Film CapitaliCome la National Gallery si fece rubare Goya da un tassista sessantenne 

La commedia "The Duke", fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia racconta un fatto di cronaca eccezionale: nel 1961 Kempton Butnon trafugò dal museo londinese un quadro da 140mila sterline per attirare l’attenzione. Lo restituì qualche anno dopo e fu condannato solo per non aver riportato la cornice

Nel primo film di James Bond c’è una scena che potreste non avere capito. Ci troviamo nel nascondiglio sottomarino del Dr.No, famigerato villain. Gli spazi sono ricchi e impreziositi di oggetti rubati ai più famosi musei del mondo. 007 si sofferma su un quadro. È il Duca di Wellington dipinto da Francisco Goya. «Dunque eccolo» afferma sorpreso. A questo punto, nelle sale inglesi del 1962, scoppiava la risata. Il perché ce lo racconta il nuovo film di Rogert Michell, “The Duke”. La fonte è un fatto di cronaca eccezionale: il primo e ancora ultimo furto subito dalla National Gallery. A rendere la vicenda materiale per una piacevole commedia è il più insospettabile dei ladri. Quanto di più lontano da un cattivone in stile James Bond. Infatti, nel 1965 si scoprì che il quadro era rimasto nascosto nell’armadio di un autista in pensione. Kempton Bunton, nel film interpretato da Jim Broadbent. 

L’uomo non era interessato a Wellingnton. In “The Duke” scopriamo che considerava il quadro «bruttino» e il duca «un uomo che trattava gli uomini come cani e ha votato contro il suffragio universale». Ragioni per cui oggi si potrebbe eliminare un dipinto. Ma l’intento di Bunton non aveva a che vedere con le odierne battaglie del politicamente corretto. Voleva solo attirare l’attenzione. 

Tutto ha inizio nel 1961. Il Duca di Leeds vende all’asta il ritratto di Goya. Il valore è 140 mila sterline, spese senza remore da un collezionista americano. Ma il governo inglese non ci sta. «Il quadro è un tesoro nazionale». Entra in asta e acquisisce il dipinto. Mai sulla stampa inglese si era parlato tanto di Goya o di qualsiasi altro quadro. Almeno non fino a che, nella notte del 21 agosto, il Duca scompare nel nulla. Si scatena il panico. Il caso diventa di primaria importanza. «Saranno stati gli italiani» ripete la polizia inglese nel film di Michell. La battuta non è fuori posto. All’epoca si credette che il gesto potesse essere stato realizzato in onore dei 50 anni dall’altra «rapina del secolo»: la Gioconda trafugata al Louvre. La pista sembra convincere le autorità, che si mettono all’inseguimento di Giovanni Pilisi. Dandy italiano e supposto membro del gruppo di criminali dell’alta borghesia. Le ricerche non portano a niente. 

Intanto, la National Gallery fa il record di biglietti. Il vuoto del Duca diventa un’opera a sé. La cultura inglese si perde in dibattiti sempre più arditi. Per alcuni il ladro è un genio. «Ha agito per noi», si diceva, «vuole mettere in discussione i prezzi dell’arte». Di certo, quest’uomo sa quello che fa. Poi, 4 anni dopo, il quadro riappare. Ritrovato alla stazione di New Street, a Birmingham. A darne notizia è il Daily Mirror, che negli anni riceve a intervalli regolari alcune note di riscatto. Pochi giorni dopo appare anche il ladro. In un solo attimo crolla ogni identikit. Dal più assurdo al più semplice. 

Bunton è l’incognita che nessuno aveva calcolato. Un uomo eccentrico, ma non folle, di Yewcroft Avenue. Il suo unico precedente penale dà una svolta alla storia. Nel 1960 Bunton è rimasto in carcere per 69 giorni dopo essersi rifiutato di pagare il canone. La reputava una battaglia di civiltà. Perché la televisione «è la cura moderna alla solitudine». Ma c’è chi non può permettersela. «Persone che hanno combattuto per questo paese». Il Goya al centro dell’attenzione è quindi un pretesto, e la rapina «un imbroglio onesto per il bene». Nonostante l’inconsueta battaglia di Bunton, ci vorranno anni prima che il governo inglese elimini il canone agli ultrasettantacinquenni. 

Bunton ne esce un po’ Robin Hood e un po’ Don Chisciotte. Un «sognatore convinto di essere un idealista» lo definisce Michell in “The Duke”. Ma come ha fatto a rubare il quadro? «Con una scala». Entrato alle 5.50 del mattino dalla finestra del bagno della National Gallery ha trovato le guardie addormentate. Come in un film. Quello che Michell decide di proporre con una vena ironica, messa a punto su un brillante finale ambientato in tribunale. Perché sì, ovviamente Bunton è finito in aula. Il risultato dell’udienza rende però la storia ancora più assurda. A tal punto che nel film di Michell sembra non bastare la nota di apertura che promette «una storia tratta da fatti realmente accaduti». 

La giuria decreta che non è un crimine rimuovere un’opera d’arte in modo non permanente. Così, Bunton viene assolto per aver rubato il Goya, per aver chiesto un riscatto e per molestia pubblica. È colpevole tuttavia di aver rubato la cornice del quadro. L’ha persa, dunque è un furto. 

Ma per numerosi giornali inglesi la vicenda non finisce qui. Bunton potrebbe non essere il vero ladro. La versione alternativa non esclude il pensionato, ma aggiunge personaggi e complica ulteriormente i fatti. Bunton, nella follia posata di Jim Broadbent, ci mette in guardia: «i giornali sono perfetti per il fuoco, ma non sperare di trovarci la verità».

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