Lo spirito e la creazioneVan Gogh non era pazzo: ecco la biografia dell’artista secondo le sue lettere

Gli scritti del pittore olandese sono un suo monumento parallelo: come spiega Marco Goldin, autore di “Van Gogh” (La Nave di Teseo), contengono riflessioni, ragionamenti, idee che non solo illuminano di significato le sue opere, ma regalano un ritratto diverso della sua vita

In primo luogo i quadri. Poi le lettere. Vincent Van Gogh è entrambe le cose: la trama dei colori espressiva e profonda e gli scritti privati. In questi ai rari elementi di quotidianità affiancava riflessioni, meditazioni, considerazioni sull’arte. Un monumento parallelo, che il pittore olandese del XIX secolo scriveva con consapevolezza: a leggere le sue lettere non sarebbe stato solo il destinatario, ma tutta l’umanità.

Sono in tutto 903: l’ultima è stata ritrovata nel 2012. Di queste, 658 erano indirizzate al fratello Theo, l’unico familiare con cui manterrà un rapporto stretto (nonostante qualche discussione).

Raccolte insieme, costituiscono il suo quadro definitivo, quello che secondo lo storico dell’arte Marco Goldin, che le studia da decenni, va a formare la sua “autobiografia mai scritta”, come recita il sottotitolo del suo libro “Van Gogh” (più di 800 pagine) per la La Nave di Teseo.

Il punto di partenza – o forse di arrivo – è una considerazione fondamentale: Van Gogh non era pazzo. Uno stereotipo tardo-romantico, derivato dalle testimonianze degli scatti d’ira, dalle fasi di malinconia, di malumore, di depressione. Ma anche dall’immagine incomprensibile di un artista che si era dedicato, fin nelle radici dell’anima, al suo lavoro. Che viveva come una missione.

Non ha nulla del bohémien, non si abbandona a dilapidazioni nichilista. Il suo spirito era religioso: i tormenti e le privazioni degli anni più difficili (la fame, il freddo) diventavano delle prove sacre. Grazie a questa compensazione vedeva se stesso come una manifestazione dell’eroe moderno, disgraziato, shakesperiano. Il passaggio decisivo per questa lettura, spiega Goldin, si trova in una lettera del luglio 1882 dove cita il poeta americano Ralph Waldo Emerson: «l’arte non permette che la malattia sopravanzi», dice.

È qui la ragione dell’equivoco banalizzante (di quale malattia parla?) ma c’è anche la chiave per disinnescarlo. Il riferimento è in realtà letterario-filosofico, segue la definizione dell’eroe come soggetto sempre centrato in se stesso (cioè in equilibrio con la natura e il creato), in una conformazione che si estende anche alla moralità.

È una cultura – quella americana ottocentesca – che amava moltissimo, e di cui adottava la concezione visionaria e spirituale. Ma è anche il punto in cui sembrano riannodarsi i fili, dall’amore estremo per la campagna, che lo portava a lunghe passeggiate (in Olanda, in Francia, ma anche in Inghilterra: da qui scriverà, con una frase ormai celebre, che «se uno ama davvero la natura, allora può trovare la bellezza ovunque») alle sperimentazioni pittoriche provenzali.

In mezzo, il suo pessimo carattere: «ossessivo, anche ossessionante nelle sue passioni, pretendeva la massima attenzione per ciò che diceva, senza transigere mai. Come egli stesso riconosce […] era incapace di mantenere relazioni sociali. Era assai sensibile alle critiche che gli venivano rivolte e se ne doleva molto, ma era a sua volta spietato e tagliente nei giudizi che dava sugli altri, senza alcuna capacità diplomatica. Questo atteggiamento allontanava da lui le persone».

Però era anche «un vero idealista, il suo animo possedeva una sensibilità assolutamente fuori del comune ed era uno straordinario pensatore. Un artista che amava sinceramente il lavoro degli altri, per un altruismo che gli ha sempre fatto anteporre il bene e la riconoscibilità appunto degli altri piuttosto che coltivare la sua».

Per questo, spiega Goldin, Van Gogh non era pazzo. «Si è avvicinato al sole, prima cercandolo, poi fuggendone via. Vi è rimasto impigliato, con un filo che mai più ha districato, stringendolo nella mano. Fino a quella spiga di grano rimasta nella tasca della sua giacca, sotto il cielo di Auvers, prima di sera. Accanto a un covone. Sotto le stelle del firmamento».

Sono toni poetici, ma adeguati al tema: il pittore olandese prima di tutto credeva, fin quasi all’ossessione, a ciò che faceva e doveva fare.

Tutta la sua vita, la sua opera, le sue lettere, si reggono su una tensione dell’anima, sul desiderio di colmare la distanza tra ciò che è la realtà e quelle che erano le sue infinite possibilità, le stesse che diventando «infinite impossibilità» finivano per schiacciarlo.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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