Sensitivity screeningL’epoca in cui la censura si chiama sensibilità e il dissenso si liquida con «fa cagare»

Il New York Times ospita una critica di un suo editorialista di destra, premio Pulitzer, al lavoro di un’altra editorialista di sinistra e premio Pulitzer, ma il sindacato dei giornalisti si stupisce che possa esistere qualcuno con idee diverse dalle sue e addirittura che il giornale decida di dargli spazio

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In un mondo ideale, non stareste leggendo quest’articolo. Non senza scremature, almeno.

In un mondo ideale qualcuno – non è chiarissimo chi, forse l’ultima fascia sociale, l’unica della cui sensibilità decidiamo di fottercene: le ancelle della Gilead in cui viviamo – avrebbe letto quest’articolo prima e vi direbbe di non leggerlo, o di prepararvi a esserne feriti, o di leggerlo solo se avete certi traumi infantili ma non certi altri.

Si chiama sensitivity screening, è una pratica che vige da un po’ nell’editoria americana, e come ve l’ho messa giù io è una descrizione edulcorata: il lettore interno che valuta un testo e il suo essere urticante per alcuni lettori non si limita a suggerire avvertenze per i lettori sensibili; il suo compito è dire all’editore di non pubblicarlo proprio, quel testo.

Adesso, il sensitivity screening lo reclamano anche al New York Times, ed è un po’ colpa di Bret Stephens.

Bret Stephens è di destra. Potrei dirvi che qualche anno fa ha vinto un Pulitzer, che è ebreo, che ha un’immagine pubblica non simpaticissima, ma tutto questo è irrilevante. L’unica cosa che conta, nel tempo scemo che abitiamo, è che l’esistenza di gente che non la pensi come noi ci offende, e quindi i giornalisti del New York Times sono perlopiù increduli e offesi che uno di destra sia, santo cielo, un editorialista del loro stesso giornale. Era successo lo stesso con Bari Weiss, forse ve ne ricordate.

Per capire l’ultima increspatura della dittatura della fragilità, tocca riassumere cos’è successo l’anno scorso.

Il New York Times pubblicò uno speciale intitolato 1619. Era costituito da una serie d’articoli curati da Nikole Hannah-Jones, una giornalista che si era sempre occupata della questione razziale e che aveva un’ambizione non piccina: reinquadrare la storia americana ponendo lo schiavismo come gesto fondativo.

L’anno della nascita della nazione, era la tesi, non è il 1776 (la dichiarazione d’indipendenza), ma il 1619, l’anno in cui arriva (dall’Angola, in Virgina) la prima nave che porta i primi africani ridotti in schiavitù.

Hannah-Jones vince il Pulitzer, il suo già non amabilissimo profilo pubblico (io in confronto sono umile) assume dei toni da delirio di onnipotenza, e, com’è caratteristica di questo tempo, ogni dibattito di idee sul tema diventa impossibile: ci si divide in amici e nemici.

Gli storici che criticano alcuni degli assunti di 1619 (uno di essi a sua volta premio Pulitzer) sono nemici; chi propone di adottarlo come testo scolastico è amico.

Naturalmente c’è un ricatto di fondo: se critichi 1619 sei razzista. “Razzista” e “transfobica” sono due aggettivi che, nella scuolamedizzazione cui si è ridotto il confronto tra idee, vengono buttati lì con la disinvoltura con cui, in epoche meno scellerate, si sarebbe detto «questo taglio di capelli non ti sta benissimo», ma di questo si occuperanno gli storici tra cent’anni, è inutile tentarne un’analisi serena adesso.

Adesso siamo allo scorso weekend, quando a Stephens – figura speculare a quella di Hannah-Jones, e quindi in minoranza rispetto alle divisioni ideologiche del Nyt, e quindi senza diritto di esistere nello spirito polarizzato che ormai ci ha compenetrati tutti – viene concessa un’intera pagina, nella sezione culturale del giornale, per fare quel che fa del Nyt un grande giornale.

Non sei un grande giornale se metti su un’inchiesta che vince un Pulitzer; sei un grande giornale se sei abbastanza sicuro di te da, quando qualcuno pensa che quella tesi fosse una stronzata e che il Pulitzer non la faccia essere meno tale, concedergli spazio per argomentare le sue critiche.

