Diaspora neo ottomanaLe mani di Erdoğan sulla comunità turca in Germania

Gli espatriati residenti nella Repubblica federale tedesca sono circa 3,5 milioni. La maggioranza ha un rapporto forte e positivo con il Paese di origine ed è diventata il punto di riferimento per il partito di governo, l’Akp, che fa pressioni su Berlino influenzando questa comunità tramite imam e servizi segreti

Afp

Sono passati due anni dalle ultime elezioni presidenziali in Turchia, ma uno dei dati più significativi della vittoria del presidente Recep Tayyip Erdoğan resta l’alto numero di voti raccolti dall’esponente del partito Giustizia e sviluppo (Akp) in Germania. Due terzi delle preferenze della diaspora turca nel Paese europeo sono andate all’attuale capo di Stato, mettendo in luce lo stretto legame tra la minoranza anatolica ed Erdoğan. Ma come ha fatto l’Akp a conquistare la fiducia della diaspora in Germania e che valore geopolitico ha questo legame?

Imam, doposcuola e servizi segreti
I turchi residenti in Germania sono circa 3.5 milioni, ma la loro composizione è particolarmente variegata: la diaspora è formata da persone arrivate nel Paese in cerca di lavoro con la propria famiglia, curdi, armeni e aleviti in fuga dalla persecuzione, oppositori di sinistra e – dopo il 2016 – sostenitori di Fetullah Gulen, l’uomo accusato di aver guidato il fallito colpo di Stato. Il cuore della diaspora è però formato da cittadini turchi che continuano ad avere un rapporto positivo con il proprio Paese di origine e che in molti casi non sono riusciti a integrarsi nella società di arrivo. Proprio questo gruppo è diventato dal 2002 in poi il punto di riferimento di una nuova politica dell’Akp, che ha intuito le potenzialità offerte dalla diaspora turca in Germania in termini di lobbying su Berlino e Bruxelles. 

L’Akp ha incentivato l’identificazione dei cittadini turchi residenti all’estero con la madrepatria, fornendo loro un’identità culturale – e religiosa – che ha riempito il vuoto lasciato dalla mancata integrazione in Germania. L’appartenenza a una minoranza musulmana in territorio cristiano ha infatti contribuito in molti casi ad allontanare le famiglie turche dal resto della società e l’Akp ha sfruttato questa situazione a proprio vantaggio. 

Il partito di Erdoğan ha prima di tutto dato la possibilità ai cittadini turchi residenti all’estero di partecipare alle votazioni che si tenevano in patria senza bisogno di tornare in Turchia. Così facendo, l’Akp ha allargato il bacino elettorale adottando poi in Germania – e in altri Paesi europei – delle politiche volte ad assicurarsi il sostengo della diaspora stessa. E a guardare i risultati del 2018 è facile affermare che la strategia dell’Akp ha dato i suoi frutti in termini di consensi elettorali, ma non solo. 

Rafforzare il legame tra i cittadini espatriati e la Turchia di Erdoğan ha richiesto l’impegno di diverse associazioni più o meno legate al partito di Governo o già presenti nel Paese di arrivo. Due di queste, le più importanti, sono l’Unione turco-islamica per gli affari religiosi (Ditib) e Visione nazionale (Milli Görüs). 

La prima è alle dirette dipendenza del Direttorato turco per gli affari religiosi (Diyanet), gestisce migliaia di moschee e centinaia di imam e insegnanti in tutto il mondo e fino a pochi anni fa aveva ottimi rapporti con il Governo tedesco. Le amministrazioni locali collaboravano con la Ditib per la risoluzione delle questioni legate all’immigrazione turca nel Paese e all’educazione islamica. La Ditib era infatti vista come un argine alla radicalizzazione, in virtù della promozione da parte dell’Unione di una visione moderata dell’islam.

Con l’arrivo al potere dell’Akp e ancora di più a seguito del fallito colpo di Stato, la Ditib ha però cambiato posizione e costretto le autorità tedesche a interrompere i rapporti con l’organizzazione. A rendere evidente il legame tra Governo e Ditib sono stati, per esempio, gli inviti a pregare per l’esercito turco a seguito dell’invasione del nord della Siria e la circolazione di video in cui bambini in uniforme inneggiano alla vittoria della Turchia, nonché la mancata adesione dell’Unione a una marcia contro il terrorismo islamico organizzato dall’associazione musulmana di Colonia. 

A insospettire le autorità tedesche è stato anche il legame sempre più stretto tra la Ditib e Milli Görüs, l’organizzazione islamista e nazionalista vicina ai Fratelli musulmani fondata alla fine degli anni Sessanta dal mentore politico di Erdoğan, Necmettin Erbakan. Secondo le autorità federali tedesche, il movimento ha caratteristiche anti-occidentali, anti-democratiche e anti-semite ed è considerato un ostacolo all’integrazione degli emigrati turchi e delle seconde generazioni. Milli Görüs offre aiuto legale, spazi ricreativi, corsi per giovani e ragazzi che vanno dalla religione all’informatica e organizza campi estivi a poco prezzo per le famiglie turche. Una presenza capillare a cui si accompagna anche il lavoro svolto dai servizi segreti e dalle lobby.

Il Mit (i servizi segreti turchi) è un altro dei pilastri della strategia di controllo della popolazione immigrata. In questo caso gli sforzi del Governo sono diretti alla raccolta di informazioni sui dissidenti politici e sui curdi che hanno cercato rifugio in Germania. Dal 2017, l’intelligence si è concentrata soprattutto sui seguaci di Gulen, ex alleato di Erdoğan e accusato di essere la mente dietro al fallito golpe. Ultimo tassello della politica dell’Akp è l’Unione dei turchi europei democratici (Uid), un’organizzazione ufficialmente apartitica nata nel 2004 in Germania per la tutela degli interessi dei turchi residenti in Europa. Anche questa lobby è in realtà legata al presidente, come dimostrano per esempio gli eventi organizzati dall’Uid a sostegno di Erdoğan durante la campagna elettorale.

Il valore geopolitico della diaspora
Aver cooptato la diaspora turca – o almeno buona parte di essa – ha permesso a Erdoğan di influenzare le politiche tedesche ed europee nei confronti della Turchia. L’Ue ha spesso ammonito Ankara per le sue scelte in politica interna ed estera, ma Bruxelles non ha mai imposto un regime sanzionatorio particolarmente forte a causa degli stretti rapporti con il Paese anatolico e per le conseguenze che una simile mossa avrebbe. 

Uno dei maggiori ricatti del presidente turco è la presenza dei migranti bloccati nel Paese e desiderosi di entrare in Europa, ma la diaspora è un’altra delle carte che Erdoğan sa bene come giocarsi per controllare Bruxelles tramite la Germania. Il controllo di una parte della popolazione, tra l’altro non del tutto integrata nel tessuto sociale tedesco, rappresenta una fonte di ricatto per Ankara, che può quindi minacciare di destabilizzare il Paese ospite. 

Anche prendere dei provvedimenti per limitare l’influenza dell’Akp si è spesso trasformata in un’arma a doppio taglio. Ogni azione repressiva intrapresa dalle autorità tedesche nei confronti di associazioni turche considerate un pericolo per la società viene rilanciata come un comportamento islamofobo e anti-democratico che non fa che avvicinare ulteriormente la diaspora a Erdoğan. Ad oggi, la politica di cooptazione dei cittadini anatolici in Europa si sta dimostrando vincente e sta aiutando il leader dell’Akp a imporre la sua visione della Turchia tanto in patria quanto all’estero.

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