoli nessuno regalava niente. Si passò ad altro, ma il tema era solo in sonno: siamo ancora convinti che se non facciamo carriera non è mica perché siamo delle pippe, è perché ci hanno arrubbato il futuro. 

Insomma questo tizio scrive a Serra, il quale risponde garbato e ovvio: garbato, pure troppo, che ci sono nei giornali trentenni e quarantenni bravissimi che «si barcamenano tra siti web precari e stipendi inconsistenti»; ovvio, che loro lo spazio se lo presero «inventando giornali (e cinema, letteratura, teatro, musica) mai visti e mai sentiti prima, e facendo apparire all’improvviso decaduto il mondo che li aveva preceduti». 

Fossi stata una di quelle che insultano i venerati maestri sui social, una delle madri di famiglia che chiedevano ad Alberto Sordi di chiudere i bar dei biliardini, a quest’affermazione avrei avuto una sola risposta: è successo anche a questa generazione, hanno inventato Tik Tok e infatti i giornali non li compra più nessuno. 

È un’obiezione che nessuna, tra le centinaia di persone indignate contro Serra, ha formulato, giacché i miei coetanei, e quelli un po’ più giovani, non vogliono sbattersi ad avere l’idea di genio che li farà distinguere su Tik Tok, ma hanno il più novecentesco dei desideri: uno stipendio da redattore ordinario a Repubblica. Ambiscono al posto fisso in un’istituzione relitto della guerra fredda, in un giornale con cui, se qualcuno non gliel’avesse fotografato e messo su Twitter, non avrebbero potuto indignarsi, giacché non lo comprano. 

Si sono persino offesi perché Serra ha scritto che i ventenni d’oggi ascoltano Guccini, invece di prenderlo come un immeritato attestato di stima: è una generazione che ti dà del tu perché ha difficoltà a coniugare la terza persona, magari ascoltassero Guccini, sai che giovamento ne avrebbe il loro lessico. 

Serra non ha risposto agli indignati, e spero continui a non farlo, spero continui a non cagarsi i social, spero che il suo silenzio sia come quella storiella zen («Ti ho scritto cento lettere e non ho avuto risposta», «Anche questa è una risposta»), o come il comunicato di Trader Joe’s. 

Trader Joe’s è una catena di negozi d’alimentari californiana. Qualche settimana fa una ragazza bianca contrita ha avviato una petizione on line per chiedere che smettano di vendere i loro prodotti etnici, che commettono il crimine di inquadrare come esotiche le altre culture. Il fatto che il cibo messicano venduto nella catena si chiami Trader José’s, e quello italiano Trader Giotto’s, fa sì, secondo la bianca contrita, che l’americano bianco (Joe) sia la norma, e tutte le altre etnie considerate alla stregua di variazioni esotiche. 

La catena all’inizio ha fatto l’abituale comunicato coperto di cenere (abitiamo in un tempo in cui, se l’internet ti dice che sei cattivo, intanto ti scusi, e solo dopo ti chiedi se le accuse abbiano un senso); poi l’ha rimpiazzato con un comunicato d’eroica fermezza. «Non basiamo le nostre decisioni sulle petizioni», ma «su quel che piace ai nostri clienti». Quei prodotti resteranno sugli scaffali finché la gente continuerà a comprarli. 

Se non vi sembra una risposta eroica, non avete visto che brutto mondo c’è là fuori. Non sapete, beati voi, che abitiamo il tempo in cui a decidere dei prodotti non è chi li compra, ma chi strilla più forte. 

In un mondo ideale, domani qualcuno da Repubblica parafraserebbe il comunicato di Trader Joe’s. Dicendo agli indignati di Twitter e Facebook che certo, sostituiranno Serra e la Aspesi con qualche fresco talento (gli innesti di freschi talenti negli ultimi anni di Repubblica sono Biani e Bottura, lo dico casomai voleste una scusa per convertirvi al partito “Dio ci conservi gli anziani”); lo faranno non appena tutti quelli che hanno protestato mostreranno la prova di pagamento d’un abbonamento a Repubblica, e di non essere solo gente che protesta per come sono fatti i prodotti che non consuma. Di non essere solo moralisti che chiudono i bar (è Guccini, lo dico casomai non foste ventenni che lo ascoltano), o Alberto Sordi, in quel film verso la cui fine si scopriva che, mentre chiudeva i biliardini, organizzava giri di mignotte.

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