Suárez prima di SuárezPerché tutti gli atleti hanno sempre una corsia preferenziale per la cittadinanza

La vicenda dell’attaccante uruguaiano su cui indaga la magistratura è un caso limite che riapre un dibattito mai spento nel mondo dello sport: calciatori, cestisti, professionisti di ogni disciplina possono ottenere un passaporto molto più velocemente delle altre persone. E il fenomeno è più diffuso di quel che si potrebbe pensare

LLUIS GENE / AFP

Lo scandalo dell’esame di italiano di Luis Suárez è l’argomento di cronaca preferito di tutte le testate giornalistiche italiane al momento. Il calciatore uruguaiano, che ha una richiesta di cittadinanza pendente – è sposato con Sofia Balbi, uruguaiana con cittadinanza italiana, grazie al nonno friulano -, aveva bisogno solo dell’attestazione dell’esame di lingua B1. Su quest’ultimo però è stata aperta un’inchiesta per un presunto caso di corruzione che non vede nel registro degli indagati né il giocatore né la Juventus che in un primo momento sembrava intenzionata ad acquistarlo, ma che già prima del famigerato esame aveva deciso di puntare su un altro attaccante.

La vicenda Suárez riapre un dibattito che nel mondo dello sport ritorna ciclicamente: quello della corsia preferenziale per l’ottenimento della cittadinanza da parte degli atleti professionisti. In questo caso c’è lo scandalo legato al presunto “esame-farsa” – che Suarez avrebbe passato pur non parlando una parola di italiano.

«Pur volendo ignorare l’aspetto illegale della faccenda rimarrebbe lo scandalo dovuto ai tempi per l’accertamento dell’esame», dice a Linkiesta Stephen Ogongo, presidente del movimento Cara Italia. Il riferimento è proprio al fatto che Suárez avrebbe dovuto ottenere i documenti entro una quindicina di giorni dalla richiesta.

«Perché la domanda di un calciatore viene esaminata così velocemente e per una persona normale ci vogliono almeno quattro anni dal momento della richiesta? Non è Suárez che deve impiegarci più tempo, sono tutti gli altri che dovrebbero vedere le loro richieste esaminate in quindici giorni, perché questo caso dimostra che si può fare», dice Ogongo.

Il dubbio sollevato dal presidente di Cara Italia è legittimo, ma trattamenti di questo tipo ci sono praticamente da sempre: Suárez non è il primo e non sarà l’ultimo.

Lo spiega a Linkiesta Marco Calise, agente della Tangram Sports, agenzia di rappresentanza che cura gli interessi di giocatori di basket in tutto il mondo: «È un fenomeno molto diffuso nel mondo dello sport, che è una vera e propria bolla rispetto alla vita dei comuni cittadini. I giocatori o i club hanno canali preferenziali e tempistiche favorevoli per ottenere permessi di lavoro o passaporti. I casi di illeciti realmente accertati sono una piccola percentuale rispetto a tutti i movimenti che avvengono entro i confini della legalità, ad esempio trovando un appiglio in un nonno nato in quel Paese, o un antenato della moglie».

L’assenza di una regolamentazione internazionale offre il fianco a diversi stratagemmi per ottenere documenti rapidi. Molto è lasciato ai regolamenti nazionali, che possono variare molto da Paese a Paese. E i precedenti sono numerosi: nel 2017 fece molto rumore la nazionalizzazione di Anthony Randolph, cestista statunitense del Real Madrid, che divenne cittadino sloveno pur non avendo mai messo piede in Slovenia. «La prima volta che sono andato effettivamente lì è stato il 18 luglio per l’inizio del ritiro», disse Randolph.

In quel caso l’unico obiettivo della federazione e dello Stato era inserire nel roster della Nazionale un giocatore talentuoso in vista degli Europei. Peraltro vinti anche grazie alle prestazioni dell’americano.

Sempre nel basket c’è anche il caso di J.R. Holden, anche lui statunitense, che divenne cittadino russo con questa motivazione spiegata dalla federazione russa in un comunicato: «Holden possiede capacità che sono di interesse della Federazione». Nulla di più.

Nel calcio c’è il caso limite della Nazionale qatariota, che per le qualificazioni al Mondiale di Russia 2018 convocò l’uruguaiano Soria, i brasiliani Rodrigo Tabata e Luiz Junior, il portiere francese Claude Lecomte e il difensore portoghese Ró-Ró. Tutti naturalizzati con documenti ad hoc: sembrava una squadra di club più che una Nazionale.

«In tutti questi casi gli atleti o le società sportive godono dei benefici che vengono loro concessi. Bisogna riflettere sul problema a monte, e cioè sul perché uno Stato pur di far ottenere all’atleta i documenti decide di allargare le maglie della burocrazia. Nel caso Suárez c’è, in più, la distrazione di fare un gesto simile in questo momento di grande attenzione per le migliaia di persone in attesa della cittadinanza italiana», dice Marco Calise.

Discorso diverso quando i metodi per ottenere quella documentazione vanno ben oltre la legalità, come potrebbe essere un esame preparato a tavolino per far ottenere un attestato a un calciatore – che nel caso di Luis Suárez è ancora da accertare. Ma anche qui non mancano i precedenti.

Il primo caso a livello europeo è, ironia della sorte, italiano. Nel 2001 ci fu uno scandalo giudiziario sulla naturalizzazione illecita di 15 calciatori extracomunitari: fu il primo caso di falsificazione documentaria nel calcio europeo e coinvolse 15 dirigenti, 7 club, ben 14 giocatori, in quello che è passato alla storia come Passaportopoli. La storia dei documenti falsi per facilitare la vita degli atleti non inizia con Suárez, e forse non finirà con lui.

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