Dopo Charlie HebdoLa sfida dell’islamismo radicale apre un dibattito in Francia, mentre in Italia facciamo finta di niente

Dal 2015 a oggi sono stati uccisi 263 francesi, più del doppio delle vittime del terrorismo rosso in Italia, mentre le forse di sicurezza hanno impedito altri 32 stragi. Il ministro dell’Interno di Parigi ha detto che «siamo in guerra contro il terrorismo islamista”, ma non è soltanto una questione di sicurezza, è anche una questione culturale. E riguarda anche noi

«Siamo in guerra contro il terrorismo islamista!» A tutta pagina, domenica mattina, il Figaro.fr ha scelto di non aprire sull’incubo Covid, ma di riportare col massimo rilievo il proclama del ministro dell’Interno Gérald Darmanin, lanciato non a caso davanti alla sinagoga di Boulogne Billancourt in occasione della festività ebraica dello Yom Kippur. Una esplicita, voluta, scelta di campo al fianco degli ebrei, contro l’intolleranza islamista. 

Questo è il clima che si respira in Francia dopo l’ennesimo attentato di venerdì scorso ad opera di un pakistano contro Charlie Hebdo: massima allerta, massimo contrasto e massima mobilitazione delle coscienze contro un jihadismo che è talmente radicato nel paese che negli ultimi tre mesi le forze di sicurezza hanno impedito ben 32 attentati, come ha ricordato lo stesso Dermanin. Questo, in un paese che dal 2015 a oggi ha contato 263 vittime del terrorismo jihadista, più del doppio delle vittime del terrorismo di sinistra in Italia dal 1970 al 2016.

Una guerra al terrorismo islamista i cui termini e la cui portata purtroppo sfuggono completamente ai media e quindi all’opinione pubblica italiana (per non parlare del governo e del Pd). Un impegno che in Francia non è affatto corale e senza incrinature come ai tempi del “je suis Charlie”, ma che lacera le coscienze e i comportamenti. In gioco c’è la partita della libertà di pensiero e di opinione, ferocemente conculcata da un islamismo radicale diffuso nella comunità musulmana di Francia, così come da una estrema sinistra alla Jean-Luc Mélenchon, che condanna Charlie Hebdo nel nome della islamofobia, con una profonda penetrazione in settori impensabili.

Si pensi solo che la redazione della Agence France Presse ha rifiutato pochi giorni fa di firmare il manifesto di 200 intellettuali di solidarietà con Charlie Hebdo, per paura di ritorsioni. Un clima pesante, che vede ben 86 agenti di polizia impegnati nella protezione della redazione di Charlie Hebdo, i cui giornalisti sono costretti ancora oggi a vivere e lavorare praticamente in clandestinità. Un clima intollerabile, che costringe la giornalista di origine araba Zineb el Rhazoui (superstite della strage di Charlie Hebdo) a vivere sotto scorta e a cambiare continuamente domicilio perché è oggetto di centinaia di minacce di morte via web solo per aver sostenuto che «l’Islam deve sottomettersi alle leggi della Repubblica» e per avere condannato il «fascismo islamico» degli jihadisti.

Il centro del conflitto è chiaro in Francia e divide il paese: l’Islam è i musulmani hanno diritto di imporre le loro credenze, i loro tabù, la loro visione shariatica in un paese occidentale e laico? Oppure devono sottomettersi alle libertà piene di una democrazia occidentale, incluso quel «diritto alla blasfemia» rivendicato con orgoglio da Emmanuel Macron?

Tema cruciale per tutta l’Europa, perché l’Islam oggi, anche quello non jihadista, pretende di imporsi e legiferare anche sui non musulmani. Una pretesa di egemonia che si insinua in una società europea sempre più priva di identità, pronta a negoziare i principi fondamentali di libertà nel nome di un opaco e opportunista multiculturalismo.

Per comprendere la sfida nuova che il jihadismo porta oggi in Europa bisogna prendere atto del fatto che in realtà questo non è terrorismo, in senso storico. Tutti gli attentati organizzati in Francia altro non sono che applicazioni delle pene previste dalla sharia o dalla tradizione islamica fondamentalista per gli infedeli: la pena di morte per la blasfemia nel caso di Charlie Hebdo, l’uccisione messianica degli ebrei «trasformati da Allah in porci e scimmie» dall’attentato di Merah a Tolosa, sino all’Hiperkasher, la proibizione di ascoltare la musica «diabolica» al Bataclan, la promiscuità peccaminosa e adulterina negli assalti ai bistrot sui boulevard. D’altronde le stesse Twin Towers, monumento, idolo dell’Organizzazione mondiale del commercio, erano state una replica della precedente distruzione dei Buddha di Bamiyan. L’ossessione dell’idolatria da punire con la morte è l’apice del jihadismo, anche nei confronti dei cristiani in quanto adoratori di immagini e degli sciiti.

Questo è un tema fondamentale anche in Italia, per ora risparmiata dal terrorismo jihadista solo grazie alla capacità delle nostre forze di sicurezza che hanno sventato una decina di attentati. Anche in Italia, oltre a numerosi nuclei jihadisti, matura e si radica un Islam radicale che ritiene di avere diritto di imporre le regole oscurantiste e liberticide della sharia su quelle della Costituzione. Basta leggere il commento al Corano dell’Ucoii, organizzazione blandita e coccolata dalla sinistra e dal ministero della Giustizia, per trovarvi la piena giustificazione del jihad, la teorizzazione e la prassi della sottomissione della donna all’uomo, il più orrendo antisemitismo, la volontà a sovrapporre alle nostre leggi le norme shariatiche.

Ma di questo il dibattito pubblico in Italia non parla, nell’illusione che il jihadismo sia solo un male che affligge la Francia e gli altri paesi europei.

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