In difesa della libertàC’è molta Bielorussia tra i candidati al premio Sakharov di quest’anno

L’opposizione a Lukashenko, ma anche un vescovo iracheno e i difensori Lgbt polacchi: i nomi in corsa per il riconoscimento del Parlamento europeo intitolato al dissidente sovietico

AFP

«Voglio dirlo forte e chiaro: l’Unione europea sta dalla parte dei bielorussi». Parola di Ursula von der Leyen, fra le oltre 8mila del suo primo discorso sullo Stato dell’Unione, la scorsa settimana.

Sul sostegno alla rivolta in Bielorussia la presidente della Commissione europea ha incontrato il favore bipartisan rispecchiatosi non solo negli applausi in Aula e nella risoluzione che auspica nuove elezioni, ma anche nella mossa coordinata dei principali gruppi politici del Parlamento che – per una volta – hanno presentato una candidatura pressoché unitaria al premio Sakharov, il riconoscimento intitolato al dissidente sovietico che da oltre trent’anni l’Assemblea di Strasburgo assegna a individui e organizzazioni che si distinguono nella difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Nei giorni in cui proprio sulle sanzioni all’establishment di Minsk si mettono a nudo tutti i limiti di una politica estera europea che si decide all’unanimità (Cipro si oppone, chiedendo pari trattamento anche per la Turchia), e a oltre un mese dalle elezioni-farsa “vinte” da Aleksandr Lukashenko, una composita alleanza fatta dai popolari del Ppe, i socialdemocratici dell’S&D, i centristi liberali di Renew Europe e, un po’ più defilati, i conservatori dell’Ecr, ha infatti designato l’opposizione bielorussa per il Sakharov.

I primi a mettere nero su bianco la candidatura sono stati gli S&D, indicando “le coraggiose donne della Bielorussia”: la sfidante di Lukashenko alle presidenziali Svetlana Tikhanovskaya, fuggita in Lituania ma che proprio nei giorni scorsi è stata in audizione a Bruxelles davanti alla commissione Esteri del Parlamento, e le due attiviste Veronica Tsepkalo e Maria Kolesnikova – quest’ultima ancora detenuta in carcere nonostante le pressioni della comunità internazionale.

A ruota si sono aggiunti Ppe e Renew Europe, che hanno allargato il focus nominando anche il Consiglio di coordinamento dell’opposizione e altre figure chiave del dissenso, come la Nobel per la letteratura Svetlana Alexievich e il fondatore del canale Telegram Nexta, su cui viaggia la protesta, Stsiapan Putsila. L’Ecr non è confluita nella candidatura unitaria, indicando soltanto Tikhanovskaya.

Nei giorni scorsi, EUObserver aveva rivelato che uno dei nomi del lotto bielorusso concordato dai tre maggiori gruppi, il giornalista Paval Sieviaryniec, sarebbe un noto omofobo, che per questa ragione espulso dall’hub nazionale dell’associazione globale degli scrittori, Pen. Dopo poco, Ppe, S&D e Renew Europe hanno ritirato Sieviaryniec dalla lista.

La sinistra-sinistra della Gue/Ngl (dove siedono, tra gli altri, i greci di Syriza e gli spagnoli di Podemos) e i Verdi hanno invece presentato una candidatura condivisa che intreccia lotta per l’ambiente e rivendicazioni sociali in Honduras.

I due gruppi hanno nominato congiuntamente Berta Cáceres (in via postuma), attivista per i diritti degli indigeni alla terra e contro land-grabbing e deforestazione illegale assassinata nel 2016, e con lei anche otto militanti del Guapinol, nel nord-est del Paese.

Gli otto sono ancora in carcere per aver partecipato al campo di protesta pacifico contro le compagnie minerarie responsabili dell’inquinamento e della contaminazione del territorio e delle risorse idriche del Parco nazionale “Montaña de Botaderos”.

Identità e Democrazia (Id), il gruppo di destra di cui la Lega è principale esponente insieme al Rassemblement National di Marine Le Pen, ha invece indicato l’arcivescovo cattolico caldeo di Mosul Najib Mikhael Moussa: quando il sedicente Stato islamico entrò nella città, fu in prima linea nel salvataggio di centinaia di antichi della Chiesa d’Oriente e nel facilitare la fuga verso il Kurdistan iracheno della comunità cristiana.

Da regolamento, la candidatura al Sakharov può essere presentata non soltanto da ciascun gruppo politico del Parlamento ma anche da un coordinamento spontaneo di almeno 40 eurodeputati.

Opzione sfruttata quest’anno soltanto da un raggruppamento di 43 eletti in rappresentanza dell’Intergruppo Lgbtq, i quali hanno indicato quattro attivisti per i diritti omosessuali polacchi fondatori della mappa interattiva “Atlante dell’odio” che individua municipalità e regioni – quasi un terzo del Paese – che si sono dichiarate “Lgbtq-free zones”.

La candidatura è stata presentata al termine di una settimana in cui gli europarlamentari si sono ripetutamente schierati contro l’iniziativa polacca («humanity-free zones», le ha ribattezzate von der Leyen) anche con un flashmob e hanno votato con una corposa maggioranza a sostegno di una relazione che invoca sanzioni nei confronti di Varsavia per la protratta violazione dei valori dell’Unione, dello stato di diritto e dei diritti fondamentali.

