Propaganda e realtàGiappone e Stati Uniti hanno dato i primi due schiaffi alla “Global Britain” di Boris Johnson

Il Comitato Affari Esteri del Congresso statunitense ha chiarito che non ci sarà un accordo di libero scambio se il Regno Unito non manterrà gli impegni sull’Irlanda del Nord. E gli inglesi hanno siglato un trattato commerciale con i giapponesi a condizioni peggiori di quelle di cui beneficiavano come membri dell’Unione

Afp

La «Global Britain» promessa dai conservatori rischia di nascere sotto una cattiva stella. Invece di sbloccare il potenziale di un nuovo mercantilismo, la decisione del governo Johnson di non rispettare il patto di recesso post-Brexit siglato con l’Unione europea sta già causando ripercussioni internazionali poco piacevoli. 

La «revisione» del Withdrawal Agreement, che delinea i rapporti futuri con Bruxelles alla Camera dei Comuni è stata quasi indolore. L’Internal Market Bill è passato con 340 voti a favore e 263 contrari, ma è costato l’astensione di alcuni conservatori di rango come l’ex ministro delle finanze Javid. Per quanto circoscritta – il disegno di legge riscrive lo statuto dell’Irlanda del Nord, sottraendola al mercato unico – la modifica è illegale.

Una violazione del diritto internazionale, perché Westminster aveva sottoscritto, cioè approvato in aula, un accordo vincolante. Downing Street obietta di non poter subire un’amputazione doganale, Bruxelles minaccia sanzioni. Più che una figuraccia, quello inferto alla credibilità inglese da Boris è un danno alla reputazione tout court

La scorsa settimana, il Comitato Affari Esteri della Camera dei Deputati statunitense ha preso posizione, scrivendo a Johnson. Si dice a chiare lettere: «Il Congresso non supporterà un accordo di libero scambio se il Regno Unito non manterrà gli impegni sull’Irlanda del Nord». Oltreoceano temono che il colpo di mano del primo ministro metta a repentaglio la distensione inaugurata dagli Accordi del Venerdì Santo del 1998. 

«Vi invitiamo ad abbandonare ogni sforzo ingiusto e legalmente discutibile per infrangere il protocollo sull’Irlanda del Nord del Withdrawal Agreement – si legge – e a fare in modo che i negoziati post Brexit non minino né decenni di progressi per portare la pace né le future possibilità di relazioni bilaterali fra le due nazioni». 

La lettera è firmata dal presidente della commissione, Eliot Engel, e da tre deputati: Richard Neal, William Keating e Peter King. I primi tre nomi appartengono al Partito Democratico, non sorprende che ripetano un monito già pronunciato dalla speaker Nancy Pelosi. Il quarto, però, è un repubblicano. Anche se i dem controllano l’istituzione, dove a differenza del Senato hanno la maggioranza, resta un documento pesante. 

Una delle contropartite promesse da Donald Trump, sostenitore della Brexit e amico del suo patrono Nigel Farage, era un accordo commerciale a condizioni molto vantaggiose. «Massive», aveva assicurato. Era anche una delle migliori armi propagandistiche a disposizione degli euroscettici, insieme al solito adagio: veleggeremo liberi della zavorra burocratica europea. Finora, non è andata così. 

La riconferma alla Casa Bianca del tycoon si allontana a ogni rilevazione nei sondaggi (certo, cautela, 2016 docet). Se il prossimo a sedersi nello studio ovale fosse, come probabile, Joe Biden, Boris non potrebbe più contare sulla sintonia, politica e personale, con il presidente, di cui è stato a volte definito il «clone» europeo. 

E Biden, che aveva la nonna irlandese, ha fatto sua la posizione del partito al Congresso. «Qualsiasi accordo commerciale – ha chiarito retwittando la missiva dei deputati – tra gli Stati Uniti e il Regno Unito deve essere subordinato al rispetto dell’accordo e all’impedimento del ritorno di un confine duro. Punto».

I vertici Tories potranno anche replicare «Non abbiamo bisogno di lezioni», ma è evidente la sproporzione delle potenze di fuoco. A Johnson tocca tifare per una vittoria in rimonta di Trump. Gli scambi fra le due sponde dell’Atlantico, solo nel 2019, sono valsi 270 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti sono la principale destinazione dell’export britannico dopo l’Unione Europea. Litigare con entrambe le controparti rasenterebbe il suicidio macroeconomico. 

Nonostante le promesse di entrambi i leader, Donald e Boris, il «boost» dell’accordo sarebbe limitato. Sul fronte inglese, scrive Bloomberg, farebbe aumentare il PIL solo dello 0,16%, migliorando gli stipendi dello 0,2%, senza incidere davvero (se non per 8 sterline all’anno di dazi risparmiati) sulla vita quotidiana dei sudditi di Sua Maestà. Non abbastanza da compensare una disfatta commerciale con i vecchi partner europei. 

Con una strategia confusionaria, il nuovo corso diplomatico di Londra non ha ancora sortito i risultati sperati. Il trattato con il Giappone raggiunto questo mese ha condizioni peggiori di quelle di cui Londra beneficiava come membro dell’Ue, perché più stringente sotto il profilo degli aiuti di Stato (uno dei punti su cui i negoziati con Bruxelles si sono incagliati). Insomma: l’esordio della Global Britain è da rivedere.

L’autunno vedrà una retromarcia inglese nei bilaterali? A forza di alzare il tiro, Downing Street rischia di perdere per strada Gibilterra, o ridurla a mera merce di scambio, mortificando il sentimento di secolare amicizia degli abitanti della Rocca. Anche in patria, se si ritenesse un referendum per l’indipendenza, la Scozia divorzierebbe dall’Inghilterra. 

Giovedì, una nota sul sito del governo ha fotografato l’instabilità da cui tratta ora Londra. A metà strada fra un’abiura e una resa, Johnson torna sulla contestata legge sul mercato interno, con una postilla che somiglia a un dietrofront. Verrà chiesto al parlamento di ratificare gli articoli, di fatto congelati, che violano il patto di recesso «solo se» fosse l’Ue a non rispettare lo spirito degli Accordi del Venerdì Santo. Sul piano interno, vorrebbe essere un’intimidazione all’eurozona. 

Però la piroetta recita: «Only in the case of, in our view». Un passo indietro che non gioverà allo stand geopolitico di una potenza del G7. Figuriamoci a quello di un Paese in cerca di autore, per non dire di futuro, come il Regno Unito all’indomani di una Brexit che si trascina da anni. Nelle metafore giornalistiche Boris è paragonato spesso a un giocatore di poker: (anche) stavolta il bluff è stato scoperto. 

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