Le pagelle di BruxellesPerché conta poco chi scende e chi sale nel nuovo rapporto Ue sull’allargamento ai Balcani

Il documento della Commissione europea sui (non) progressi dei sei candidati a entrare nell’Unione (Macedonia del Nord, Albania, Serbia, Montenegro, Bosnia Erzegovina e Kosovo) non è rilevante, perché la maggioranza degli Stati membri e delle loro opinioni pubbliche non è favorevole a nuovi ingressi

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Martedì 6 ottobre la Commissione europea ha pubblicato la comunicazione sulla politica di allargamento, contenente i report relativi ai progressi compiuti (e non) dai sei Stati candidati: i Balcani occidentali – Macedonia del Nord, Albania, Serbia, Montenegro, Bosnia Erzegovina e Kosovo – e la Turchia, sulla carta ancora considerata un futuro membro Ue.  

Ogni paese che aspiri a entrare nel blocco continentale è tenuto ad adeguare il proprio sistema normativo alla legislazione comunitaria (il cosiddetto acquis communautaire). Un processo tortuoso e complicato, in quanto il corpus normativo prodotto dall’Ue è in costante espansione e copre ormai un’ampia gamma di ambiti – dai diritti digitali alla pesca, passando per la politica energetica, le leggi sulla concorrenza o le norme che riguardano il mercato ortofrutticolo. 

La Commissione, nello specifico la Direzione Generale (DG) Allargamento, continua a monitorare l’andamento di questo processo di approssimazione, redige delle relazioni e ne emette delle valutazioni annuali, come quella pubblicata in questo caso. Questi documenti includono sia i giudizi formulati dai funzionari Ue che indicazioni pratiche per sopperire alle carenze individuate in ciascuno degli Stati candidati. 

Fin qui, grosso modo, la teoria. O, almeno, la parte di verità che Bruxelles può raccontare pubblicamente.  

Prima di addentrarsi nei dettagli di questo lungo report, è bene però richiamare anche l’altra parte, solitamente meno apprezzata da funzionari Ue ed europeisti incalliti.  

In questo momento la maggioranza degli Stati membri e delle loro opinioni pubbliche non è favorevole all’entrata di nuovi Stati. A fronte dei manifesti limiti dell’attuale funzionamento del blocco comunitario, tra cui la sempre più evidente difficoltà ad accordarsi su decisioni comuni (si veda la saga delle tardive sanzioni comminate alla Bielorussia), da più parti si ritiene prioritario anteporre la riforma dell’Ue alla sua espansione. Il presidente francese Emmanuel Macron è stato finora il più eloquente sostenitore di questa tesi e, pur nelle differenze su come e dove esattamente l’Ue vada migliorata, sono in molti a condividere la gerarchia di priorità definita dall’inquilino dell’Eliseo. 

Di conseguenze, è ormai un segreto di Pulcinella che, vista l’opposizione della maggioranza del Consiglio europeo, l’adesione di nuovi membri non dipenda davvero né dalla buona volontà della Commissione né tantomeno dagli effettivi progressi registrati nei paesi candidati. 

Bruxelles è l’auriga nel mito della biga alata del Fedro di Platone: deve dominare due spinte contrapposte per cercare di rimanere in equilibrio e muoversi – seppur lentamente – verso l’obiettivo. Ovvero, evitare che si creino le condizioni per l’entrata di nuovi membri a breve, opzione non gradita al Consiglio, e impedire che questo attendismo allontani del tutto i paesi candidati, spingendoli nelle braccia di potenze rivali (Russia, Cina, Turchia) o stimolandone derive eccessivamente autocratiche. 

In realtà questa stasi virtuosa soddisfa al momento tutte le parti in campo, escluso il segmento più genuinamente pro-Ue delle opinioni pubbliche balcaniche: la Commissione si risparmia gli strali degli Stati membri ostili all’allargamento; le élite al potere negli Stati candidati possono procrastinare l’effettiva adozione delle riforme richieste, alcune delle quali – potenziando lo Stato di diritto – potrebbero minare le loro basi di consenso; alla maggioranza della popolazione, che ha nella memoria recente i ruggenti anni ’90 (guerre intestine, pulizie etniche, collassi istituzionali, esodi di massa) si vende un accettabile livello base di stabilità e democrazia. 

L’autoritarismo competitivo individuato dal noto studioso della regione Florian Bieber è il custode ultimo dello status quo, attualmente considerato il male minore. L’esigenza di compenetrare queste due spinte contrapposte spiega il gergo sempre deliberatamente cerchiobottista e sovente vacuo cui ricorrono le autorità Ue nel commentare la situazione dei paesi candidati. 

Introducendo la comunicazione della settimana scorsa, Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza e Vicepresidente della Commissione europea, ha allora parlato di una «valutazione rigorosa» che evidenzia «i risultati conseguiti e il lavoro che resta da fare», mentre il collega Olivér Várhelyi, Commissario Ue per il Vicinato e l’allargamento, ha reiterato la necessità di valutazioni «rigorose ma eque». 

Non si tratta di mero equilibrismo diplomatico, ma del tentativo oggettivamente ambizioso di astenersi sempre da dichiarazioni troppo puntuali che andrebbero senza dubbio a infastidire qualcuno – o alcuni Stati membri o i paesi candidati, alternativamente. 

Anche in questo scenario, comunque, le osservazioni dei funzionari della DG Allargamento restano utili come indicazioni tendenzialmente valide e veritiere sulla situazione interna di questi Stati. 

Macedonia del Nord
La Macedonia del Nord esce indenne dal minuzioso scrutinio eurocratico. Gli esaminatori brussellesi descrivono un quadro quasi uniformemente positivo: dalla gestione della pandemia all’organizzazione delle elezioni del luglio scorso, passando per l’allineamento alla politica estera comunitaria e la trasparenza delle istituzioni, i macedoni incassano un plauso generalizzato.

