Le muse inquieteGli intellettuali di oggi hanno molto da imparare dai quattro “leoni” celebrati dalla Biennale di Venezia

Il 29 agosto verranno premiati alcuni protagonisti della più importante manifestazione artistica continentale: Germano Celant, Okwui Enwezor, Maurizio Calvesi e Vittorio Gregotti. Figure visionarie, discusse, capaci di alimentare un forte dibattito culturale

Afp

A margine de Le muse inquiete, la mostra che la Biennale di Venezia ha voluto a tutti i costi per dare un segnale forte di non arrendersi al corso degli eventi, e che vede per la prima volta riuniti i direttori di tutte le sezioni coordinati da Cecilia Alemani a raccontare oltre un secolo della più importante manifestazione artistica continentale, forse mondiale, spicca l’assegnazione di quattro Leoni d’Oro alla memoria. 

Sabato 29 agosto verranno premiati dal neo presidente Roberto Cicutto altrettanti protagonisti nella storia della Biennale. Un omaggio doveroso ai critici e storici dell’arte  Germano Celant, Okwui Enwezor, Maurizio Calvesi, e all’architetto Vittorio Gregotti, figure teoriche particolarmente legate al proprio tempo, visionarie, discusse, capaci di alimentare un forte dibattito attorno alla cultura. Sorge spontanea dunque una domanda: oggi gli intellettuali sono ancora legati a questa visione contraddittoria, mai pacificata e divisiva? E chi sono, se ci sono, gli eredi designati dei “venerati maestri”, per rubare ancora una volta l’espressone al compianto Edmondo Berselli, che ci hanno appena lasciato?     

Enwezor, ucciso da un tumore l’anno scorso a soli 56 anni, avrebbe potuto scrivere altre pagine importanti a proposito del rapporto tra arte occidentale e forme provenienti da paesi lontani, ad esempio la Nigeria da cui proveniva.

La sua documenta del 2002 fu davvero un’edizione memorabile per come riuscì ad affrontare questioni che cominciavano allora a porsi senza ricorrere mai alle lagne del politicamente corretto come forma di rivendicazione etico-morale che sorpassa la condizione estetica, primaria nell’arte. Forse oggi avrebbe preso le distanze dal folle fenomeno della “cancel culture”, preferendo piuttosto spostare l’attenzione su ambiti meno conosciuti della cultura, evidenziandone ove possibile gli aspetti identitari.

La sua Biennale, nel 2015, si intitolava All the World’s Futures e non fu un’edizione memorabile, fortemente politicizzata e un po’ rigida, però Enwezor manca al dibattito internazionale. Fu il primo curator-star di colore, capace di unire l’Africa con gli studi a New York, non a caso scelto da Paolo Baratta nell’epoca della presidenza Obama.

Germano Celant, scomparso a 80 anni, si identificava con l’Arte Povera. La sua “creatura” teorica nata nel 1967, pochi mesi prima del rivolgimento socio-culturale che investì l’Italia, proponeva allora un’arte di guerriglia che nel tempo ha conquistato i grandi musei internazionali, le collezioni, il mercato soprattutto, lasciando agli altri solo le briciole. Ciò che ancora conta in Italia è l’Arte Povera, l’orologio biologico del nostro contemporaneo si è fermato lì, a oltre mezzo secolo; e se ciò rivela la forza di quei protagonisti – Pistoletto, Merz, Kounellis, Boetti, Paolini, Penone ecc…- in una stagione incredibile, dove l’asticella era altissima, non è certo trascurabile la forza strategica del pensiero di Celant, a lungo il più conosciuto tra i critici italiani nel mondo.  

Curriculum poderoso, le Biennali del 1976 e del 1997, gli ultimi tempi lo videro strettamente legato alla Fondazione Prada: non da ieri arte e moda fanno sistema, e lo fanno bene.

Secondo la logica (sbagliata) dell’iperspecialismo attuale, una figura come quella di Maurizio Calvesi risulterebbe inattuale, poiché è opinione comune che lo storico non debba occuparsi di questioni contemporanee, manco studiare il Quattrocento o il Barocco facesse male a una visione militante del presente. Docente, accademico, allievo di Lionello Venturi, Argan e Arcangeli, Calvesi fu anche direttore della Biennale nel 1982 e 1984. Generazioni di studenti si sono formate sui suoi saggi che trattavano di Caravaggio e del Futurismo, di Piranesi e della Pop Art, mentre oggi i critici più up to date  fanno vanto di non conoscere la storia. Più biblioteche e meno cocktail in sua memoria, per essere in controtendenza.

A Vittorio Gregotti, architetto, urbanista, scomparso come Calvesi ultranovantenne, la Biennale deve quell’intuizione di staccare appunto l’architettura dall’arte, prima ancora che giungesse la definitiva indipendenza nel 1980. 

Autentico fautore del modernismo, una carriera lunghissima con tante luci – a Milano la riqualificazione della Bicocca, cui ha lavorato vent’anni dal 1985 al 2005, il Teatro Arcimboldi, gli stadi di Montjuic, Barcellona (1992), Agadir in Marocco (1990), Ferraris a Genova per Italia 90, e poi teatri, centri culturali e musei (Belem a Lisbona, Aix-en-Provence, l’ampliamento dell’Accademia Carrara a Bergamo), università in Calabria, a Firenze e Palermo, un’intera città in Cina, Pujiang, per 100mila abitanti presentata a Expo 2010- e qualche ombra, il fallimento del quartiere Zen a Palermo. 

Se si racconta la storia della Biennale non si può prescindere da figure come queste, nella certezza che solo un grande passato può gettare i germi per qualsiasi ipotesi di futuro.

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