Considerazioni sul futuroL’Italia al bivio tra lo sviluppo difficile e la povertà facile

L’accelerazione tecnologica generata dal Covid cancellerà molti posti di lavoro. Cresceranno soprattutto i lavori creativi. E il nostro Paese, che non ha né le big tech americane né le grandi industrie tedesche, per sopravvivere dovrà puntare a essere il posto numero uno al mondo dove i nuovi ricchi possono spendere i loro soldi

(Photo by MIGUEL MEDINA / AFP)

Il mondo del lavoro e delle imprese è soggetto a fortissime trasformazioni portate da digitalizzazione tecnologia che la crisi Covid ha accentuato e accelerato. Cosa ci aspetta?

Esistono una serie di lavori che non saranno mai o poco affetti dalla digitalizzazione. L’esempio estremo è l’assistenza agli anziani, ma anche la ristorazione e in generale i servizi per la persona. Ogni volta che c’è una prestazione per la persona fisica di assistenza, somministrazione o analoga il lavoro non può che essere a contatto fisico. La demografia e lo sviluppo di megatrend soprattutto femminili (nuove generazioni non cucinano o cucinano poco e delegano attività domestiche al massimo possibile) fa sì che questi lavori siano in significativo aumento

Esistono poi lavori legati ai mezzi produttivi, cioè le macchine. Anche questi non sono trasferibili perché le macchine non si spostano. Qui la digitalizzazione segue l’innovazione tecnologica delle macchine e quindi ha impatto relativamente modesto. L’innovazione riguarda più la capacità di produrre lotti piccoli, la flessibilità della produzione e altri trend generalmente legati alla proliferazione di offerte custom di prodotti. In ogni settore industriale o di servizio il numero di prodotti offerti, le varianti, la possibilità di personalizzare sono esplose anche a scapito di un aumento vertiginoso dei costi per realizzare le diverse versioni. Questo richiede innovazione e tra l’altro l’Italia su questo tema di flessibilità è leader anche nei confronti della Germania. Di certo si compensa almeno parzialmente il gap con la Germania sulla produttività del lavoro di serie.

Da notare che i magazzini logistici (ad esempio Amazon) sono nei fatti fabbriche non spostabili e quindi riguardano questo tipo di lavoro. In tal caso, innovazione significa automazione e ci sono spazi enormi di innovazione che invece in settori più maturi (come l’automotive) sono più ridotti perché il costo di robot ancora più performanti degli esistenti eccede il possibile risparmio di manodopera. Nel settore logistico, ci saranno invece notevoli innovazioni e investimenti massicci per risparmiare sul lavoro manuale.

La categoria in crisi assoluta è invece il lavoro impiegatizio, di processo. Qui distinguo tre sottocategorie.

La prima è la vendita, sia essa retail che business to business. Questa tipologia di lavoro è stravolta dal digitale. In parte per la crescita di vendite online che di fatto liberano tempo al cliente (non vado più a fare la spesa ma la ordino e mi arriva a casa) contro il tempo del magazziniere Amazon (la fa lui per me) a un costo che viene pagato dal cliente stesso. Presumibilmente, l’ intrinseco costo della vendita online (magazziniere pagato contro il tempo del cliente non pagato) alla fine porrà un limite superiore all’online, come peraltro già sperimentato nella categoria regina dei libri (il plafond del 40-50% online negli Usa è stabile da anni).

L’altro elemento sostanziale di trasformazione è la possibilità di vendere b2b in digitale. Qui le idee sono ancora confuse. Funziona o no? L‘ipotesi è che, dopo l’ubriacatura Covid, si tornerà almeno in parte al passato. Di certo, rappresentanti e venditori vari si ridurranno in numero e dovranno evolversi in consulenti di vendita più che raccoglitori di ordini. Il processo è in corso e comporta probabilmente qualche riduzione di numero e, per contro, l’aumento di qualità dei venditori.

