Metodo RousseauLo sconosciuto comitato governativo che sta pensando come farci votare con il voto elettronico

Si è saputo della sua esistenza a settembre, e poi con una richiesta di accesso pubblico agli atti. L’obiettivo è quello di predisporre linee guida per le elezioni in remoto. Il Copasir ne è all’oscuro, nonostante i rischi, ma è un tema che interessa a Casaleggio

In Italia c’è un comitato che sta valutando come voteremo in futuro e se l’Italia potrà adottare il voto elettronico. Fino allo scorso settembre nessuno ne conosceva l’esistenza, tantomeno la composizione e il funzionamento. La scoperta è stata fatta in seguito ad un FOIA (testo documento), un accesso pubblico agli atti, avanzato da Fabio Pietrosanti, Presidente di Hermes, organizzazione che si occupa di diritti digitali.

La richiesta di accesso riprendeva un’interrogazione della parlamentare di Forza Italia, Fucsia Nissoli. È proprio alla Nissoli che il Ministero dell’Interno l’11 settembre 2020 ha rivelato l’esistenza di una «commissione ad hoc sul voto elettronico nella circoscrizione estera».

Linkiesta ha potuto visionare i documenti prodotti dal Foia, provenienti dal Ministero dell’Interno. I componenti sono stati scelti dai ministeri degli Esteri, degli Interni e Giustizia e dal Dipartimento Innovazione guidato da Paola Pisano. Il mandato è chiaro, lo spiega così una nota del Viminale. Il comitato deve predisporre linee guida «per la sperimentazione del voto elettronico… attività pregiudiziale all’adozione di qualsiasi iniziativa di sperimentazione… garantendo la sicurezza informatica».

I profili dei componenti e l’ammissione del Copasir, «Non sappiamo nulla»
La possibilità di sperimentare il voto elettronico è nelle mani di 13 persone, coordinate dal Direttore centrale dei servizi elettorali, Caterina Amato. Ci sono diplomatici, funzionari degli Esteri e della Pubblica sicurezza, avvocati, due viceprefetti e un ingegnere informatico.

Il nome più conosciuto è quello di Ivano Gabrielli, attualmente a capo del Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche, un’unità specializzata della Polizia Postale. L’ingegnere informatico, unico tecnico presente all’interno del comitato, è Paolo De Carlo, consulente della Pisano.

De Carlo, come si evince dal suo curriculum, è stato coinvolto «nella definizione dei processi e delle regole tecniche» nel voto elettronico tenutosi in Lombardia per il referendum consultivo sull’autonomia regionale. Un flop clamoroso, in termini di spese, risultato e con problemi di ogni tipo. Delle attività del comitato nulla si conosce: non è prevista infatti la redazione di alcun verbale delle riunioni né si è a conoscenza se siano previste audizioni e contributi esterni. Lo chiarisce espressamente la nota del Viminale nel Foia. Al momento l’unica cosa che si può dire con certezza è che l’organo si è riunito tre volte in due mesi e la prossima sessione è prevista il 19 novembre.

Di certo, a parte la presenza di Gabrielli, la sicurezza nazionale italiana non è stata coinvolta. E così lo stesso Copasir è all’oscuro di queste attività. La conferma arriva da un parlamentare della Commissione di controllo dei servizi di sicurezza che a Linkiesta chiede l’anonimato. «È la prima volta che sento parlare di questa storia, il Copasir non sa nulla».

Le differenze con l’estero
Il voto elettronico è materia molto discussa, sia tra i giuristi che tra gli esperti informatici. Non solo in Italia, ovvio. Ma con significative differenze rispetto al caso italiano. In Germania il voto elettronico è stato bandito già dal 2009. Anche la Svizzera lo ha vietato nel 2019 dopo la dimostrazione di intrinseca insicurezza del sistema, dopo che già dal 2017 l’università di Zurigo ha dimostrato come il voto elettronico non aumenti la partecipazione elettorale. La Norvegia, dopo una sperimentazione nel 2011, nel 2013 ha definitivamente abbandonato il progetto.

