Il ritmo del melting potGangster, fascisti, musica classica e jazz: nel noir di Leveratto la vera protagonista è New York

Pubblicato da Sellerio, “Il silenzio alla fine” è un giallo ambientato nella Grande Mela degli anni ’30, dove improbabili inviati dal regime di Mussolini mettono in moto un piano strampalato ai danni di un direttore d’orchestra

ACME / AFP

Il direttore d’orchestra austriaco contro quello di origine italiana. L’incrocio con lo sprovveduto spione, camerata antemarcia, mandato in America dal regime fascista per levarselo dai piedi che altro. E poi il classico impresario che bada ai soldi, l’agente dell’FBI, cantanti e musicisti dai bassifondi mescolati a faccendieri di varia origine ed estrazione.

Con questi ingredienti il musicista jazz Pietro Leveratto imbastisce “Il silenzio alla fine” (Sellerio) il suo primo romanzo – un noir – in cui si diverte a far camminare i suoi personaggi lungo le strade sporche e frenetiche della New York di inizio anni ’30.

Sono gli anni della Depressione, del proibizionismo, del rapimento del piccolo Lindbergh e degli speakeasy, i locali clandestini dove si beveva di nascosto. Sono soprattutto gli anni finali dello swing, del jazz, i ritmi che hanno riempito l’aria e che sono ormai diventati mainstream.

«L’inferno di un musicista sarà certamente un luogo silenzioso», fa dire a David Weissman, il direttore d’orchestra austriaco, uno dei protagonisti. La Grande Mela senza dubbio non lo è.

Ma il primo a farsi travolgere dalle atmosfere americane sarà Gaspare Tiralongo, fascista “purista” e indomito seccatore, incaricato da Mussolini (stufo delle sue richieste) di dare una controllata alle sezioni del partito americane in una missione. Comunque un onore, anche se: «oltreoceano la camicia nera era quasi sempre indossata da gentaglia».

Sarà anche lui a far scattare il meccanismo del romanzo, non appena viene a sapere che Andrea Bergallo, l’altro direttore d’orchestra del romanzo, a capo del Metropolitan, era anti-fascista e nemico dichiarato di Mussolini. Cosa imperdonabile, per un’Italia appena umiliata dal volo su Roma di Lauro De Bosis e oltremodo incredibile per un direttore d’orchestra, figura simbolo di ordine, disciplina, comando e autorità.

Tiralongo «si chiedeva perché un uomo che avrebbe potuto incarnare l’essenza più pura della rivoluzione fascista si era rifiutato di essere alleato, forse addirittura amico, del Duce del fascismo. Doveva assolutamente parlare con lui, costringerlo a tornare sui suoi passi».

Dal suo piano strampalato, che coinvolge piccoli e medi faccendieri del sottobosco newyorchese, italo-americani, cinesi, ebrei, si dipana tutta la trama, che è un messaggio su quanto siano pericolosi gli incompetenti – in particolare i puristi e fanatici (anche se li si manda lontano, come dei Di Battista ante-litteram) – ed è anche un ottimo pretesto per calarsi in una atmosfera del passato.

Sono i palcoscenici dell’opera, le invidie e gelosie degli artisti, i dettagli delle partiture, le nuove invenzioni, i locali di Harlem: «Lo Sugar Cane era anche la meta abituale dei musicisti che lavoravano nelle band di musica straight, nei ballrooms o che erano impegnati nella buca dell’orchestra per qualche produzione teatrale. Arrivavano a piccoli gruppi, magari direttamente dalla Broadway, per bersi l’ultimo bicchiere, fare due chiacchiere. Ma avevano dietro i loro strumenti e finivano sempre per dare vita a una jam session».

Intorno a loro, una fitta umanità di approfittatori, mezzi ubriaconi e gente di belle speranze arrivata da ogni dove in cerca di fortuna. Come la cameriera che viene dall’Alabama, che ospiterà per una notte alla “Doppio Sogno” il cuore spezzato di Weissman,

Ecco, come lei, alla fine sono tutti lì: «James Palamara osservava le persone che aveva convocato nell’ufficio: l’ebreo austriaco, il prussiano cosmopolita, il napoletano di padre ignoto e lui, il greco-casertano-irlandese. Per non dire di tutti quelli che avrebbero avuto il diritto di esserci, quel disgraziato di direttore d’orchestra nato da qualche parte dell’Italia del nord e i tre responsabili materiali del delitto, il siciliano che era stato tentato dalla strada più breve verso il sogno americano, il cinese originario della regione del Fujian e quel suo concittadino di Newark, che prima di essere un gangster era stato un bambino pelle e ossa, approdato negli Stati Uniti da chissà quale shtetl della Zona di residenza, la regione ghetto che dal Baltico arrivava al Mar Nero e nella quale gli askenaziti erano costretti dai tempi, e per volontà, di Caterina II di Russia». E in quella stanza da melting pot universale, c’è anche ogni lettore.

Più che un giallo è un viaggio, più che una lettura, un bagno in una dimensione lontana. Il periodo i cui l’Italia di cartapesta del regime fascista conviveva con le grandiose spettacolarità del Nuovo Mondo. Sono i contrasti, dove ogni cosa si aggiunge alle altre e quello che ne risulta sarà sempre nuovo e sempre imprevedibile.

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