La procedura prevede che adesso una riunione congiunta di due commissioni parlamentari – la Esteri (Afet) e la Sviluppo (Deve) – provveda a presentare le candidature, il 28 settembre, e quindi indicare i tre finalisti, il 12 ottobre. Toccherà poi alla conferenza dei capigruppo, presieduta dal presidente del Parlamento europeo David Sassoli, proclamare il vincitore. L’annuncio è previsto per il 22 ottobre; la cerimonia di premiazione, come da tradizione, nella sessione plenaria di dicembre.

Vista la politica di cordone sanitario adottata dagli altri gruppi nei confronti dei rappresentanti di Id e il meccanismo elettorale previsto dal premio Sakharov, è facile immaginare che, insieme all’opposizione bielorussa, le altre due candidature finaliste saranno quelle degli attivisti polacchi e honduregni. Per il resto, con quattro voti su sette già acquisiti, il risultato della votazione e l’investitura dell’opposizione bielorussa è data già per assodata.

Non è la prima volta che il Paese post-sovietico finisce sotto i riflettori del Sakharov. Era avvenuto già nel 2006, quando a esser insignito del premio fu Aliaksandr Milinkevič, a capo del Movimento per la libertà e sfidante di Lukashenko nelle presidenziali di quell’anno: a consegnare il premio fu l’allora presidente del Parlamento europeo Josep Borrell, oggi Alto rappresentante (“Ha avuto il coraggio di lottare contro l’ultima dittatura d’Europa”, disse echeggiando l’ormai famosa etichetta affibbiata da Condoleeza Rice al regime di Minsk).

Due anni prima, invece, era toccato alla Federazione dei giornalisti bielorussi, vittime di intimidazioni, minacce, denunce penali e anche espatri.

Il premio Sakharov nasce fra i banchi del Parlamento europeo – che lo finanzia attraverso una voce del proprio budget – nel cuore degli Anni Ottanta, su iniziativa del gruppo liberal-democratico e del francese Jean-François Deniau.

Secondo un rapporto del centro studi dell’Assemblea pubblicato due anni fa in occasione del 30esimo anniversario del premio, però, l’idea sarebbe stata originariamente di due eurodeputati e giornalisti italiani che conoscevano bene i fatti d’Oltrecortina – Jas Gawronski e Enzo Bettiza -, anche se di questo aspetto non si trova traccia negli archivi d’Aula.

Andrej Sakharov, alla cui lotta per la libertà nell’Unione sovietica il premio è ispirato, ha fatto in tempo a vedere, da lontano, il riconoscimento assegnato ai primissimi vincitori: Nelson Mandela, ancora nelle prigioni sudafricane, e il dissidente russo Anatolij Marchenko (in via postuma) nel 1988 e Alexander Dubček, tra i protagonisti della Primavera di Praga e della Rivoluzione di Velluto, l’anno seguente.

Proclamato vincitore quand’era ancora un oppositore del regime, Dubček ritirò il premio poche settimane dopo, quando era diventato nel frattempo speaker del Parlamento della Federazione cecoslovacca in seguito alla dissoluzione del dominio comunista.

In effetti l’attribuzione del premio Sakharov ha talvolta anche anticipato momenti salienti della storia: nel 1998 il riconoscimento andò a Ibrahim Rugova, primo presidente del Kosovo che nove anni dopo avrebbe proclamato la sua indipendenza dalla Serbia; nel 2017, invece, a vincerlo fu l’opposizione democratica del Venezuela, poco più di un anno prima del tentato colpo di Stato di Juan Guaidó contro il regime di Nicolás Maduro, che avrebbe lasciato Caracas con due presidenti riconosciuti da opposte fazioni.

E spesso il premio del Parlamento europeo è riuscito anche ad ispirare il comitato che ad Oslo assegna il Nobel per la pace. Oltre che nel caso di Mandela, è stato così anche in anni recenti, in particolare con la giovanissima attivista pakistana Malala Yousafzai (Sakharov nel 2013, Nobel nel 2014), ma anche con il medico congolese Denis Mukwege e la yazida Nadia Murad, finita nelle carceri dell’Isis in Iraq: ad accomunarli, oltre alla precedente vittoria del Sakharov (rispettivamente, nel 2014 e nel 2016) «l’impegno per porre fine della violenza sessuale nei conflitti armati», come si legge nella motivazione del Nobel per la pace vinto dai due nel 2018.

Un cursus honorum che non sempre è garanzia di costante impegno per la promozione dei diritti umani. Appena due settimane fa, infatti, la conferenza dei capigruppo ha deciso di sospendere Aung San Suu Kyi dalla comunità degli insigniti del premio Sakharov e da tutte le attività alla stessa legate, «in risposta alla sua inazione e all’accettazione dei crimini che vengono perpetrati ai danni della popolazione Rohingya in Myanmar».

Storica leader dell’opposizione democratica dell’ex Birmania e oggi ministra degli Esteri del Paese, San Suu Kyi aveva vinto il Sakharov nel 1990 e il Nobel l’anno seguente. Da anni è ormai nell’occhio del ciclone per la gestione del dramma umanitario dei rifugiati di fede musulmana che l’ha portata fin davanti alla Corte internazionale di giustizia.

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