La seconda sottocategoria è quella dei processi di fullfillment, cioè la traduzione dell’ordine di vendita in attività produttiva. Qui la digitalizzazione sarà massiva, veloce e distruttiva. Resteranno pochi posti di lavoro e saranno sostituiti da processi per lo più automatizzati. Sono oggi tanti posti di lavoro (10-15% del totale) di persone relativamente ben pagate. Il dramma è che una buona automazione di processo offre risparmi di efficienza, riduzione dell’errore, e rende il lavoro inutile. L’esperienza Covid è un drammatico acceleratore perché si è dimostrato che si lavora efficacemente con molte meno persone. L’impatto è su impiegati con costo aziendale di 40-50mila euro circa, stipendio netto 1.500-2.000 euro, molto difficili da ricollocare o da riqualificare e pone un tema socialmente delicatissimo. Una middle class impiegatizia che perde certezza a fronte di nessun vincitore nella scala sociale. Chi vince con la digitalizzazione ? Software gestionali, consulenti di informatica che ridisegnano processi e in generale aziende tecnologiche che sostituiscono questo lavoro. Aziende che sono in gran parte americane o tedesche, mentre l’Italia è solo una mera filiale di vendita di queste realtà, con il conseguente depauperamento del valore aggiunto e notevole trasferimento di risorse finanziarie fuori dal Paese.

La terza sottocategoria è quella dei processi di compliance. Quindi amministrazione, personale, ecc. Anche qui valgono, anche se più attenuate, le considerazioni sui processi di fullfillment. Più attenuate perché l’automazione è già cominciata tempo fa e quindi le riduzioni di personale sono meno importanti, anche perché in questo caso il valore del controllo umano è più valorizzato (quello della gestione del personale è un esempio, ma anche controllo, gestione e amministrazione). In ogni caso anche qui ci sarà un trend evidente di riduzione posti di lavoro.

L’orizzonte economico
È interessante notare come l’utilizzo di tecnologia digitale che sta alla base di queste violente trasformazioni, e quindi il grande spostamento di risorse, ricchezza (intesa come trasferimento di ricchezza dal mondo intero verso il capitale Usa) e base imponibile, avviene non tanto per l’acquisto o vendita di beni tangibili ma per il trattamento intangibile e non fisico di informazioni e dati che rendono fruibili i beni tangibili.

Google, Amazon, Microsoft, Apple, Facebook  oggi valgono oltre 7 trilioni di dollari in Borsa e quindi hanno da sole coperto l’enorme deficit di partite correnti del consumatore americano che si è finanziato con il trasferimento in conto capitale del Nasdaq. La totalità delle aziende europee quotate che producono una fetta significativa di tutti i beni e servizi che compriamo e impiegano probabilmente oltre 100 milioni di persone, valgono in Borsa circa 9 trilioni. Parliamo di poco di più di cinque aziende che danno lavoro a meno di 1 milione di addetti. È un fenomeno assolutamente strabiliante e probabilmente insostenibile nel tempo. Tutte queste cinque aziende iper valutate non producono alcunché.

La nostra vita di tutti i gironi, i nostri bisogni primari cibo, vestiti, automobili, case, arredi, elettrodomestici, e anche secondari come gioielli, accessori, fiori da regalare o quant’altro non sono prodotti in Usa. Anzi vengono importati massicciamente negli Usa, e non hanno generato sostanziali guadagni per gli azionisti in conto capitale negli ultimi 20 anni, né hanno generato posti di lavoro di “qualità” in grado di migliorare il tenore di vita in modo tangibile dell’Europa.

Questi bisogni primari sono soddisfatti essenzialmente da aziende europee che hanno spostato una buona parte della supply chain in Asia proprio perché l’ampia e potentissima disponibilità dei dati generata dai colossi tech Usa ha reso la concorrenza estremamente sofisticata e ha reso necessaria una competitività di costo sconosciuta fino a 20 anni fa.

Il paradosso è che l’high tech americano ha devastato sotto due aspetti la struttura sociale europea e indirettamente la middle class americana.
In primo luogo ha reso inutili una serie di lavori, che vanno dal retail (i negozi di vicinato e domani anche i grandi mall spiazzati da Amazon) alla pubblicità ai media distrutti da Google, al lavoro impiegatizio reso inefficiente da Microsoft, Cisco e Apple, a una serie di servizi resi inefficienti da Facebook, Google e Amazon stesso (si pensi alle poste, ma in futuro anche ai servizi finanziari). Così facendo, la tecnologia ha generato povertà in una vasta classe di lavori e persone che devono rapidamente riconvertirsi per trovare utilità in un processo produttivo efficiente.

