Apocalittici e integratiQuali effetti avrebbe una hard Brexit sul Regno Unito, oltre i catastrofismi

Il libero scambio con l’eurozona decadrà il 1° gennaio del 2021: senza intesa, Londra tornerà ai termini della Organizzazione mondiale del commercio. I pescatori britannici faticherebbero a vendere in Europa, un mercato che vale il 75% dell’export ittico. A rischio anche farmaci, traffico aereo e servizi digitali

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Non è più una sitcom, ma un divorzio da serial televisivo. Dopo quattro anni la telenovela Brexit è arrivata alla fase degli avvocati. La Commissione europea ha intrapreso le vie legali contro il governo inglese, che intende violare il patto di recesso firmato nel 2019 con l’Ue, sottraendo l’Irlanda del Nord al mercato unico europeo con un disegno di legge, per ora non ancora approvato. Vista da Londra, l’annessione doganale è un’assicurazione sulla vita qualora naufragassero le trattative con Bruxelles. Secondo le ultime indiscrezioni il termine per chiudere un accordo commerciale slitterà da metà ottobre a metà novembre, ma a non muoversi è un’altra data: il 31 dicembre 2020 scade l’anno di transizione.

In questi giorni, il negoziatore europeo Michel Barnier è in missione per ammorbidire le richieste del blocco Ue sulla pesca, dossier difeso a oltranza dai i britannici. Dopo una prima telefonata, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e Boris Johnson hanno promesso di dialogare. Ma sullo sfondo rimangono due parole di un gergo che abbiamo imparato a conoscere in questi quattro anni: Hard Brexit. «Possiamo più che conviverci», ha assicurato il primo ministro Johnson ai microfoni della BBC. Nel corso degli anni, è stata descritta come l’apocalisse dal fronte europeista, oppure minimizzata come indolore dai Conservatori euroscettici, fino a chi, come Nigel Farage, l’ha apertamente invocata. In concreto, cosa succederebbe? 

Di recente, Politico.eu ha fatto il punto misurando su un barometro la gravità delle ripercussioni del no deal. A subire i contraccolpi più brutali sarebbero gli scambi mercantili e farmaceutici, ma ne risentirebbero anche il traffico aereo e il comparto digitale. Il libero scambio con l’eurozona decade il 1° gennaio del 2021: senza intesa, si torna ai termini dell’Organizzazione mondiale del commercio.

Il Regno Unito ha già definito le tariffe da applicare. Nello schema quasi metà dei prodotti (il 47%) è priva di dazi, mentre la tassa media è più bassa – 5,7% contro 7,2% – di quella applicata dall’Ue nella Tariffa doganale unica (Common External Tariff-CET), la stessa che colpirà le merci inglesi. La burocrazia in sovraccarico rallenterà le importazioni, soprattutto verso il Continente, anche perché per i primi sei mesi Londra prevede una moratoria sui dazi. 

Freneranno le catene di distribuzione, per esempio del cibo, con inevitabili aumenti dei prezzi nei negozi. Saranno entrambe le sponde a pagare, letteralmente, l’impasse. Non bastasse, cominceranno le ispezioni alle frontiere, con doppi documenti da compilare, ma ciò accadrebbe anche se il no deal venisse sventato. Una stima fotografa la congestione delle infrastrutture britanniche, non solo portuali: dopo lo sbarco, due giorni di code lunghe 7mila autotreni.

I ritardi nell’approvvigionamento diventano critici quando si parla di medicine. I dazi possono colpire alcuni componenti e, senza un accordo reciproco sulla produzione e sulle formule, si rischia di aspettare un farmaco dalle quattro alle sei settimane, o più se venisse ritestato.

Resterebbe sospesa l’Irlanda del Nord, dove i nuovi medicinali made-in-Ue potranno entrare legalmente ma verranno vagliati dall’agenzia britannica, la MHRA, che potrebbe bloccarli. Nel dubbio, le aziende stanno facendo scorte. 

