Generazione anti FideszIl Dams ungherese è diventato il centro dell’opposizione a Viktor Orbán

Gli studenti che hanno occupato l’Università per il teatro e le arti cinematografiche di Budapest sono riusciti a dare nuova voce alla protesta contro il premier al potere da dieci anni. Per la prima volta le manifestazioni contro il governo non sono noiose

La SZFE è l’università per il teatro e le arti cinematografiche di Budapest, praticamente il Dams ungherese. Nelle ultime settimane la sede della SZFE è diventata l’epicentro dell’opposizione al governo di Viktor Orbán nella società ungherese: l’edificio è al momento occupato dagli studenti e dallo staff, il senato accademico si è dimesso, dieci giorni fa una lunga catena umana si è formata dalla SZFE fino al Parlamento. La protesta degli studenti e degli accademici è su una questione piuttosto tecnica, che riguarda la riorganizzazione istituzionale degli atenei, ma ha acquistato una rilevanza locale e internazionale che va al di là della governance accademica.

È come se una generazione di anti-Fidesz – il partito al potere da dieci anni – si fosse finalmente avvicinata all’aver trovato una voce, un linguaggio, un’identità visiva. Il motivo? Secondo Agnes Urban, che insegna media alla Corvinus University di Budapest, è nei nuovi nemici che Orbán si è andato a cercare: gli studenti di cinema e teatro. La rilevanza dei loro problemi nella società ungherese è molto bassa, «ma la loro capacità creativa ha fatto la differenza, vado alle manifestazioni contro il governo da un decennio, per la prima volta ho sentito qualcosa di diverso, di nuovo, di vitale, per la prima volta l’opposizione a Orbán non era noiosa».

La riforma universitaria voluta da Orbán è uno dei tasselli del suo modello autocratico, un format per svuotare l’opposizione interna negli atenei più importanti e rendere stabile e permanente l’influenza di Fidesz nel mondo accademico. Uno dopo l’altro, gli atenei vengono affidati a fondazioni private, nei board di nomina governativa vengono inseriti personaggi riconducibili al partito. L’indipendenza formale diventa controllo politico.

La SZFE è un bersaglio che vale doppio, perché è una delle istituzioni culturali più importanti del paese, una «roccaforte del pensiero di sinistra in Ungheria», coma la definisce Balazs Csekö, giornalista e analista politico che segue le vicende del suo paese da Vienna. Quel senso di rivalsa contro il pensiero progressista e liberale è una tensione che appare spesso nell’azione di Orbán, la SZFE ai suoi occhi è un altro bastione del cosmopolitismo da rieducare in chiave nazionalista.

Per questo motivo è così simbolicamente importante il nome della persona alla quale è stata affidata la riorganizzazione dell’ateneo, Attila Vidnyánszky, un regista teatrale che nella prima parte della carriera era stato un simbolo di resistenza. Vidnyánszky faceva spettacoli per la minoranza ungherese in Ucraina, teatro di ricerca e di frontiera, prima di trasferirsi in Ungheria e riciclare quel coraggio civile in sovranismo. Quando è stato nominato direttore del Teatro Nazionale di Budapest, Vidnyánszky ha smantellato la programmazione di respiro internazionale del suo predecessore, per uno stile austero, autarchico e tutto ungherese. Gli studenti temono che la stessa cosa succederà ai loro programmi di studio.

«Possono apparire questioni molto locali, ma Orbán è un’avanguardia alla quale guardano i leader europei che oggi sono al governo o all’opposizione e che non sarebbero affatto a disagio con il suo livello di potere», spiega Csekö. «Il primo ministro si è costruito la cassetta degli attrezzi del leader autoritario all’interno dell’Unione Europea, è l’attaccante che fa gol per tutta la squadra, che va da Duda a Salvini. L’Europa incassa e non riesce a opporre resistenza che non sia formale».

Quella per ora possono farla gli studenti di cinema e teatro, e qui veniamo all’altro pezzo di questa storia. Anche se non c’è niente di paragonabile per gli obiettivi o la partecipazione, chi ha organizzato la protesta di Budapest ha guardato con attenzione a quello che succedeva in Bielorussia: la ricerca di simboli, di colori, il bisogno di identificazione e riconoscimento.

«Non casualmente, anche l’occupazione della SFZE ha come colori il rosso e il bianco, non l’antica bandiera bielorussa ma il nastro dei lavori in corso con il quale è stato circondata la sede e che è diventato il simbolo della protesta», spiega Urban. «La catena umana è stata una delle mobilitazioni anti-Orbán di maggior successo che abbia visto, perché è riuscita ad allargare la protesta, a tirare dentro altre università e persone non direttamente coinvolte nella protesta iniziale».

C’è la simbologia delle guardie di turno dell’occupazione nella sede e anche la riedizione di una vecchia canzone folk ungherese, diventata l’inno: il movimento lo canta prima delle conferenze stampa. Registi e registe importanti come Ildikó Enyedi e Szabolcs Hajdú hanno tenuto lezioni pubbliche di cinema a supporto dell’occupazione. «Per la prima volta la protesta anti-Orbán ha una strategia, un’identità, una riconoscibilità visiva».

La strada è ovviamente ancora lunga, non bastano un nastro bianco e rosso e una canzone a indebolire Fidesz dopo un decennio di presa del potere. Nel 2018 la Central European University, fondata dal miliardario filantropo George Soros, fu di fatto costretta a lasciare Budapest e il paese e trasferire le lezioni a Vienna. Anche allora ci fu una grande mobilitazione, anche allora Orbán raggiunse il suo obiettivo.

«È il maestro europeo della tattica cinese “nascondi la tua forza, aspetta il tuo tempo”, è un abile stratega, qualità che non gli viene spesso riconosciuta», mi dice Gergő Sáling, co-fondatore di Direkt36, testata di giornalismo investigativo finanziata in crowdfunding, Anche Agnes Urban è d’accordo: «La protesta ha raggiunto la sua massima capacità di mobilitazione, è una tematica troppo specifica per coinvolgere il resto degli ungheresi, e l’occupazione rischia di essere indebolita dalla seconda ondata di CoVid-19».

«Il caso SZ non è un gamechanger», concorda Csekö. La protesta dell’Università di teatro e cinema non è destinata a cambiare il corso della politica ungherese, però ha creato degli strumenti e un linguaggio di cui la contestazione ungherese aveva bisogno. Che futuro avranno, è ancora presto per saperlo.