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Appunti per la ripartenzaIl lavoro non si crea né si conserva per legge

Il mercato è stato “ibernato” con la cassa integrazione allargata e il blocco dei licenziamenti, e il costo della crisi si è scaricato su giovani e precari. Ma non basteranno gli sgravi fiscali a far ripartire il motore

(Pixabay)

I dati non mentono. E dicono chiaramente che il mantra ripetuto a marzo dal governo del «nessuno perderà il lavoro per il coronavirus» non si è avverato. O meglio, si è avverato solo per alcuni: i lavoratori più tutelati e più anziani. Lasciando in balia della pandemia le due fette più deboli del mercato: quelli con contratti a termine e gli autonomi. Rispetto allo scorso anno, mancano all’appello 1 milione 112mila contratti a tempo, in somministrazione e a chiamata (soprattutto di breve e brevissima durata). E in questo calderone, sono finiti gli Old Millennial tra i 30 e i 35 anni, ma anche la Generazione X.

Il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione allargata hanno salvato i genitori, ma non i figli. Con gli organici bloccati e i ricavi in discesa ripida, le aziende hanno risparmiato sui contratti in scadenza e congelato le assunzioni.

E mentre il fatturato del Paese crollava come non era mai successo nella storia repubblicana, il numero di lavoratori di 50 anni e oltre in Italia è persino salito. Nel frattempo, tra marzo e maggio le richieste del sussidio di disoccupazione Naspi sono aumentate del 40% rispetto allo stesso periodo del 2019.

E i lavoratori autonomi, in calo già prima del lockdown, continuano a scendere. L’Osservatorio del Mef nel secondo trimestre segnala un calo del 30,7% nella apertura di partite Iva rispetto allo scorso anno.

Fin qui, quello che è già successo. Ma il peggio deve ancora arrivare. La proroga della cassa integrazione e lo stop ai licenziamenti non possono durare per sempre. Da marzo in poi abbiamo “ibernato” il mercato del lavoro, ma prima o poi bisognerà scongelarlo.

Durante questo letargo, è stato tutto stravolto. Ora, bisogna decidere se riportare tutto come prima o se prendere atto del cambiamento e agire di conseguenza.

Confindustria contesta governo e sindacati. Governo e sindacati contestano Confindustria. Ma questo braccio di ferro, che si allarga ai faticosi rinnovi contrattuali, rischia di lasciare nell’ombra la voragine dei contratti precari e una grossa fetta di giovani lavoratori.

I problemi dei contratti a termine non nascono certo col Covid-19. Il decreto dignità grillino, che mirava a proteggere i precari, ha finito invece per non aiutarli. Sì e no, uno su quattro ha ottenuto un contratto a tempo indeterminato. Tutti gli altri sono stati estromessi dal mercato.

E per giunta senza alcun paracadute. Perché, nel frattempo, le politiche attive del lavoro sono diventate terra dei navigator. Concentrati a trovare un lavoro ai percettori del reddito di cittadinanza, senza poi riuscirci, ci si è dimenticati di tutto il resto. E i centri per l’impiego, in attesa della rivoluzione digitale promessa dal presidente dell’Anpal Mimmo Parisi, sono ancora lì ad aspettare.

«Il pacchetto di misure preso al picco della crisi deve evolvere trovando il giusto equilibrio tra un rinnovato sostegno a chi è in difficoltà, l’accompagnamento delle inevitabili ristrutturazioni dove necessario e la creazione di nuovi posti di lavoro», ha raccomandato l’Ocse nell’Employment Outlook 2020.

La ripartenza del mercato del lavoro deve cominciare da qui. Non proteggendo i lavori di alcuni e dimenticando quelli di altri, ma creando nuovo lavoro. Gli sgravi fiscali per le assunzioni da soli non bastano. L’occupazione, come dimostra il decreto dignità, non si crea né si conserva per legge.

Digitalizzazione, green, resilienza non siano solo parole usate nei ministeri per infiocchettare improbabili progetti da spedire a Bruxelles. Altrimenti, appena il virus ci avrà dato tregua, in tanti faranno le valigie. Quelle dei figli, si intende.

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