Stephens fa, in un pezzo che comincia con gran lodi a 1619 e al suo patriottismo, alcune cose imperdonabili per il tempo che abitiamo e per i sacerdoti dello stare dalla parte giusta.

Innanzitutto dice che il giornalismo è al suo meglio quando scrive delle verità con la v minuscola. Cioè: invita a prenderla bassa. Un’istanza inaccettabile in un tempo la cui ideologia è quella d’attaccarsi alle tende proclamando qualunque suscettibilità rilevantissima, qualunque ferita gravissima, qualunque idea troppo (troppi bianchi, troppi maschi) o non abbastanza (non abbastanza negazione delle biologia, non abbastanza estremismo politico, non abbastanza richieste liceali quali togliere i soldi in bilancio per finanziare la polizia: cosa potrà mai andar storto).

Poi, porta sul Nyt – nelle pagine domenicali lette dalla borghesia dei giusti di Manhattan – una controversia che finora era rimasta in rete, e che quindi ufficialmente non esisteva. Le affermazioni più estreme di 1619 – per esempio quella in cui si asseriva che i colonizzatori avevano voluto l’indipendenza dagli inglesi solo per poter continuare ad avere schiavi – sono di recente state corrette nelle versioni on line del progetto.

Cambiare qualcosa senza dichiararlo è considerata scorrettezza gravissima nell’etica giornalistica americana (se vedessero i giornali italiani, gli piglierebbe un colpo).

Mette in fila gli storici che nell’ultimo anno hanno detto che no, non è andata come si dice lì, non è vero che nessun bianco ha combattuto lo schiavismo, e – senza mai usare l’espressione “ideologico” – dice quel che è 1619: «Una tesi che cerca prove a sostegno, e non viceversa».

Hannah-Jones ha sempre negato, da quando la controversia è cominciata, che in 1619 si dicesse che loro consideravano davvero quella la nascita della nazione, che era chiaramente una metafora. Stephens si mette lì e le ricopia il testo originale e quello modificato, tipo marito cornuto che quando neghi l’evidenza ti sventaglia le foto in cui sei a letto con un altro.

Cosa puoi fare, a quel punto? Se sei un lemming continui a negare l’evidenza, se hai un po’ d’istinto di conservazione taci. Nel momento in cui scrivo, Nikole Hannah-Jones non twitta da due giorni. Che, per una abituata a prendere a male parole tutti i suoi critici, è eloquente.

Al posto suo, si è espresso il sindacato. Il New York Times Guild, sindacato che dichiara milleduecento iscritti, è quello che a luglio aveva chiesto le sensitivity read, le letture preventive che avrebbero impedito l’esistenza d’un articolo offensivo come quello di Stephens, uno che osa non pensarla come loro (non è favoloso che, dopo decenni in cui abbiamo cianciato di “censura” a proposito d’ogni minima scelta editoriale, ora, quando qualcuno propone davvero la censura, lo possa fare chiamandola “sensibilità”?).

Domenica sera il sindacato ha pubblicato un tweet – poi cancellato e sostituito da un tweet che diceva che il precedente era stato «pubblicato per errore», qualunque cosa significhi – in cui s’indignava perché «un’organizzazione infrange le sue stesse regole e se la prende con uno dei suoi». Cioè: osa pubblicare punti di vista diversi.

Il tweet era grandemente sgrammaticato, e tutte le critiche si sono concentrate sui limiti ortografici di chiunque l’avesse scritto, ma io ho trovato interessante soprattutto la frase finale, quella ortograficamente corretta e lessicalmente illuminante.

Per dire il loro dissenso dall’articolo di Stephens e dalla scelta di pubblicarlo, i sindacalisti del New York Times, gente adulta che lavora con le parole e che dovrebbe avere un minimo di sapienza dialettica, usa l’espressione «it reeks». Se curassi l’adattamento in italiano della loro prosa, io tradurrei «fa cagare». Ve l’avevo detto: il problema non sono più la sinistra e la destra, le divergenze d’opinioni e l’identità culturale; il problema è la scuolamedizzazione degli adulti.

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