L’egemone riluttanteLa Germania vuole diventare più influente in politica estera (ancora di più)

Giovedì Angela Merkel ed Emmanuel Macron si sono incontrati per discutere delle grandi questioni internazionali del momento: la Bielorussia, il Libano, la situazione nel Mediterraneo orientale e le difficoltà nei rapporti tra Europa e Turchia. Un piccolo segno, forse, che qualcosa a Berlino sta cambiando, scrive Le Monde

Christophe SIMON / POOL / AFP

Negli ultimi vent’anni la Germania è stata descritta allo stesso tempo come prima potenza economica europea, e dunque molto influente da questo punto di vista, e come una nazione riluttante ad assumere una vera e propria leadership geopolitica del continente. Tanto che, quando si parla della coppia franco-tedesca, evocata come unico asse in grado di dare una direzione all’Europa, spesso la Germania viene descritta come il cavallo (il motore, la forza industriale), e la Francia come il cavaliere (la testa, il pensiero militare).

Secondo il Monde, che martedì ha pubblicato un lungo articolo firmato da Thomas Wieder, corrispondente da Berlino, e Piotr Smolar, corrispondente diplomatico, oggi le cose stanno cambiando, e Berlino non può più tirarsi indietro di fronte a quello che accade alle frontiere europee.

Giovedì, in Provenza, al forte di Bregançon, la residenza estiva dei presidenti della Repubblica francese, Merkel e Macron hanno trascorso un pomeriggio di lavoro per discutere di questioni internazionali: Bielorussia, Turchia, Libano. Temi su cui Parigi e Berlino hanno un approccio diverso, laddove i francesi sono aggressivi, anticipano le tendenze e non hanno paura di spendere capitale politico anche solo per mostrare di essere presenti sulla scena internazionale, i tedeschi si mostrano prudenti, attenti a non irritare i partner internazionali, restii ad azioni dimostrative.

Eppure, questa agenda fa intravedere qualcosa di nuovo. Secondo il quotidiano francese «La presidenza del Consiglio dell’Unione europea, che tocca alla Germania dal primo luglio al 31 dicembre 2020, potrebbe essere rivelatrice, nel momento in cui Angela Merkel si appresta a lasciare il potere nel 2021, sedici anni dopo la sua prima elezione».

Il Monde individua vari fattori che potrebbero cambiare l’attitudine tedesca, tradizionalmente molto riluttante. In primo luogo, le relazioni sempre più difficili con gli Stati Uniti, dal secondo dopoguerra grandi protettori della sicurezza della Germania, grazie al dispositivo di circa 36mila soldati in pianta stabile sul suolo tedesco.

La difficoltà nei rapporti tra Berlino e Washington, esasperata dalla decisione di Donald Trump di procedere al ritiro unilaterale di 11.900 militari dalla Germania, non è recente, e comincia proprio con l’elezione del presidente repubblicano. Donald Trump contribuisce anche ad accelerare un dibattito nell’opinione pubblica tedesca, costretta a ragionare su come rispondere se non all’ostilità americana, quantomeno al suo abbandono.

Nel novembre 2016 un editoriale pubblicato dal Frankfurter Allgemeine Zeitung  aveva proposto di cominciare a «pensare l’impensabile per le menti tedesche: la questione di dotarsi della dissuasione nucleare in autonomia, in modo da rendere superflui i dubbi sulle garanzie finora presentate dagli americani».

In questo senso, è interessante consultare questa pagina, costantemente aggiornata, del think tank Carnegie, dove si trova lo stato dell’arte del dibattito sul nucleare in Germania. È un lavoro neutro, nel senso che non presenta analisi particolarmente approfondite e si limita a riportare articoli apparsi altrove, probabilmente perché il fatto stesso che esista una raccolta del genere è di per sé sufficiente a cogliere il punto: una parte dell’opinione pubblica tedesca ritiene che la Germania non possa più pensarsi come potenza puramente commerciale.

Secondo Jean-Pierre Darnis, Professore associato all’Université Côte d’Azur (Nizza) e consigliere scientifico dello Iai, sarebbe troppo aspettarsi dalla Germania un ripensamento sul proprio ruolo militare. Il disimpegno operativo è troppo radicato nella cultura tedesca. E tuttavia, in geopolitica non conta soltanto l’esercito: «La sciabola, se così si può dire, in Europa la porta e la porterà sempre la Francia. Berlino però mostra sempre più consapevolezza sui dossier strategici, come per esempio sul rapporto con la Cina, che è percepita come una potenza a tratti ostile. Questa consapevolezza è importante perché fa muovere l’Europa;  l’attitudine bonapartista della Francia, che spesso si muove isolata, può fungere da pungolo per la Germania, che è in grado di trovare alleanze con gli Stati europei molto più di quanto sia in grado di fare Parigi. Di questo beneficia tutto il continente, che non sopporta le fughe in avanti della Francia, ma allo stesso tempo critica l’immobilismo della Germania».

