Nuovo cinema arcobalenoQuote per gli eschimesi e ispezioni sul set: ma è Hollywood o una puntata di Boris?

Come si verifica la sessualità di chi lavora a un film? “Buonasera, siamo qui per verificare le sue preferenze in materia di contenuto delle mutande”, tanto più che il caso Rowling dimostra che non si sa più quali siano i dettagli che distinguono una donna? E gli ebrei, ci sarà qualcuno che andrà sui set a chiedere se questo o quello sono ebrei?

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L’autrice di sketch dei Monty Python che vive in me sta pensando da due giorni alle nuove linee guida per i film che vogliano concorrere agli Oscar.

In particolare, questa mia minoranza interiore si è fissata sulla formulazione alternativa «disabili, o persone sorde». Quindi «disabile» comprende tutti gli handicap tranne la sordità? Quindi le cento volte al giorno in cui ho dimenticato gli occhiali e non riuscendo a vedere qualcosa dico «scusa, leggimi quella scritta, sono cieca» sono più gravi delle mille in cui non capisco cosa mi dicono e chiedo «scusa, ripeti, sono sorda»?

Se non sapete di cosa stia parlando, innanzitutto beati voi.

Poi mettiamoci in pari, ché mica posso soffrire da sola. Martedì notte l’accademia che assegna gli Oscar ha comunicato che, dall’edizione del 2024, se vuoi che il tuo film possa essere candidato a uno dei suoi premi, esso dovrà rientrare in dei criteri d’inclusività. Nei vari settori (non solo tra gli attori, su cui si erano concentrate le campagne sui film “troppo bianchi”, il cancelletto #OscarsSoWhite, che beati voi se non ve lo ricordate) dovranno esserci minoranze etniche (sono elencati, tra gli altri, eschimesi e nativi delle Hawaii: Netflix è coperta, avendo Barack Obama sotto contratto), donne, gay, tutto il cucuzzaro.

Ora, ci sono molte osservazioni che si potrebbero fare. La prima è: come verifichi la razza e la sessualità di chi lavora a un film? Il documento parla di «ispezioni sul set». Buongiorno, siamo qui per verificare le sue preferenze in materia di contenuto delle mutande. E anche i quarti di sangue minoritario, ha portato le analisi?

Ovviamente mercoledì i social erano pieni di polemiche in merito (pochissimi erano disposti a difendere l’iniziativa, e perlopiù la loro linea era: è un segno di buona volontà, sebbene sia un pasticcio).

Il migliore scambio che mi sia passato davanti è quello tra uno che ha fatto un elenco di film non papabili per l’Oscar secondo le nuove regole, tra cui “Il padrino”, e un tizio secondo cui i film elencati avrebbero beneficiato dell’inclusione dettata dalle regole. Che, tra le altre cose, prevede che un protagonista sia asiatico, o mediorientale, o di altra etnia sottorappresentata, o che il 30 per cento del cast sia composto da: etnie sottorappresentate, donne, disabili, gay e altri arcobalenismi.

Sono due giorni che penso a un Sollozzo indiano o eschimese, a un Vito Corleone che passa il tempo a dire «Eh? Non ho sentito, che hai detto?», a un Sonny disabile.

Chissà se la scemenza è considerata disabilità, in quel caso abbiamo lui, Connie, Fredo: siamo quasi coperti; ah no, come non detto, non i personaggi: gli attori. Anzi: giacché le clausole sono alternative, se la storia fosse stata storia di categorie protette, gli attori potevano essere tutti maschi bianchi etero.

Ma questo non cozza con la fissazione americana per il fatto che ognuna possa scrivere e recitare solo una minuscola variazione di sé, e guai se un normodotato interpreta un disabile o se un etero fa la parte del gay? Quale delle nevrosi locali avrà la meglio nelle linee guida?

E ancora: l’etnia, come decidiamo che è “sottorappresentata”? Rispetto al film stesso, al complesso dei film prodotti quell’anno, alla popolazione americana (che è per il 60 per cento bianca)?

Marlon Brando che mandava un’indiana a ritirare il suo Oscar stava assolvendo alla quota richiesta con decenni d’anticipo e chiedendo implicitamente scusa perché la moglie siciliana di Michael Corleone non era una squaw?

E i film stranieri, dovranno rispondere agli stessi criteri? Se così fosse, ci risparmieremmo per sempre la manfrina del film italiano da mandare agli Oscar: non credo qui sia mai stato prodotto un film col trenta per cento di minoranze, siano esse etniche o sessuali.

Uno degli elefanti nella stanza, uno dei non detti cui tutti stiamo pensando, è: e gli ebrei? Sono considerati alla voce «e altre etnie sottorappresentate», o perfino l’Academy ha troppo senso del ridicolo per sostenere che non abbiano spazio a Hollywood? E, quando la polizia delle quote arriverà su un set e inizierà a chiedere «scusi, lei è ebreo?», non sentiremo risuonare periodi storici non felicissimi?

L’altro elefante sono le donne. C’era una volta l’affirmative action. Era un concetto inventato da John Kennedy perché i neri avessero le stesse possibilità dei bianchi (era l’America appena uscita dalla segregazione, era un minuto fa). Lì le quote avevano un senso.

Ma, anche ammettendo che oggi ci siano contesti in cui hanno senso per le donne, vogliamo davvero dire che a Hollywood non sono abbastanza rappresentate? In un’industria che ha creato una Meryl Streep per ogni De Niro e una Julia Roberts per ogni Tom Hanks? In un’epoca in cui si fanno remake al femminile di qualunque cosa? In un ambiente che s’inventa stronzate tipo i festival di cinema che devono far concorrere la metà di film diretti da donne, non importa se brutti, non importa se levando il posto a roba migliore: purché la regia sia firmata da una portatrice di vagina (come si potevano definire le donne prima dello scandalo Rowling, adesso non si sa più bene quali dettagli distinguano una donna).

Prevedo peraltro una guerra intestina per i ruoli dietro le quinte: se metti in competizione due dei gruppi più presenti negli uffici comunicazione, nelle sartorie, nelle sale trucco – cioè donne e gay – con disabili e minoranze etniche, è ovvio che la gara è truccata.

Ovviamente nessun giornalista americano sarebbe mai così cafone da dire «ma i parrucchieri e gli uffici stampa son già tutti gay», ma sono convinta fosse a questo che alludevano quelli la cui polemica degli ultimi giorni è stata «ma con queste linee guida le produzioni non dovranno mica cambiare niente».

Quello che non ci sarà, perché siamo tutti troppo terrorizzati di venire espulsi dalla società civile, è un film che praticamente si scriverebbe da solo, un incrocio tra un Robert Altman e un Tod Browning, in cui si racconta il set d’un povero regista che non ha potuto scegliersi nessuno dei collaboratori che voleva, ha dovuto prenderne con cui lega meno e anche più scarsi a fare il loro lavoro, purché riempissero delle quote.

Un set delirante in cui ci siano la paralitica e l’indiano, la messicana e il sordo, un cieco alla direzione della fotografia e una col Parkinson al trucco. Oddio: a rileggere, più che Altman, sembra una puntata di Boris.

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