In secondo luogo ha trasferito ricchezza finanziaria in modo smodato dall’Europa agli Stati Uniti, e in minore misura ai Paesi in via di sviluppo (prima di tutto Cina) per lo spostamento della supply chain, solo in parte controbilanciato dagli acquisti di beni fisici dai Paesi in via di sviluppo stesso .

Un punto di svolta
Si può forse argomentare (o forse augurarsi…) che questo processo violentissimo sia arrivato a un punto di svolta per vari motivi.

L’erosione di base imponibile dei Paesi occidentali è troppo violenta. L’azzeramento di lavori e delle relative tasse da parte di colossi che riescono de facto a non pagare alcun tipo di tassa in Europa sta diventando insostenibile. Un negozio e i suoi dipendenti sono sostituiti da software di ricerca e magazzino automatizzato che trasferisce profitti in Irlanda o in altri paradisi fiscali distruggendo base imponibile in Italia. Questo rende l’imposizione fiscale sul fisico e sul lavoro molto più elevata, fino a livelli di quasi insostenibilità, e brucia la capacità di reddito della classe media, generando spinte populiste o nazionaliste che diventeranno esplosive.

La concentrazione di ricchezza nelle mani degli azionisti hi tech americani è anch’essa probabilmente insostenibile nel tempo, così come la pressione antitrust che realisticamente tra breve impedirà in modo pressoché totale a queste società di comprare qualsiasi concorrente attuale o potenziale utilizzando le proprie azioni iper valutate, pagando quindi un prezzo minimo per stroncare possibili concorrenti.

Inoltre, non conviene mai tagliare il ramo su cui si è seduti. I giganti tech americani probabilmente si stanno rendendo conto che senza beni fisici la loro stessa sopravvivenza, o meglio il loro continuo sviluppo, è in gioco. Quindi lentamente verranno fatte “concessioni” ai produttori di beni fisici per “tenerli in vita”, ben consci che tali concessioni sarebbero facilmente reversibili. Una delle prove è la svolta di “comunità” di Facebook, o l’acquisto di distribuzione offline di Amazon, ma anche la grande attenzione a non esagerare nell’azione di distruzione della concorrenza da parte di questi colossi. Per contro, la pressione all’aumento degli utili trimestrali funge da violenta spinta in senso opposto. Vedremo il bilanciamento dove cade.

Per quanto la psicologia umana sia stata pressoché schiavizzata nella dipendenza totale da informazioni in tempo reale su ogni aspetto della vita, esiste poi un accenno di razionalità nella consapevolezza che il dato o l’informazione non si consuma e non dà felicità in sé. Siamo stati tutti travolti da questa ubriacatura apparentemente gratuita del dato e dell’informazione, ma lentamente stiamo riscoprendo che sapere tutto immediatamente forse non vale il costo intrinseco che si porta dietro questo privilegio. In più l’aumento della capacità di informazione e della sua velocità come sempre ha un’utilità marginale decrescente e un costo crescente. E anche l’utilità del dato nei processi produttivi, per quanto ancora molto da sfruttare non è infinita. Ridurre il costo di una passata di pomodoro o di una pizza con tutti i dati del mondo ha un limite fisico il cui asintoto non è lontanissimo.

In senso opposto, la devastazione spinta dalla concorrenza generata da internet in tutti i settori renderà progressivamente l’offerta minore e rigida, oltre che difficilmente replicabile. Non è lontano il giorno in cui a forza di espellere dal processo produttivo i concorrenti meno efficienti in ogni settore,chi resta per capacità o ostinazione sarà in grado di creare barriere all’entrata proprio per la difficilissima replicabilità del processo efficiente e quindi potrà estrarre plusvalore crescente.

Negli ultimi vent’anni sono sparite un numero di imprese tradizionali molto maggiore di quante ne siano nate, ma non è per nulla diminuita la domanda di beni tradizionali. Lentamente e progressivamente la riduzione dell’offerta e la rarefazione della concorrenza provocherà incremento dei saggi di profitto dopo che per due o tre decenni sono stati quasi azzerati dalla rivoluzione Internet.

