Partito TaxiConte non ha più bisogno dei Cinquestelle per restare nella giostra della politica

La piattaforma Rousseau è stata sostituita dalla piattaforma Travaglio e il frontman è il presidente del Consiglio. Grazie a Di Maio può incassare il biglietto della lotteria da 209 miliardi che l'Europa ha staccato per l'Italia 

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C’è stato un momento in cui Giuseppe Conte ha accarezzato l’idea di diventare il leader del Movimento Cinque Stelle. Sembra passato un secolo eppure era solo il giugno scorso quando decine di parlamentari M5S lo spingevano a questo passo, complici anche i sondaggi commissionati da Palazzo Chigi a Nando Pagnoncelli. Tre mesi dopo, il solo sussurrare dalle parti di Conte l’acronimo del gruppo parlamentare grillino fa lo stesso effetto dell’aglio per Dracula.

Nel marasma che attraversa il Movimento manca una voce, un posizionamento chiaro e netto: quello di Conte, per tacere di Grillo. Il loro interlocutore è Luigi Di Maio, l’unico che può – per statuto e per peso politico – discutere alla pari con Davide Casaleggio, il proprietario del Movimento. L’unico a poter gestire la rissa nel gruppo parlamentare dove secondo alcune indiscrezioni riportate da Elena Polidori sul QN «si starebbe già pensando ad un nuovo simbolo» dopo il distacco da Rousseau.

Ma se Grillo alla fine è una creatura del sistema Casaleggio, per Conte la storia del silenzio è diversa.

Il presidente del Consiglio Conte non ha mai amato Davide Casaleggio. Lo ha temuto e lo ha sfidato sulla TAV e sugli assetti della comunicazione grillina, minandone l’autorità. L’ultima volta che i due si sono visti non è stata una passeggiata.

Era il 7 luglio scorso e Conte manifestò a Di Maio tutta la sua irritazione dopo le tre ore di colloquio imposte dall’imprenditore milanese a Palazzo Chigi.

Assente perché non invitato, agli Stati generali dell’Economia promossi da Palazzo Chigi, Casaleggio volle portare a ogni costo a Conte il suo piano di rilancio per l’Italia. L’obiettivo era far capire chi era il padrone. Il figlio di Gianroberto mostrò così a tutti la sua debolezza. E le mosse successive lo raccontano bene.

Per saldare l’asse con il Partito democratico e blindarsi a Palazzo Chigi, Conte dovette affidarsi a Di Maio che da quel momento da critico dell’alleanza con il Pd ne sarebbe diventato il più fedele promoter.

Casaleggio invece puntò tutte le sue carte su Alessandro Di Battista futuro leader. Mossa perdente.

Conte tace dunque per un semplice, banale, motivo che è la sua stella polare: galleggiare, appoggiandosi ora a una boa ora all’altra. Sovranista e populista ai tempi del leghismo a cinque stelle, europeista e punto di riferimento progressista adesso.

L’analisi contiana è questa: il M5S non è più un brand di successo, la sua è una crisi di mission anche legata a fattori internazionali. La risacca del Movimento potrebbe colpire anche lui.

Non c’è alcuno spazio per le rivendicazioni folkloristiche di Di Battista, non c’è all’orizzonte l’Europa matrigna, né le visioni pan-tecnologiche di un modesto programmatore informatico a poter gonfiare le vele di un secondo “tsunami”. Quella storia è finita. La piattaforma Rousseau è stata sostituita dalla “piattaforma Travaglio” e il frontman è Conte.

Il Movimento Cinque Stelle per Conte, come per tutti gli altri, è stato un taxi e ora è il momento dello stop, della discesa. L’ala governista incarnata da Di Maio è quella che può permettergli l’ennesimo giro di giostra, l’ennesimo biglietto della lotteria da 209 miliardi che l’Europa ha staccato per l’Italia. 

Conte sa che sul tavolo è stata anche poggiata una pistola, forse carica o forse no. Le cartucce sarebbero quei senatori stellati – c’è chi dice 5 chi invece 13 – che potrebbero far mancare il loro appoggio proprio nel Senato dove il Governo ha numeri assai risicati. Certo, nessuno immagina che una pattuglia di parlamentari, vicini a Casaleggio, possa mai aver il coraggio di far cadere il governo, ma ciò che preoccupa gli osservatori più navigati è quella sensazione di sfaldamento, di implosione della maggioranza frutto del clima introdotto dal taglio dei parlamentari. Chiamatelo, se volete, senso di inutilità che potrebbe innescare un effetto pericoloso. D’altronde, sarebbe mai immaginabile che Conte, con Di Maio e Zingaretti, chieda a Forza Italia una manciata di voti al Senato? Il post-Covid potrebbe mai regalarci una maggioranza da Grillo a Berlusconi?

Ora, Casaleggio potrà anche vincere la battaglia con i riottosi, con quelli che il padre chiamava «i miei avatar in carne e ossa». Ma di certo non potrà cacciarli tutti e di certo il pallino, politicamente parlando, non è più nelle sue mani.

Alla fine, la “Supernova grillina”, questa partita feroce e comica a cui si assiste, ha in ballo il ritorno alla vita reale di Roberta Lombardi o Paola Taverna. Non riguarda Conte e non segnerà la sua fine o l’ennesimo inizio. Ma è lo specchio della politica italiana: velocissima eppur immobile. Forse inutile.  Di certo provinciale.

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