Buone notizie per l’EuropaBiden nomina un team di clintoniani idealisti e pragmatici per far tornare grande l’America

Il presidente straeletto ha scelto una squadra di esperti di politica estera, di difesa e di sicurezza nazionale formatisi con lui e con i Clinton. Senza cedimenti allo spirito del tempo e con grande attenzione alla tradizione atlantica e alla cultura europea

AP/LaPresse

L’America sta tornando grande, great again, dopo le miserie di Donald J. Trump. A beneficiarne saranno certamente gli americani, ma anche e soprattutto l’Europa, cioè noi. Il presidente straeletto Joe Biden ha quasi ultimato la formazione del suo team di politica estera, di difesa e di sicurezza nazionale, scegliendo esperti di chiaro orientamento clintoniano ancor più che obamiano, aspetto decisivo per capire quale sarà la dottrina Biden prossima ventura.

Anthony Blinken al Dipartimento di Stato, Jake Sullivan Consigliere per la sicurezza nazionale, Michèle Flournoy al Pentagono (non ancora ufficiale), Avril Haines a capo dell’intelligence, Linda Thomas-Greenfield ambasciatrice all’Onu da diplomatica di carriera e Alejandro Mayorkas, nato all’Avana e figlio di rifugiati, alla protezione civile (Homeland Security).

Chiunque Biden avesse scelto per queste cariche sarebbe stato comunque un sollievo per i paesi europei e per gli alleati Nato che in questi quattro anni infernali hanno dovuto difendersi dagli analfabetismi trumpiani, dal disimpegno europeo, dai regali geostrategici e non solo a Putin, dalle pressanti richieste di denaro ai membri dell’Alleanza Atlantica, ai tentativi di disgregare l’Unione europea e al girarsi dall’altra parte davanti alla politica di ingerenza politica del Cremlino negli affari europei.

Ma al netto dell’essersi sbarazzato dell’antiamericanismo di Trump, con queste scelte Biden ha rassicurato tutti per la preparazione e la serietà delle persone che ha coinvolto e per la continuità che esse esprimono con la più tradizionale politica estera americana, che è un misto di idealismo e di pragmatismo intorno all’idea di un paese che si sente portatore di una missione storica e per questo si sente obbligato a difendere la libertà dalla tirannide e il dissenso dall’oppressione.

Con l’eccezione di Avril Haines come direttrice della National Intelligence, gli uomini e le donne scelti da Biden sono veterani dell’era Clinton prima ancora che di quella Obama. Non è una sottigliezza da poco, perché con ragioni diverse e toni raffinati è stato l’Obama post guerra in Iraq ad avviare il lento ma sicuro disimpegno americano dagli affari europei, a spostare l’asse geopolitico sull’Asia e a provare ad amministrare quello che è stato definito “declino americano”.

Ma il declino americano è stata una scelta politica ben precisa, volontaria, ideologica, così come lo è stato per decenni il cosiddetto secolo americano dei suoi predecessori repubblicani e democratici, non certo una prescrizione divina o un’imposizione dettata dal fato.

Obama ha scelto quella strada e Trump ha provato a far riacquistare all’America il dominio in modo grottesco e contraddittorio, perché in realtà si è ritirato ancora di più delle responsabilità globali, anteponendo gli interessi nazionali dell’America first a tutto il resto e umiliando la geniale rete di alleanze e di istituzioni internazionali che quasi un secolo ha garantito la leadership americana attraverso la crescita, il benessere e il progresso di tutti.

Joe Biden è uno degli ultimi esponenti politici, dal punto di vista ideale e generazionale, di questa America atlantica, di questa precisa cultura americana che non trascura le solide radici europee degli Stati Uniti ed è attenta alle dinamiche culturali del Vecchio continente.

L’ultima Casa Bianca democratica figlia di questa tradizione atlantica, cresciuta nell’epoca della Guerra Fredda e nella lotta ideologica all’oscurantismo, capace di riscattare due volte l’Europa dalla tragedia del totalitarismo, è stata quella di Bill Clinton, allora giovane boomer cui nemmeno la disfatta del Vietnam e la forza della cultura antagonista nelle università hanno mai indebolito il carico dell’eredità antifascista di Franklin Delano Roosevelt e di Harry Truman e quella dei Cold War Warriors dell’epoca dei Kennedy.

Questi sono stati prima gli anni di formazione di Joe Biden e poi quelli in cui è diventato il più importante senatore del Partito democratico sui temi di politica estera, assieme a John Kerry che ha appena scelto come inviato speciale per le questioni climatiche.

L’idealismo degli anni Novanta e dell’era clintoniana è il romanzo di formazione del nuovo Segretario di Stato Anthony Blinken, famiglia di sopravvissuti all’Olocausto, studi a Parigi, ex giornalista di esteri a New Republic. Nonostante sia più giovane di Blinken, anche il prossimo Consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan è arrivato a Biden via Clinton, dopo l’esperienza di governo con Bill il primo e come consigliere di Hillary il secondo.

Idealisti di centro ma realisti, custodi della relazione speciale con l’Europa e sostenitori di un’America leader del mondo libero, il cui esempio per entrambi deve però cominciare in casa, fino a superare le ingiustizie interne, per essere credibile agli occhi del mondo nel progetto di promuovere la democrazia e di difendere la libertà.

Hillary Clinton avrebbe portato Michèle Flournoy a guidare l’apparato militare del Pentagono, se fosse stata eletta quattro anni fa, mentre la prossima direttrice dell’Intelligence nazionale Avril Haines, che alla Casa Bianca di Obama ha condotto e giustificato legalmente di fianco a John Brennan la guerra di eliminazione dei capi jihadisti con l’uso dei droni, sembra fatta della stessa pasta.

È possible, anzi probabile, che a coordinare le politiche del lavoro, della sanità, dell’istruzione – ma non dell’economia, dove andrà l’ex capo della Fed Janet Yellen – Biden chiamerà esponenti dell’ala sinistra del Partito democratico, come del resto fece Bill Clinton affidando a Robert Reich il Dipartimento del Lavoro, ma queste prime e fondamentali scelte del prossimo presidente rappresentano uno spettacolare ritorno alla tradizione americana, all’idealismo temperato dalla realtà tipico degli anni Novanta, allo spirito democratico, progressista e riformatore dell’America di sempre.

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