Infine, non ultimo, il consumatore non vive di dati e informazioni. I beni primari, per quanto necessitino di una base dati e di informazioni sempre più sofisticati, utilizzano una parte di lavoro che “creativo” che i big data difficilmente potrà sostituire. Un buon pasto, un bel vestito o accessorio, un’automobile con una linea accattivante, un gioiello o un oggetto di arredamento necessitano di creatività ed è lontano il giorno in cui l’intelligenza artificiale sarà in grado di battere l’uomo su questi processi. Forse, come dice Noah Harari, nel 2050 accadrà, ma prima di tutto è lontano. E ci sono seri dubbi sul fatto che succeda davvero, proprio per la complessità di sostituire la creatività umana in tutte le sue sofisticazioni. Le previsioni sull’uso di auto a guida autonoma sono un esempio in tal senso. Nel 2012-2015, quando si è iniziato a parlarne seriamente, la data prevista era il 2025, data oggi del tutto irrealistica. E forse anche il 2030 è troppo presto per vedere un auto completamente a guida autonoma per girare in città.

Ciò che invece accadrà di certo è una forte spinta all’automazione di professioni che necessitano di dati, in primis la salute che vedrà una progressiva sostituzione dei medici con algoritmi, ma parallelamente una necessità di personale paramedico per offrire le cure che gli algoritmi decidono a una quota di popolazione sempre maggiore.

Nel pubblico impiego, e in generale nelle utilities o nelle aziende para pubbliche, la possibilità di digitalizzazione è pressoché totale, ma sarà lentissima perché nessuno se la sente di licenziare dipendenti pubblici che hanno in ogni Paese un potere di lobby quasi infinito. Eppure non serve alcuna componente lavoro per una discreta parte delle attività pubbliche (esclusa per fortuna scuola, sanità e difesa del territorio, ma anche i musei, che sono alla fine servizio alla persona). Anagrafe, controlli pubblici, burocrazie di vario tipo sono tutti processi automatizzabili e gli Stati che prima lo faranno avranno vantaggi competitivi notevoli.

La Svizzera è molto avanti in tal senso e per riferimento ha una spesa pubblica in rapporto al Pil del 10% inferiore rispetto all’Italia, che si traduce in un cospicuo vantaggio fiscale per persone e aziende. Inutile aggiungere che il livello dei servizi pubblici in Svizzera è enormemente superiore alla media italiana. Si potrebbe impostare una transizione “dolce” tenendo conto di anzianità e vincoli territoriali (difficile trasferire una persona di 62 anni dalla Campania alla Lombardia). Ma non farlo significa gettare risorse dalla finestra, anche se pare di osservare che la capacità e la volontà di gestire una transizione facilissima da capire e da impostare in ambito privatistico sia prossima allo zero. Se poi il sindacato di fatto impone il mantenimento dei livelli occupazionali, nonostante una tecnologia esplosiva per livello di cambiamento, siamo di fronte all’ennesimo atto autolesionistico su scala globale. Peraltro digitalizzare servizi al cittadino che non richiedono presenza è un salto quantico di performance sia di tempo sia di certezza, e sarebbe molto ben visto dalla popolazione in senso lato.

Infine, ci sono gli unici lavori che cresceranno in ambito digitalizzato, e cioè i lavori creativi. Tutta la fase di ricerca e sviluppo prodotto, anche una certa parte del marketing sono destinati a crescere per numero, importanza e valore. Purtroppo non sono moltissimi, ma serve un piano di sviluppo competenze in tal senso. Inutile formare impiegati esperti di contabilità. Utile formare persone che sanno utilizzare e analizzare big data, o sviluppare merchandising plan, o fare marketing evoluto. Queste risorse utilizzeranno in modo massiccio i dati, ma aggiungono valore in modo altrettanto massivo con l’interpretazione e la personalizzazione del dato.

Su questo sforzo le nostre università sono lontanissime perché la competenza è diffusa in azienda. Un’iniziativa utilissima sarebbe una forma di stage molto “libero”, anche pochissimo retribuito (1.000 euro mese?) e senza contributi sociali, che di fatto è una formazione e in una buona parte dei casi si potrebbe poi trasformare in assunzione. Mille euro al mese sono pochi, ma meglio di zero o del reddito di cittadinanza. E soprattutto la formazione ha un valore elevatissimo e sostituisce università pletoriche e lontane dall’evoluzione rapidissima del mondo lavoro.

