Cavallo di trojanInvece di fare la morale agli italiani, il governo dovrebbe spiegare le ragioni e gli obiettivi della sua strategia anti-Covid

Oltre il rumore mediatico, i numeri mostrano l’incoerenza tra il pericolo della movida, che pure esiste, e quello infinitamente peggiore di un sistema di vigilanza che traccia male, testa peggio e non isola nessuno, ma chiude in casa i positivi e i familiari in quarantena obbligatoria, lasciandoli a contagiarsi l’un l’altro

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In un mondo politicamente ideale, che oggi in Italia si può solo rimpiangere e neppure vagheggiare come possibilità almeno teoricamente concreta, la gravità di una situazione, di un fenomeno o di un problema esigerebbe nei rappresentanti delle istituzioni un supplemento di quella gravitas che già i romani identificavano come una indispensabile virtù civile e nel mondo pre-social, anche a fronte della secolarizzazione e desacralizzazione del potere, era un attributo essenziale dell’esercizio della sovranità democratica, della sua realtà istituzionale e della sua rappresentazione pubblica.

Gravitas come responsabilità e come onore, nel senso della dignità e non della distinzione o di una pretesa eccezionalità.

Nel mondo assurdo della demopatia da impazzimento pandemico, in cui il presidente degli Stati Uniti sembra un Generale Pappalardo che ce l’ha fatta e qualunque follia o verità alternativa trova adepti e interpreti di vaglia, pure con curriculum prestigiosi, non c’è invece da stupirsi che in Italia, per converso, la “guerra al Covid” sia diventata una recitazione scadente di fervorini moralistici.

Un circo permanente dove domatori di esseri umani, equilibristi sul filo del nonsense e clown del senso comune impartiscono al popolo lezioni di vita e di salute e moralità pubblica, mentre stimati uomini di scienza offrono copertura e conforto a politici da baraccone, che straparlano di movida e di altri voluttuosi e colpevoli assembramenti e il ministro della Sanità si presenta in tv ad annunciare la pronta repressione, previa delazione delle “feste private”.

Al momento, sul punto, il Dpcm licenziato il 13 ottobre si è limitato a esprimere la forte raccomandazione «con riguardo alle abitazioni private, di evitare feste», stabilendo invece il divieto di organizzare feste in luoghi pubblici o aperti al pubblico.

Feste. Ma che vuol dire feste? Intanto, l’Italia fa meno tamponi di quanto dovrebbe e molti meno di quei paesi di cui saremmo addirittura il “modello” e, per i ritardi accumulati nella gestione commissariale e imperiale di Arcuri nell’attesa della “seconda ondata”, nel frattempo arrivata, rischia di perdere di nuovo in bandolo della matassa del contagio e di rifugiarsi nel lockdown per assenza di alternative.

A venirne ingigantita è la sproporzione e l’incoerenza tra il pericolo da movida, che pure esiste, e quello infinitamente peggiore di un sistema di vigilanza che traccia male, testa peggio e non isola nessuno, ma chiude in casa i positivi e i familiari in quarantena obbligatoria, lasciandoli a contagiarsi l’un l’altro.

Perché questo salta fuori estraendo dal rumore di fondo mediatico i numeri ufficiali del ministero della Sanità. Secondo l’ultimo report settimanale (28 settembre-4 ottobre) aumentano i focolai attivi e aumentano ulteriormente quelli di tipo domiciliare/familiare. Sono il 77,6 per cento. I focolai legati ad attività ricreative sono ancora in discesa: 4,1 per cento.

Ovviamente questo non significa che gli eventi ricreativi non vadano tenuti sotto controllo, perché ciascuno può provocare svariati contagi, ma è di palmare evidenza che la trasmissione del Covid continua ad avvenire innanzitutto in casa e nella vita quotidiana delle famiglie e non dipende dal clima più o meno festoso della loro socialità.

