Festa regionaleIn Catalogna si celebra la Diada più difficile per il fronte indipendentista

Quest’anno la festa nazionale della comunità autonoma spagnola avviene in circostanze singolari. Non solo per le restrizioni dettate dall’emergenza sanitaria, ma anche per le divisioni interne dei due principali partiti, che hanno visioni diverse sulla strategia da adottare per portare avanti il movimento

L’11 settembre di quest’anno sarà molto diverso dai precedenti in Catalogna. In occasione della Diada Nacional de Catalunya, l’equivalente per i catalani di una festa nazionale, le strade di Barcellona e delle altre città non vedranno le manifestazioni oceaniche del passato. La festa sconterà le stringenti misure per limitare la diffusione del Covid19, mentre il movimento indipendentista, che di solito celebra questa giornata come una vetrina per le proprie rivendicazioni, sembra arrivato a un punto di rottura interna.

Una Diada in tono minore – La comunità catalana trova il suo massimo momento di espressione in questa giornata, anniversario dell’11 settembre 1714. In quell’anno, nell’ambito della Guerra di successione spagnola, la città di Barcellona cadde sotto l’assedio delle truppe borboniche. La Catalogna, che già prima della guerra faceva parte del Regno di Spagna, vide ristretta la sua autonomia e limitate le sue prerogative, rispetto a quanto accadeva sotto la corona degli Asburgo. Per questa ragione, la Diada celebra la difesa delle libertà dei catalani, che al di là di ogni implicazione politica sono molto legati al riconoscimento della propria identità.

Nonostante sia stata concepita a fine ‘800 come una festa universale e inclusiva, la Diada si è spesso rivestita di significati politici, soprattutto durante le dittature di Primo de Rivera e Francisco Franco. In tempi più recenti, dal 2012 in poi ha visto emergere con sempre maggiore vigore le istanze dell’indipendentismo catalano. Da quell’anno infatti, accanto alle senyeras, le bandiere a righe gialle e rosse, simbolo ufficiale della comunità, hanno sventolato sempre più comuni le estreladas con la stella bianca su sfondo blu, vessilli ipotetici di un nuovo Stato indipendente.

Come confermato dalla Generalitat de Catalunya, oggi nessun evento ufficiale è previsto per commemorare la ricorrenza, fatta salva la consueta offerta floreale al monumento di Rafael Casanova, il comandante della Barcellona assediata del 1714. Meno tonica e partecipata sarà anche la tradizionale convocatoria di Assemblea Nacional Catalana (Anc), la più grande entità civile dell’indipendentismo, che ha promosso le immense adunate degli scorsi anni. Questa volta, però, niente catene umane né piazze traboccanti di bandiere, ma 107 punti di ritrovo in tutta la regione, con scrupolose raccomandazioni sanitarie ai partecipanti e l’invito a tutta la cittadinanza a uscire sui balconi alle 17.14.

Elezioni in vista – Nel calendario della Catalogna l’autunno è la stagione più rovente: la Diada è una prova di forza dell’indipendentismo, che chiama a raccolta la piazza a sostegno delle sue battaglie politiche. Dopo lo scontro frontale del 2017, con un referendum illegale celebrato sotto le manganellate della polizia e una dichiarazione di indipendenza svanita nel nulla, l’ampio fronte che vorrebbe la secessione dalla Spagna continua a perseguire i suoi obiettivi. Ma oggi sembra più diviso che mai, come ammette a Linkiesta Antoni Comín, eurodeputato al Parlamento Europeo ed ex membro del governo di Carles Puigdemont, con cui all’epoca lasciò la Spagna prima di essere arrestato. «É chiaro che c’è un conflitto interno. E a questo punto, meglio che sia evidente piuttosto che sotterraneo».

I due principali partiti separatisti, Esquerra Republicana de Catalunya e Junts per Catalunya sono da tempo in disaccordo sulla strategia da adottare: più attendisti e inclini al dialogo con il governo spagnolo i primi, più duri nei toni e nelle mosse i secondi. Comín, eletto in Catalogna con Esquerra e poi in Europa con Junts, tiene il polso di entrambi gli schieramenti: «La questione di fondo riguarda la priorità strategica. Per noi il dialogo va bene solo se ci sono delle condizioni preliminari: che la Spagna metta fine alla repressione e che ci sia un mediatore fra le parti».

Come spesso accade in Catalogna, inoltre, il piano giudiziario e quello politico sono pericolosamente intrecciati. Mentre governo nazionale e Generalitat provano a parlarsi, quest’ultima potrebbe trovarsi decapitata. L’attuale presidente Quim Torra, erede e compagno di partito di Puigdemont, potrebbe essere inabilitato e di conseguenza perdere la carica il prossimo 17 settembre, se dovesse perdere il ricorso contro una sentenza che lo condannò a fine 2019 per disobbedienza all’autorità elettorale nazionale. L’inabilitazione spalancherebbe le porte a nuove elezioni regionali la prossima primavera: «Per investire un nuovo presidente dopo l’inabilitazione, bisogna trovare in parlamento l’accordo su un nome condiviso. Vedo questa ipotesi molto difficile, credo che ERC voglia andare alle urne per calcolo politico».

Ma Torra potrebbe anche anticipare la mossa del Tribunal Supremo e mettere fine da sé a una legislatura ormai logora: una scelta sbagliata secondo Comín, per cui «l’Europa deve vedere come per la seconda volta consecutiva sono i giudici spagnoli a sciogliere il governo catalano». L’appuntamento elettorale che pare profilarsi all’orizzonte vedrebbe le due compagini indipendentiste fronteggiarsi senza esclusione di colpi per la leadership. Non è casuale che Carles Puigdemont abbia dato solo di recente alle stampe un libro in cui critica aspramente il comportamento degli alleati di governo, compreso quello personale del suo vice Oriol Junqueras, nell’avventura secessionista.

Quale che sia il vincitore di questa sfida, il rischio è di indebolire l’intero movimento, che continua a contare su una buona partecipazione della società civile e a cullare il sogno del 50%+1 di voti a partiti indipendentisti, risultato mai raggiunto in nessun appuntamento elettorale, ma sfiorato alle Europee del 2019.

Sullo sfondo resta il confronto-scontro con il governo di Pedro Sánchez, sulla questione catalana più morbido nei toni rispetto al suo predecessore Mariano Rajoy, ma ugualmente intransigente nella sostanza. «Il governo di sinistra nei nostri confronti ha un’attitudine diversa dal precedente, ma temo sia solo un cambiamento cosmetico», spiega l’eurodeputato catalano. Per lui gli obiettivi restano sempre gli stessi, a breve e a lungo termine: libertà per i politici in carcere dal 2017 e la garanzia di un referendum, valido, sull’indipendenza della Catalogna.

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