A scena apertaDistanziato e silenzioso, il teatro è il luogo di socialità più sicuro

Festival e rassegne hanno riaperto i battenti, rispettosi del protocollo e di tutte le norme di sicurezza possibili. Anche il virus al cinema non ha infettato nessuno. Non sarebbe il caso di sostenerli, questi “antivirali”, invece di lasciarli morire in sordina, o sopravvivere a stento nel silenzio generale?

MARCO BRESCIA, RUDY AMISANO / BRESCIA - AMISANO - TEATRO ALLA SCALA / AFP

Allo stato attuale i teatri e i cinema sono i luoghi di socialità più sicuri. È sufficiente la sporadica frequentazione dei medesimi, un mirato scambio di battute con gli addetti ai lavori variamente impegnati sul campo, due parole con i frequentatori più assidui, per poterlo affermare senza timore di essere smentiti.

A nessuno è giunta notizia di contagi da Covid-19, meno che mai di focolai sviluppati a partire dalle tante platee estive allestite sia all’aperto sia al chiuso. Se qualcuno ha notizie contrarie, parli.

Dal 15 giugno – data in cui è partita la Fase 3 segnata dalla riapertura di cinema e teatri insieme ad altri luoghi di aggregazione culturale e sociale – la ripresa è stata costante, scandita da mosse in attacco e assestamenti, arginando timori e cercando soluzioni per far buon viso a cattivo gioco.

L’entusiasmo per la vita che ricominciava a girare era tangibile e non andava sprecato.

Festival e rassegne più o meno celebri, più o meno foraggiati e sponsorizzati, più o meno blasonati, piccoli e grandi, hanno riaperto i battenti, rispettosi del protocollo e di tutte le norme di sicurezza possibili.

Rilevamento di temperatura, accompagnamento sul posto, mascherina, gel, gestione dei flussi in entrata e in uscita, distanziamento di un metro assicurato dai posti a sedere, biglietteria elettronica, prenotazione obbligatoria, posti a nominativo fisso per consentire la rintracciabilità, non si sa mai.

Insomma, si sono messe pure le mani avanti. E invece il virus, a teatro e al cinema, non si è fatto sentire e non ha infettato nessuno.

Sembra che non ami la disciplina e alla bellezza non si senta adeguato.

E allora non sarebbe il caso di sostenerli, questi “antivirali”, invece di lasciarli morire in sordina, o sopravvivere a stento nel silenzio generale, paghi del fatto che nessuna notizia uguale buona notizia?

Penso a uno spottino da parte del Mibact, per esempio, anche un gesto eccessivo, improprio, di quelli tipici di chi si fa bello del lavoro degli altri come se fosse tutto merito suo, ma insomma un segno di vita. Ci siamo. Il teatro esiste e non fa male a nessuno, anzi. Tutti sani fino a prova contraria.

Perché nell’understatement svogliato in cui campa lo spettacolo finisce che le buone notizie siano oscurate dalle prove contrarie che arrivano da luoghi altri di aggregazione. Quei luoghi dove si condividono umori e respiri tutti attaccati appiccicosi e ansimanti. E allora il rischio è che con l’acqua sporca si butti anche il bambino, che è più sano che mai. Il rischio è che la retroguardia si estenda laddove le regole non solo esistono ma si fan rispettare, mostrando che una nuova condivisione è ancora possibile.

Non c’è da scherzare. Le recenti impennate di contagi, i nuovi focolai, gli assembramenti sbruffoni e post ideologici a cui abbiamo da poco assistito hanno allarmato anche chi non lo merita. Mica per altro: per paura di farne le spese. E sarebbe una grande ingiustizia e un peccato per tutti.

«Anche perché a teatro non c’è margine di infrazione possibile», dice Filippo Fonsatti, direttore del teatro stabile di Torino che dal 15 giugno non ha mai chiuso registrando tra Carignano e cortile di Combo, ovvero tra spazio chiuso e aperto, un totale di 20.000 incontaminate presenze. Il punto infatti è anche questo: a teatro il pubblico tace e il fenomeno droplet è quanto mai contenuto. Per quanto riguarda gli artisti, i tecnici e gli amministrativi si sappia che la soglia di controllo non lascia fuori nessuno prevedendo un tampone ogni quindici giorni.

Ma è il teatro tutto che si è attrezzato a dovere, facendo di necessità virtù. Il teatro greco di Siracusa, per esempio, ha predisposto un’inversione degli spazi collocando il pubblico nella cavea e gli artisti sulle gradinate.

Già, ma è il teatro dell’Inda, una solida istituzione che se lo può permettere, si dirà, come il festival dei Due Mondi a Spoleto, il Napoli Teatro Festival, il Festival Shakespeariano di Verona, la stessa Arena.

D’accordo: ma ci sono anche i piccoli, i giovani, i meno noti e più defilati che se la sono cavata benissimo. Dal festival Segreti D’Autore in Cilento, a quello delle Colline Geotermiche in Toscana, da Nuove Terre e Terreni creativi, entrambi in Liguria, a Urbino Teatro Urbano che ha traghettato, immuni, non solo pubblico e artisti, ma 150 allievi operatori provenienti da tutta Italia. Così, solo per fare qualche esempio. Ma l’elenco di rassegne, eventi culturali, artistici, siti archeologici, concerti all’aperto, sarebbe lunghissimo. Tutti immuni, organizzati e contenti. E se contagio c’è stato, è stato di altra natura.

Ora stanno per decollare le nuove stagioni, c’è nell’aria un fermento pudico e si respira un’aria gentile.

Lunedì scorso (14 settembre) è stato presentato il Romaeuropa festival, una rassegna di musica, teatro e danza a cui i romani sono particolarmente affezionati, che si allunga fino a metà novembre richiamando artisti e pubblico da tutto il mondo. È la sua 35 edizione, si chiama Contatto e prevede 64 eventi in tempo di Covid.

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