Sarebbe troppo laico, troppo poco scientifico, troppo poco vibrante di buone intenzioni ammettere che il Covid marcia di nuovo spedito in Italia e nel mondo perché è difficile e in alcuni casi impossibile realizzare strategie di contenimento del contagio e di isolamento dei contagiati e perché i governi fanno errori, a volte rimediabili e a volte inescusabili. No, bisogna “moralizzare” il discorso, cioè renderlo ideologico.

Così oramai in Italia il Covid è colpa della movida, come l’Aids era colpa del disordine morale degli omosessuali. La malattia torna a essere il riflesso di una libertà peccaminosa e il pretesto per rimetterla in riga.

In questo modo la guerra al Covid è diventata una messa cantata penitenziale e delle regole si rivendica una funzione edificante e perfino apertamente rieducativa, come a marzo-aprile, quando si moriva nelle Rsa come mosche per assenza di presidi igienici elementari e i capipopolo di destra e di sinistra proclamavano il valore “esemplare” delle regole anti-jogging («Chi vuole correre vada a visitare una terapia intensiva!», che è la versione salutistica del «In un momento come questo lo ius soli è un’offesa agli italiani che soffrono»).

E ovviamente essendo tutti presi a fare la morale e la conta dei “disubbidienti”, non c’è nessuno che discuta dei numeri veri e rilevanti, quelli che riflettono le scelte pubbliche e le loro conseguenze, dove arrivi la fatalità della malattia e dove l’errore della strategia.

La gravitas, in questa tempesta che attraversa il mondo e lo affligge nel suo corpo collettivo, esigerebbe una autentica forza della verità, un’etica dell’incertezza, una consapevolezza della provvisorietà di tutte le decisioni e di tutti gli effetti e in fondo – cosa in politica sempre benefica – una vera coscienza della natura fallibile del sapere umano e del potere da questo sapere assistito.

La gravitas è senso delle proporzioni e delle relazioni tra le cause e gli effetti, quindi anche tra le regole e gli obiettivi che le regole dovrebbero servire a raggiungere, tra cui non va annoverato la costruzione di un homo novus pandemicamente corretto.

La gravitas, in un Paese come l’Italia, in cui l’inclinazione all’indisciplina e la pretesa di sorveglianza sono due caratteri solo apparentemente opposti, esigerebbe insomma che ministri e scienziati la smettessero di fare gli istitutori dei cittadini e i cacciatori di untori e raccontassero la malattia per quella che è, come una sfiga planetaria che potrebbe avere i mesi davvero contati, dopo aver mietuto purtroppo tantissimi morti, ma non la maledizione del cielo e tanto meno la punizione per gli eccessi della libertà umana.

Poi si possono fare i lockdown, in assenza di alternative, comprensivi pure dell’autoreclusione domiciliare, si può fare tutto o quasi, ma sapendo che cosa si sta facendo e perché, con una contabilità precisa e pubblica dei costi e dei vantaggi e delle responsabilità di tutto quello che avviene.

I grandi disastri e le grandi sventure, cioè tutte le pesti reali e figurate, sono sempre un’occasione ghiotta per gli impresari del millenarismo ideologico, per i Savonarola del trasformismo, per i depistatori della democrazia e per gli spregiatori di una società troppo aperta, troppo libera, troppo poco “controllata”, troppo rispettosa di un’etica pubblica fondata sui diritti individuali e non sulla collettivizzazione morale del popolo, dei suoi valori e dei suoi stili di vita.

È fondato il rischio che questa tempesta alla fine faccia più male alla democrazia e allo Stato di diritto che alla salute dell’umanità. Non lo dice Trump, ma Vargas Llosa. E di fronte a questo rischio di “cinesizzazione” della politica, che è grave, si fa ancora più grave la leggerezza, cioè l’assenza di gravitas, di onore e di responsabilità di politici che potrebbero tranquillamente, alla bisogna, proporre pure un trojan nel cellulare di ogni cittadino per sorvegliarne, in presa diretta, l’osservanza al divieto di “feste private”. La versione pandemica dell’intercettateci tutti.

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