A proposito delle sei contee nordirlandesi, l’intelligence ha appena ammesso di non potersi permettere il ritorno a un confine fra le due Irlande. La prevenzione antiterrorismo a Belfast e dintorni costa all’MI5 il 20% del budget e una commissione di Westminster ha riconosciuto che quello stanziamento non andrà toccato negli anni a venire. Tradotto: un problema di sicurezza c’è, in una terra già insanguinata dalle faide degli scorsi decenni

Per il trasporto aereo potrebbe esserci uno scenario limite in caso di Hard Brexit. In assenza di contromisure adeguate, cesserebbero i voli tra il continente e il Regno Unito. Le compagnie britanniche non sarebbero sotto la supervisione comunitaria (dell’Easa) e le loro licenze, come quelle dei piloti, smetterebbero d’essere valide. Va detto che in passato Londra e Bruxelles avevano pianificato di consentire lo stesso i voli, sia cargo sia passeggeri, però oggi duellano sull’aria per quanto riguarda gli aiuti di Stato. 

Una conseguenza tangibile, perché pecuniaria, del no deal sarebbe la fine del roaming gratuito. Un salto indietro nel tempo, all’epoca della corsa al free WiFi all’estero o della navigazione web contingentata. Un problema concreto per i turisti inglesi nel Continente, e per i viaggiatori europei nel Regno Unito. Manca ancora un accordo sullo scambio di dati con il continente: se non risolto, il muro cibernetico danneggerebbe le banche quanto la digital economy

Sulla pesca è battaglia navale. È uno dei punti su cui le delegazioni non riescono a firmare una tregua. I pescherecci europei verrebbero tagliati fuori dalle acque della Regina, da dove proviene il 42% del pescato del loro pescato. Stati costieri come Paesi Bassi e Belgio dovrebbero sfoltire gli equipaggi con 6mila licenziamenti. A loro volta, le flotte britanniche faticherebbero a vendere in Europa, un mercato che vale il 75% dell’export ittico. La soluzione sarebbero le quote di pescato, ma non sono semplici né veloci da quantificare. 

Nel settore finanziario, scrive Wall Street Italia, sinora sono stati trasferiti 7.500 posti di lavoro e rilocati asset per 1,3 trilioni di sterline. Per esempio, come ricapitola Bloomberg, JPMorgan ha spostato asset per 230 miliardi di dollari nel quartier generale di Francoforte: è un decimo della sua potenza di fuoco su scala mondiale. Morgan Stanley cerca una nuova sede, più piccola. Anche se c’è ottimismo sulla tenuta globale, il primato della city è in discussione.  

Nel frattempo, la ricerca – ambito «poliglotta» per definizione – ha perso peso internazionale, assieme alla reputazione che gli inglesi attribuiscono al loro Paese. Si sono dimezzati i partner nell’eurozona rispetto al 2016, mentre gli atenei cercano di compensare l’emorragia di studenti europei offrendo sconti. Per colpa di Brexit, il Regno Unito non potrà candidarsi per un nuovo centro di studi sul clima, nonostante Reading ne ospitasse il principale da 45 anni. 

Dalle patenti di guida da convertire per gli inglesi che vivono in Europa alla stretta sulla libertà di movimento con visti e barriere all’ingresso (bocciate alla Camera dei Lord), fino alla sicurezza nazionale, depotenziata dal mancato accesso ai database dell’Europol, sono innumerevoli le esternalità sulla vita quotidiana della gente. Non è millenarismo: il Regno Unito pagherebbe più dell’Ue una hard Brexit, ma la rottura non sarebbe soft neppure per gli Stati membri. 

Per questo va evitata. Risale a 26 anni fa il titolo del Sun sul divieto, attribuito ai «burocrati di Bruxelles», di vendere banane troppo curve, poi diventato un classico degli agit-prop euroscettici. La regolamentazione, non un bando, fu spinta da lobbisti e dalla Francia, mentre gli inglesi rinunciarono a incidervi, salvo indignarsi a cose fatte. Il no deal non è come lo prospettano quegli stessi tabloid: a non cambiare saranno solo le loro menzogne.   

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