LoopdownPer evitare la terza ondata dovremo accettare che un metro è un metro, anche in autobus o al bar

C’è stato un breve periodo in cui sugli autobus come nei locali pubblici i posti erano tutti sfalsati e distanziati. Dopodiché il governo, non riuscendo a risolvere i problemi, ha deciso di adattare le misure di sicurezza alle esigenze pratiche, invece del contrario

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Ci sono ormai pochi dubbi sul fatto che da giugno a oggi abbiamo sperperato il frutto di tutti i sacrifici fatti durante il lockdown. E ancor meno sul fatto che, conseguentemente, a breve ci toccherà ricominciare da capo. Anzi, a rigore, più aspettiamo e peggio sarà, almeno in certe zone d’Italia; ma più aspettiamo e più è probabile che tali zone corrispondano di fatto a tutta l’Italia.

Detto questo, e sperando che non si perda altro tempo nel prendere le decisioni necessarie a evitare il peggio, o quanto meno il peggio del peggio, è inutile piangere sul latte versato. Semmai, sarebbe il caso di provare a imparare qualcosa dagli errori compiuti, per evitare che al termine della nuova e durissima fase di restrizioni che ci aspetta, oltretutto, ci tocchi pure ricominciare il giro da capo, ancora una volta, dalla sottovalutazione al panico, con una nuova ondata di contagi, conseguenti lockdown e così via all’infinito, in un loop che forse solo con l’arrivo e la completa diffusione del vaccino si potrà interrompere.

Per quanto riguarda gli errori commessi sul tracciamento, dalla tragedia dei tamponi alla farsa dell’app Immuni, ho già scritto qui tutto quello che avevo da dire, e del resto anche su questo, salvo un residuale gruppetto di picchiatori di mezza età un tempo dediti al giornalismo, il consenso è ormai larghissimo.

C’è però a mio giudizio un errore di fondo, legato a responsabilità diffuse, che dobbiamo adesso mettere a fuoco, se davvero vogliamo avere qualche speranza di uscire dal circolo vizioso in cui ci troviamo. In poche parole: dobbiamo smetterla di prenderci per il culo.

Dobbiamo ripartire dai fondamentali, ad esempio riconoscendo il fatto che un metro resta sempre un metro, ovunque ci troviamo. Per quanto ad alcuni ministri possa apparire strano, non c’è nessuna curvatura dello spazio-tempo, nessuna sovrapposizione quantistica, nessuna misteriosa alterazione delle leggi della fisica che intervenga a cambiare questo dato nel momento in cui varchiamo la soglia di un ristorante, saliamo su un autobus o prendiamo la metropolitana.

Se ci pensate, c’è stato un brevissimo periodo – la famosa «fase 2» – in cui il governo ha provato a indicare regole più stringenti. E per un po’ ha quasi funzionato. Nei locali i posti a uno stesso tavolo erano sfalsati e debitamente distanziati – ricordate? – e qualcosa del genere si faceva anche sui trasporti pubblici (ovviamente con mille problemi e contraddizioni, ma era evidente lo sforzo di adeguarsi alla nuova situazione da parte di tutti, anche con sacrifici e ulteriori investimenti in una fase già tremendamente difficile). Il guaio è che è durato pochissimo. Un attimo dopo, si è deciso che i posti a tavola potevano tornare esattamente come prima (si è deciso piuttosto di distanziare i tavoli, e poi di limitare il numero dei commensali, che è un altro discorso), e lo stesso si è fatto con quasi tutto il resto: ecco, a mio parere, quello è l’esatto momento in cui le cose hanno cominciato ad andare in malora.

Senza che nessuno ci facesse nemmeno troppo caso, a un certo punto si è deciso che per qualche misteriosa ragione, puntualmente corroborata dagli studi statistico-epidemiologici dell’Università Don Abbondio di Vattelappesca, esibiti in tv dal ministro di turno con il consueto latinorum giuridico-virologico, potevamo accalcarci sui mezzi di trasporto come se niente fosse, potevamo riempire le scuole a piacimento senza nemmeno misurare la febbre all’ingresso con il termoscanner e potevamo pure sederci a tavola a pochi centimetri di distanza l’uno dall’altro (ovviamente senza nemmeno la mascherina).

In sostanza, quando seguire le norme si è rivelato troppo complicato, faticoso e soprattutto impopolare, il governo ha deciso che, non potendo rimangiarsi le regole e non volendole applicare sul serio, le avremmo interpretate, ovviamente a seconda dei contesti. E quando la realtà si è dimostrata troppo testarda, anche di fronte alle interpretazioni più creative, è stato capace di riscrivere persino le leggi della fisica (in particolare con la teoria delle cinque persone per metro quadro sui mezzi pubblici che sarebbero state perfettamente in linea con i protocolli di sicurezza).

Ecco la vera caratteristica del modello italiano: negare anche l’evidenza, pensando solo a come rinviare qualsiasi problema spinoso fino alla settimana, al mese o alla legislatura successiva, nella speranza che nel frattempo le cose si sistemino da sole, per poi ritrovarsi sempre al punto di partenza, senza altra scelta salvo quella di chiudere tutto e ricominciare da capo. Il loopdown.

Se vogliamo uscirne davvero, una volta riabbassata la curva con altre dolorosissime chiusure e restrizioni ormai, temo, inevitabili, dovremo tutti quanti cominciare ad accettare anche le verità che non ci piacciono e che non vogliamo sentirci dire.

In questo rifiuto, va detto, c’è stata finora una non rassicurante affinità tra il comportamento del governo e quello dei cittadini. Prendete ad esempio l’app Immuni: per quante critiche si possano fare a come è stata progettata e pubblicizzata – alcune migliaia, e tutte sacrosante – nessuna giustifica il fatto che a scaricarla siano stati appena nove milioni e mezzo di italiani.

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