Le azioni necessarie
In generale, la somma di questi fenomeni vorrà dire meno posti di lavoro. La chiave di volta, allora, è creare nuovi posti di lavoro difendibili da concorrenza internazionale e ad alta produttività. Su questo, i lavori creativi sono purtroppo solo una parte. Per il resto, noi dovremo necessariamente sviluppare attività turistico-ricreative orientate all’export. Ogni resort, albergo o ristorante che attira stranieri è una manna dal cielo. Attivo commerciale, lavoro, e vantaggio competitivo dell’ Italia (risorse artistiche, naturali, cibo, gusto italiano) non sono attaccabili da nessuno.

In questo settore, bisognerebbe lavorare anche a fondo perduto con contributi statali (diverso dagli inutili e inutilizzati bonus vacanza o dai monopattini), con quello che Mario Draghi definisce in modo sintetico “buon debito”, che creino questa offerta di alta qualità. Teniamo conto che un rispettabilissimo autostoppista che va in Puglia spende 30 euro al giorno ma lascia rifiuti e degrado del territorio esattamente equivalente a un ricco signore tedesco che ne spende 500 al giorno. Ma mi pare evidente chi vogliamo avere prioritariamente da noi proveniente dall’estero, senza per questo essere accusato di sindrome “Briatore”.

Teniamo anche conto che i pochissimi italiani che possono spendere 500 euro al giorno tipicamente, a parte per il 2020, vanno all’estero. Se 500 milioni di cinesi (il 35% del totale) spendessero 2.000 euro a testa in una settimana in Italia nei prossimi vent’anni, sono 50 miliardi all’anno di cassa, partite correnti, il 3 % del Pil e probabilmente 600 o 700mila posti di lavoro diretti o indiretti. Non è infattibile perché poi ci sono altri 2 miliardi di asiatici oggi meno ricchi dei cinesi, ma in rapido sviluppo, e i numeri possono raddoppiare. Oltre a riprendere quote di mercato perse con arabi, russi, americani e tutti i nuovi ricchi del mondo.

Non abbiamo purtroppo le aziende high tech degli Usa, né la posizione industriale dei cinesi, né il vantaggio competitivo consolidato in alcune industrie tedesche (auto, chimica, farmaceutica) o francesi (aerospazio), ma siamo il posto numero uno dove i nuovi ricchi del mondo possono spendere i loro soldi. Approfittiamone: anche perché la nostra storia, cucina, tradizione, arte del bello non sarà mai replicabile a differenza di una linea di montaggio di un’automobile e quindi il vantaggio competitivo resterà nel tempo.

Il dramma Covid sul turismo è stato epocale, ma la propensione a viaggiare, vedere e fare esperienze dei Millennial resterà intatta, così come il miliardo di cinesi che vorranno vedere Londra, Parigi, Roma, Venezia e Firenze. Bisogna richiamarli, fare venire da noi prima che a Londra e convincerli che l’Italia è la destinazione top.

Visto il grosso calo demografico in arrivo, non avremo forse un enorme problema di occupazione o meglio di tasso di disoccupazione, perché ogni anno da qui a 30 anni futuri avremo più persone che escono dal mondo del lavoro di quante ne entrino. Il problema, invece, sta nella produttività di quelli (pochi, demograficamente purtroppo) che lavoreranno, perché il prodotto aritmetico tra numero di persone che lavorano e produttività definisce la possibilità di riscuotere tasse e perciò mantenere welfare, scuola, e sanità inalterate come le conosciamo.

Lavoreranno tutti, ma dovranno (i nostri figli) lavorare bene per mantenere il nostro attuale livello sociale. Per anni non abbiamo fatto nulla o quasi per favorire la transizione, a parte gli sforzi encomiabili di un gran numero di aziende piccole, medie e grandi che hanno trovato la salvezza nell’export nonostante tasse elevate, burocrazia, giustizia inefficiente e scuole “antiche”. La crisi Covid impone allo Stato e al legislatore una immediata azione di sviluppo per evitare pesanti guai che il futuro, la demografia, e la tecnologia hanno già reso manifesti per importanza, per il potenziale impatto sociale e per le drammatiche conseguenze anche sul piano politico.

Populisti e sovranisti vengono votati perché propongono soluzioni fasulle, ma i problemi che apparentemente risolvono (e in realtà invece aggravano) non sono fasulli per nulla. Bisogna affrontare i problemi veri, attività difficilissima che richiede visione da vero statista, competenza elevatissima, consenso sociale e molto molto tempo.

Sviluppo difficile o povertà facile. Tertium non datur.

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