Wir schaffen dasIntegrati sì, tedeschi mai: cosa è successo al milione di rifugiati accolti in Germania cinque anni fa

La decisione della Cancelliera Merkel di far entrare nel suo Paese i profughi siriani fu salutata come una svolta storica, coraggiosa e responsabile. A distanza di tempo restano ancora punte di scetticismo, nonostante i numeri dell’inserimento degli stranieri siano positivi. E aumentano i voti per l’estrema destra

THOMAS KIENZLE / AFP

Ci sono momenti, nella storia delle nazioni e dei politici che le guidano, che rimangono come punti di svolta epocali e lasciano un’eredità complessa che esige un confronto continuo.

L’agosto del 2015 rappresenta per la Germania, e per Angela Merkel, uno di questi momenti.

All’apice della crisi dei rifugiati, la Cancelliera prende la decisione storica di aprire le frontiere, diventando subito il simbolo della politica di accoglienza. Certo è consapevole che non sarà facile: ma la Germania «è un Paese forte», e wir schaffen das, «ce la facciamo» – parole diventate leggendarie, tanto da meritarsi una voce su Wikipedia.

Esattamente cinque anni dopo, è d’obbligo tentare un bilancio di quella coraggiosa decisione, chiedersi haben wir das geschafft?, ce l’abbiamo fatta?

Ma la risposta a questa domanda è insieme piuttosto semplice e terribilmente complicata, dipende dal punto di vista – da quale parola decidiamo di prendere a riferimento.

Se guardiamo ai numeri, si può sostenere che sì, la Germania ce l’ha fatta. Come sintetizza Politico, fra il 2015 e il 2016 nel Paese arrivarono un milione e duecentomila tra richiedenti asilo e rifugiati, un flusso straordinario che negli anni successivi si è ovviamente ridotto ma non è cessato: al momento si stima che la cifra si assesti intorno al milione e ottocentomila.

Di questi, secondo i dati dell’Institut für Arbeitsmarkt – und Berufsforschung (l’istituto di ricerca del Ministero del Lavoro) circa 360.000 hanno un lavoro fisso, 55.000 seguono dei corsi di formazione professionale, 10.000 sono invece iscritti all’università. Altri 460.000 sono attualmente in cerca di occupazione.

Nel complesso, si calcola che circa il 35% dei rifugiati arrivati fra il 2015 e il 2016 si sia integrato nel mercato del lavoro tedesco, anche se molti devono ancora ricorrere ad aiuti statali.

Il costo complessivo dell’operazione è stimato intorno agli 87 miliardi di euro, una cifra certamente elevata ma agilmente riassorbita nel bilancio annuale tedesco, in costante aumento da allora.

Se ci si concentra sullo schaffen, sul “farcela”, la risposta è un sì abbastanza tranquillo, per quanto certo molto rimanga da fare.

Questa però è la parte facile.

Il difficile arriva quando ci si concentra su un’altra parola: sul wir, sul “noi”. È lì che la risposta diventa più sfumata ed ambigua, e si scompone in una nuova serie di domande.

Chi ce l’ha fatta? Da chi è composto quel noi, come siamo cambiati –noi – da quel 2015? E soprattutto: cosa è cambiato da allora nel modo in cui comprendiamo la nostra identità, nel modo in cui noi – i tedeschi – costruiamo quel noi?

La frase di Merkel ha rappresentato un messaggio di speranza per milioni di persone nelle zone più sfortunate del globo, ma anche una minaccia per alcuni tedeschi le cui inquietudini e paure sono state sapientemente alimentate dall’ultradestra: movimenti come Pegida e partiti come AfD hanno cavalcato per mesi e mesi lo spauracchio dell’invasione a cui Merkel aveva aperto le porte, e negli anni successivi hanno raccolto successi elettorali soprattutto ad Est – sebbene da quelle parti di rifugiati e richiedenti asilo non è che se ne fossero mai visti granché.

Come notava il politologo Cas Mudde all’indomani delle elezioni politiche del 2017, in quasi tutta l’ex Germania Est il tasso di immigrati nella popolazione si assesta intorno al 5%, eppure lì AfD ed il suo messaggio anti-stranieri hanno fatto il pieno di voti.

Ma è di nuovo il tema dell’identità tedesca ad essere stato chiamato in causa dalla Cancelliera: un tema difficile che in Germania è sempre maneggiato con estrema cautela, per ovvi motivi storici, e che però ritorna sempre nel dibattito politico e culturale.

A maggior ragione nel discorso sull’accoglienza, che prevede percorsi di integrazione: quale significato però si dà a questo concetto? “Integrarsi” nel tessuto economico e sociale del Paese, essere autonomi, o “diventare tedeschi” come cultura, personalità e forma mentis – quasi ne esistesse una?

Se la crisi del 2015 e le sue conseguenze hanno mostrato le falle ancora presenti nelle politiche migratorie europee, come nota sul Guardian Philip Oltermann, hanno anche rivelato quanto ambiguo, confuso e per certi versi anacronistico sia il percorso tedesco verso l’integrazione: un sistema che sembra richiedere la cancellazione della cultura di provenienza, al tempo stesso senza mai consentire il raggiungimento pieno dell’“essere tedesco” al pari di chi invece lo è per nascita.

Eppure in Germania un quarto di tutti gli abitanti ha Migrationshintergrund, cioè un background migratorio, ma paradossalmente persiste una nozione di Migrationshintergrund estremamente ambigua ed usata spesso in modo improprio, alimentando una confusione che è parte del problema.

Una confusione i cui frutti si vedono anche nell’ingresso di un partito di estrema destra come AfD nel Bundestag, addirittura come terza forza, e nel numero di aggressioni a sfondo razziale sempre più in crescita.

In un bell’editoriale apparso sulla Frankfurter Rundschau, Alicia Lindhoff ha ricordato come domande simili fossero già emerse in un’altra circostanza simile a quella del 2015, quando nei primi anni Novanta la Germania accolse migliaia di rifugiati ed immigrati dall’ex Jugoslavia e dall’ex Unione Sovietica.

Anche allora i tedeschi scelsero l’apertura, ma anche allora la linea di demarcazione nella società tedesca fra “noi” e “loro” rimase piuttosto netta: «al “noi” appartenevano Paul, Lisa e Wolfgang, ma non Melek, Bilal e Ljubica».

Anche oggi, trent’anni dopo il crollo del Muro e cinque anni dopo wir schaffen das, la questione rimane aperta.

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