Sindrome di StoccolmaDavid Quammen è il solo un autore che quest’anno merita di vincere il Nobel per la letteratura

Nonostante le quotazioni, più o meno alte, di alcuni nomi celebri, è noto che l’Accademia di Svezia ama sorprendere e spiazzare. Quest’anno potrebbe, invece, scegliere l’unica opera che ci ha detto cosa sarebbe successo e perché: Spillover. Nessuno avrebbe da ridire

da Pixabay

Prevedere chi vincerà il Nobel per la letteratura significa sbagliare. È quasi un dato di fatto, riconosciuto da tutti i critici che ogni anno propongono una rosa di nomi e, ogni anno, si trovano smentiti. Senza contare che, negli ultimi anni, l’Accademia ha vissuto momenti piuttosto difficili e, tra accuse di molestie, denunce e dimissioni, si è trovata a dover posticipare di un anno il premio del 2018, mentre quello del 2019 è andato a uno scrittore noto per le sue posizioni controverse sulla guerra nei Balcani – provocando così nuove dimissioni.

Stavolta tutto sembra più tranquillo. Si procede quasi in sordina, un po’ perché la pandemia, con tanto di seconda ondata in atto, distrae. Oppure perché a Stoccolma si sente il desiderio di calmare le acque. E ci si può concentrare sui nomi, sempre tenendo conto che non si azzeccherà mai.

Gli scommettitori puntano tutto su Maryse Condé. Ladbrokes la dà uno a quattro, ed è in testa rispetto agli altri candidati. La scrittrice francese, originaria dell’isola di Guadalupe, è autrice di veri e propri capolavori come “La vita senza fard” (La tartaruga) e “Io, Tituba, strega nera di Salem”. Ha viaggiato nella storia e raccontato, da luoghi e punti di vista diversi, le complessità dei rapporti di sesso, razza e religione. È perfetta per vincere e forse proprio per questo non vincerà.

Dopo di lei (cinque a uno) c’è Lyudmila Ulitskaya, molto nota anche in Italia: l’autrice russa di “Funeral Party” e “Il sogno di Jakov”, è apprezzata per lo stile e per l’opposizione al regime sovietico prima e a quello di Putin poi. Sarebbe un indicazione politica importante.

Non mancano i classici: tra i nomi in gara c’è sempre Haruki Murakami, il celebre romanziere giapponese, che però – si è ormai capito – ha preso il posto di Philip Roth, quello di eterno candidato. Da anni si parla del kenyota Ngugi Wa Thiong’O, scrittore della decolonizzazione, dalla vita difficile e molto impegnato nella difesa del multilinguismo, soprattutto per quanto riguarda gli idiomi africani. Potrebbe essere l’anno buono?

Altrimenti c’è il cinese Yan Lianke, che da quando ha deciso di smettere di autocensurarsi si trova a pubblicare solo all’estero. Anche questa sarebbe una indicazione politica di peso. Mentre le quotazioni di Ko Un, poeta coreano dalle mille vite, sembrano più alte del giusto, visto che l’autore è stato travolto da uno scandalo sessuale ed è perfino stato estromesso dai libri di scuola. Anche qui, sarebbe una indicazione politica di peso, ma in una direzione inimmaginabile.

Tutti gli altri nomi – Hilary Mantel, Don DeLillo, Annie Ernaux, Javier Marias, ma anche Thomas Pynchon – si aggirano nelle scommesse, ma non suscitano molte speranze. Stephen King è dato 50 a 1, e Milan Kundera 33 a 1, lo stesso punteggio di Michel Houellebecq. Ma è difficile immaginare l’Accademia che dà un riconoscimento all’autore di “Sottomissione” – e ancora più difficile pensare al tipo di discorso che l’autore francese farebbe nel momento in cui lo ritira. Altrettanto complessa sarebbe una vittoria di Elena Ferrante (che pure viene indicata) per la semplice ragione che si tratta di uno pseudonimo.

Insomma, le previsioni aleggiano, i giudici meditano, i lettori aspettano. L’unica certezza è che chi vincerà – chiunque sia – dovrà essere pronto ad accollarsi, per qualche anno, l’ingrato titolo di premio Nobel dell’anno della pandemia. Esiste uno scrittore in grado di sopportarlo davvero? Certo che sì: si chiama David Quammen e ha scritto “Spillover”, l’autore giusto nell’anno giusto, con il libro giusto, che (davvero) comprende lo spirito del tempo. Date a lui il Nobel: nessuno oserà contestarlo.

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