Gli unici rimproveri arrivano in aree relativamente secondarie, come le riforme della tassazione del reddito e del sistema pensionistico, o il controllo esercitato dal parlamento sui servizi d’intelligence. Praticamente tutto il resto della sezione dedicata a questa repubblica post-jugoslava esprime generici richiami a proseguire sulla buona strada intrapresa. Skopje prima della classe. 

Albania
Anche dell’Albania si elogia «l’allineamento al 100% con la politica estera Ue», così come i passi avanti compiuti in tema riforma elettorale, dopo anni di ritardi e scontro tra maggioranza e opposizione. Anche altri storici vulnus del sistema albanese – la giustizia, la lotta a corruzione e crimine organizzato – sembrano in via di risanamento. Dati negativi, il limitato sviluppo del mercato finanziario e la protezione delle minoranze. Si sospende per ora il giudizio sulla nuova legge sui media – attualmente al vaglio della Commissione di Venezia. Non a pieni voti, ma Tirana promossa.  

Non è forse interamente un caso che questi due Stati, che hanno ricevuto l’ok per l’inizio dei colloqui di adesione solo lo scorso marzo, si siano meritati pagelle così buone questa volta. A breve verranno convocate le loro prime conferenze intergovernative, il passaggio ufficiale con cui Albania e Macedonia del Nord potranno iniziare a confrontarsi con i 27: per la Commissione era importante che almeno a questo passaggio simbolico gli ultimi due scolari arrivati in aula si presentassero con referenze decenti. Diversamente dai compagni.    

Serbia
Per la Serbia, il problema fondamentale resta la normalizzazione dei rapporti con il Kosovo, la conditio sine qua non per ottenere l’invito a unirsi al club Ue. Si segnala poi lo scarso avanzamento nell’ambito della riforma della giustizia e dei diritti fondamentali (capitolo 23) e un progresso solo contenuto nei campi giustizia, libertà e sicurezza (capitolo 24). Il potenziamento dello Stato di diritto procede troppo lentamente, specie in settori come l’indipendenza del potere giudiziario, la lotta alla corruzione, la libertà dei media, la punizione dei crimini di guerra, il contrasto al crimine organizzato. La relazione nota anche «l’assenza di una reale opposizione» e bacchetta lo scarso allineamento dei serbi alla politica estera Ue, nota specialità locale. Belgrado è brava, ma non si impegna. 

Montenegro
Il Montenegro riceve la medesima valutazione del vicino settentrionale per quanto riguarda i capitoli 23 e 24. La libertà d’espressione e l’indipendenza dei media rimangono ancora fonte di preoccupazione, così come l’alto grado di interferenza politica e i ritardi nelle nomine nelle istituzioni pubbliche che dovrebbero essere autonome. Implicitamente, il report ammonisce, inoltre, il nuovo governo – pieno di esponenti filorussi – a non deviare dal corso pro-Ue; critica la concessione di appartamenti e prestiti a condizioni favorevoli garantiti con fondi statali a funzionari impiegati nel settore giudiziario e in istituzioni indipendenti; invita a un maggior coinvolgimento della società civile.

In chiusura si sottolinea come la pandemia abbia esacerbato alcune carenze strutturali in campi come sanità pubblica, occupazione, protezione sociale e tutela delle attività imprenditoriali. Da pupillo indiscusso, Podgorica retrocede al banco in seconda fila. 

Bosnia Erzegovina
La Bosnia Erzegovina è il paese più fustigato dagli zelanti relatori della DG Allargamento. Primeggia il numero 14: sono le priorità chiave identificate dalla Commissione ormai diciotto mesi fa e non ancora affrontate compiutamente dalla Bosnia, e anche i mesi trascorsi tra le elezioni (ottobre 2018) e la nomina di un governo (dicembre 2019), guidato dal serbo-bosniaco Zoran Tegeltija. 

Tra le poche priorità effettivamente trattate dalla autorità bosniache la dichiarazione di incostituzionalità della pena di morte, prevista dall’articolo 11 della Costituzione della Repubblica serba (una delle tre entità amministrative che formano il paese); l’intesa politica che dovrebbe permettere l’organizzazione di elezioni municipali a Mostar per la prima volta dal 2008; l’adozione di una nuova strategia nazionale per perseguire i crimini di guerra.

I paragrafi restanti sono quasi soltanto esortazioni ad attuare riforme nei campi più disparati, tra cui la creazione di un’economia di mercato funzionante, il contrasto a crimine organizzato e corruzione, la cooperazione con le agenzie Ue (Frontex, Eurojust, Europol), l’esercizio del diritto di voto. Un limite sottolineato con particolare enfasi riguarda la creazione di un ambiente che incentivi la riconciliazione tra i vari gruppi nazionali, ancora ostacolata da pratiche come revisionismo, negazionismo del genocidio di Srebrenica e glorificazione di criminali di guerra. Sarajevo dietro la lavagna, stabilmente.  

Kosovo
Il Kosovo, infine, Stato nemmeno riconosciuto dalla totalità degli Stati Ue, si merita molto meno righe dei colleghi, sostanzialmente un riassunto degli eventi recenti (le elezioni dell’ottobre 2019, la crisi di governo dello scorso marzo, la rimozione della tariffe del 100% imposte a Serbia e Bosnia), abbinate a qualche generico invito (rafforzare il processo di riforma, rispettare gli accordi presi con la Serbia, ricalibrare il sistema di tassazione e lo Stato sociale). Pristina resta invisibile agli occhi di prof e compagni. 

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