Peraltro, la presunta voglia di neutralità da parte della Germania non è percepita come tale da tutti i partner. Secondo un sondaggio condotto dal Pew Research Center nel 2017, la Germania è vista favorevolmente dalla maggioranza degli europei, fatta eccezione per la Grecia, ma allo stesso tempo la maggioranza relativa degli intervistati in tutta Europa (49%), ritiene che Berlino abbia troppo potere.

Una percezione abbastanza indicativa per una potenza che, intimamente, si vuole «disinteressata» ad assumere una leadership vera e propria: un sondaggio della Körber Foundation del dicembre 2017, illustra come il 52% dei tedeschi creda che la Germania debba evitare di essere coinvolta nelle crisi internazionali, e soltanto il 31% domandi maggiore assertività in politica estera. 

Heribert Dieter, professore all’università di Potsdam e senior associate allo German institute for international and security studies, nota che la Germania negli ultimi tempi ha spesso agito in modo unilaterale. Nel suo paper “Germany as a Leading Power: A Pipe Dream”, pubblicato lo scorso luglio, Dieter cita due esempi significativi: la crisi dei rifugiati del 2015, che ha visto Berlino aprire le proprie frontiere a circa un milione di rifugiati siriani senza consultarsi con nessuna altra capitale prima di deciderlo, e la politica di surplus commerciale, che danneggia in particolare gli Stati del sud dell’Europa.

Questa incapacità di condividere le scelte, nel momento in cui queste producono conseguenze anche sulla stabilità dei partner europei, mostra tutta la contraddizione de “l’egemone riluttante”, secondo una famosa definizione dell’Economist. Da un lato Berlino non vuole la leadership, dall’altro la sua condizione economica, la sua posizione geografica e la sua influenza fanno sì che gli altri si aspettino che agisca come tale.

Questa riluttanza è stata in parte superata con il riuscito accordo sul NextGenerationEu raggiunto lo scorso luglio tra i 27 paesi membri.

Secondo diversi analisti, l’impegno tedesco per un trasferimento netto di risorse dai paesi più ricchi ai paesi più in difficoltà è un grande passo in avanti per la Germania: la leadership non è gratis, e a un certo punto arriva il momento di preoccuparsi anche del benessere degli altri paesi dell’alleanza.

Lucio Caracciolo, in un editoriale su Limes, ha riassunto la questione in questo modo: «L’interesse nazionale tedesco consiste nel salvare ciò che resta dell’architettura europea. Questa oggi non si salva se l’Italia affonda. L’Eurozona concepita dalla Francia e dall’Italia per punire la Germania, colpevole di essersi riunificata, con la cessione del marco e del primato della Bundesbank in Europa, è stata rovesciata da Berlino nel suo opposto: meccanismo per sostenere l’economia germanica – parte integrante della stessa identità tedesco-federale – fondata su una moneta stabile ma non troppo forte e sul formidabile surplus commerciale, subìto dagli eurosoci in omaggio ai rapporti di forza non certo alle “regole”».

Ecco perché, secondo Jean-Pierre Darnis, alcune parole finora sconosciute nel lessico politico tedesco cominciano ad affiorare. Una di queste è la difesa della sovranità: «La sovranità europea è un tema avanzato in primo luogo da Emmanuel Macron, che ha provato in tutti i modi, con successi alterni, a convincere le altre capitali europee della necessità di avere una strategia globale sui temi del digitale, delle grandi industrie, e anche sulle questioni militari. All’inizio Berlino era fredda, ma ultimamente si nota un’accelerazione su questi temi, portati avanti da una tedesca, Ursula Von der Leyen, alla testa della Commissione europea». 

Tutto questo, specialmente in chiave anticinese, come dimostra la decisione di Berlino di sospendere il trattato di estradizione che lega la Germania a Hong Kong dopo che la Cina ha di fatto annesso la città-stato. Un atto di fermezza «inabituale» nota il quotidiano francese.

Ciò non vuol dire, tuttavia, che Berlino seguirà Parigi nel braccio di ferro ingaggiato con la Turchia di Recep Tayyp Erdogan, o che interverrà in futuro a gamba tesa negli affari del Libano distrutto dall’esplosione o nel Sahel, dove la Francia è impegnata in una difficilissima guerra al terrorismo.

È molto probabile che la coppia avrà ancora un cavallo tedesco e un cavaliere francese. Però, conclude il Monde, la fine del ciclo politico di Angela Merkel potrebbe accelerare il ritorno in campo della Germania negli affari internazionali: «La cancelliera è l’ultima rappresentante di una generazione entrata in politica negli ultimi momenti della guerra fredda. In primo luogo perché alcuni candidati alla presidenza dei cristianodemocratici, come Norbert Röttgen, attuale presidente della commissione Affari esteri del Bundestag o l’ex deputato Friedrich Merz, sostengono una politica estera più assertiva da parte di Berlino. E in secondo luogo perché i Verdi, possibili partner di governo dei cristianodemocratici in futuro, chiedono da tempo delle scelte diplomatiche più nette, specialmente rispetto alla Cina. E infine perché questo corrisponde all’evoluzione dell’opinione pubblica tedesca».

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