L’Olanda dal 2006 ha abbandonato il voto elettronico, il Parlamento ha ribadito nel 2017 che il voto deve rimanere cartaceo. La Francia di recente ha fatto partire una sperimentazione, tra molte critiche, dopo il parere negativo dell’Agenzia nazionale per la cybersicurezza. Il voto elettronico in Europa rimane prassi solo nella piccola Estonia, nazione con meno votanti del Comune di Milano.

Ma le differenze tra l’Italia e questi paesi sono sostanziali. Dovunque i comitati per stilare le linee guida per il voto elettronico erano pubblici, così come i verbali delle audizioni. Le assise negli Stati Uniti venivano trasmesse in diretta e vedevano la partecipazione di esperti. Non solo: negli Stati Uniti e in Francia il processo prevedeva il coinvolgimento fondamentale degli apparati di sicurezza. In Italia nessun processo del genere è mai partito. Anzi, tutto è rimasto segreto.

I rischi
Il voto elettronico è facilmente manipolabile. Lo dice l’esperienza dei paesi che hanno condotto le sperimentazioni per poi abbandonarlo. Lo dice l’ENISA (Ente europeo per la sicurezza informatica) che indica il voto remoto come quello a maggior rischio di cybersecurity, soprattutto considerando i rischi di natura geopolitica.

Nel silenzio la strada sembra essere già tracciata, in Italia il voto sarà anche elettronico ovvero on-line. Ma quanto è sicuro? Lo abbiamo chiesto a Stefano Zanero, professore del Politecnico di Milano e tra i massimi esperti del settore.

«Le sperimentazioni sono fondamentali per tecnologie nuove, di cui non si comprendono rischi ed opportunità. Nel caso del voto via internet, invece, sono ben chiari i rischi, e le sperimentazioni fatte nel mondo si sono concluse, tutte, con dei colossali fallimenti. Sarebbe opportuno pensare a soluzioni realistiche (ad esempio organizzando il voto in appositi seggi anche all’estero) invece di seguire strade che già si sono dimostrate fallimentari».

Negli Stati Uniti dove non esiste il voto elettronico remoto ma solo al seggio, tutte le proposte di legge portano ad una rigida regola di prova cartacea di voto anche nelle “macchine di voto per il seggio” non potendo lo scrutinio di voti digitali consentire alcun riconteggio in caso di sospetti brogli. Ed è questa una delle più importanti criticità.

Il riconteggio dei voti online non è possibile, perché se lo fosse significherebbe che il voto è tracciabile, quindi non più segreto e che tutto il processo può essere distrutto per sempre con qualsiasi azione di sabotaggio. Immaginate cosa sarebbe successo con il voto elettronico nelle ultime presidenziali americane: uno scenario da black mirror. Altro che voto per posta!

Chi vuole il voto online? Indovinate un po’
Perché questo metodo se la passa così male all’estero e invece il Governo italiano, ispirato da Davide Casaleggio, ha deciso di stanziare un fondo di un milione di euro e ha dato vita a un comitato?

Non sfugge che i fautori più accaniti del voto online siano gli eletti dell’imprenditore milanese, scelti su Rousseau, una piattaforma privata più volte hackerata. Secondo Casaleggio il voto elettronico deve essere basato sulla tecnologia blockchain, al punto da annunciare il suo prodotto software chiamato Terminus a fine Agosto 2020. Una sciocchezza secondo un recentissimo report di ricerca del Mit datato 16 novembre secondo il quale la blockchain non abbia alcuna utilità nella integrità dei sistemi di voto remoto, prendendo in considerazione ed analizzando la breve e contestatissima sperimentazione effettuata in Iowa: il voto remoto, dicono gli esperti del Mit, viene compromesso prima del salvataggio dei dati su di una eventuale catena a blocchi.

Su questa nuova tecnologia, la cui effettiva utilità continua a essere sfuggente come una chimera, il governo ha stanziato 45 milioni di euro in tre anni, indirizzati verso le strategie definite dalla commissioni di esperti del ministero dello Sviluppo economico targato Luigi di Maio con la partecipazione di Vincenzo Di Nicola, co-autore con Davide Casaleggio del sistema di voto elettronico su blockchain Terminus.

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