Il merito dello zero virgolaIngroia ha ragione: Campobello può essere un modello nazionale. Anzi, lo è già

O per meglio dire un modellino, cioè una perfetta riproduzione in scala di un meccanismo che ben conosciamo. E che solo per una serie di sfortunate coincidenze vede oggi l’ex pm in corsa per la poltrona di primo cittadino di uno sperduto comune del trapanese invece che di primo ministro, o lanciato direttamente verso il Quirinale

FILIPPO MONTEFORTE / AFP

Questa volta Antonio Ingroia ha ragione da vendere: «Campobello può essere un modello nazionale». Il valore politico delle elezioni a Campobello di Mazara, infatti, è reso evidente e certificato al di là di ogni ragionevole dubbio dalla stessa candidatura di Ingroia, che fa di questo piccolo comune del trapanese da meno di dodicimila abitanti un vero e proprio laboratorio.

E sarebbe davvero inammissibile se giornali e televisioni decidessero di censurare, nascondere o sminuire sotto una coltre di facili ironie una tale notizia.

Atteggiamento che sarebbe tanto più incomprensibile da parte dei moltissimi che in questi anni hanno dedicato appelli accorati, pensosi editoriali, paginate d’intervista, intere prime serate televisive alle imprese dell’ex procuratore di Palermo, cresciuto professionalmente al fianco di Gian Carlo Caselli, protagonista dell’indimenticabile inchiesta sulla cosiddetta «trattativa Stato-mafia», quindi temporaneamente collocato fuori ruolo dal Csm per poter svolgere una fondamentale missione Onu sulla lotta al narcotraffico in Guatemala.

Missione peraltro abbandonata appena due mesi dopo per l’improrogabile necessità di candidarsi direttamente alla guida del governo con Rivoluzione civile – movimento da lui fondato in cui confluirono per l’occasione Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi, Italia dei Valori, Movimento arancione di Luigi de Magistris e svariati altri movimenti dell’immancabile «società civile» – raccogliendo il 2,2 per cento dei voti, e conseguentemente nessun eletto, alle elezioni del 2013.

Impresa seguita dalla fondazione del partito Azione civile, che raccoglieva il testimone ideale di Rivoluzione civile, ma faceva presto perdere le tracce. In compenso Ingroia otteneva dall’allora presidente della Sicilia Rosario Crocetta importanti incarichi in alcune società regionali, che gli frutteranno però anche l’accusa di peculato da parte degli ex colleghi della procura di Palermo, e pure il sequestro di beni per oltre 150mila euro (l’equivalente di quanto secondo l’accusa avrebbe intascato illegittimamente, durante la sua attività di amministratore unico e di liquidatore della società «Sicilia e-Servizi»).

Incidenti di percorso che non gli impediscono di fondare un altro partito, la Lista del popolo per la Costituzione, questa volta con Giulietto Chiesa, e ricandidarsi anche alle politiche del 2018. Risultato: 0,02 per cento.

Per evitare equivoci – il lettore potrebbe legittimamente pensare a un refuso – lo scrivo anche in lettere, come le cifre sugli assegni: zero-virgola-zero-due.

Se mi sono dilungato nei dettagli è perché il cuore della questione, l’autentico modello Campobello, è tutto qui. È questo spumeggiante curriculum – cui si potrebbero affiancare quelli, magari meno vari ed eccentrici, ma non meno significativi, di tanti altri magistrati prestati alla politica, e soprattutto alla televisione – a fare della sua candidatura molto più di un modello: lo specchio, il ritratto, la radiografia di un’intera categoria di protagonisti della nostra vita pubblica da almeno trent’anni a questa parte.

Non manca nessuno degli ingredienti fondamentali: l’appello della società civile, alle cui grida d’aiuto l’ex pm, oggi avvocato, non poteva restare indifferente («Non è stata una decisione a caldo, è venuta fuori da un’opera di pressing che mi è stata fatta da cittadini e associazioni di Campobello, che è andata avanti per settimane»); la scelta di candidarsi in nome della legalità, facendo leva esplicitamente sulla notorietà acquisita come pm in quelle stesse zone («Non posso mica cancellare la mia storia o nascondermi, perché ho avuto popolarità. Mi sono occupato di quel territorio prima come magistrato presso la Direzione distrettuale antimafia di Palermo e poi anche come avvocato»); l’inflessibile determinazione nella lotta per il cambiamento («Serviva una candidatura esterna a Campobello di Mazara. Ed eccomi. Sono pronto»).

A pensarci meglio, più che un modello, potremmo dire che la nuova campagna ingroiana è un modellino, una perfetta riproduzione in scala, uno a centomila, di un meccanismo che ben conosciamo. E che solo per una serie di sfortunate coincidenze vede oggi l’ex pm Ingroia in corsa per la poltrona di primo cittadino di Campobello, invece che di primo ministro, o lanciato direttamente verso il Quirinale.

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